10 Dicembre Dic 2018 1542 10 dicembre 2018

Silvia Wang racconta il suo successo da imprenditrice di Pronto Pro

Il suo progetto riunisce oltre 300 mila professionisti e copre 500 tipologie di servizi. «Per farcela servono umiltà, impegno e coraggio». A tu per tu con la vincitrice del Premio GammaDonna 2018.

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Silvia Wang Prontopro

Ha 32 anni, è nata a Milano da genitori cinesi, ha conseguito la laurea in Marketing Management alla Bocconi e nel 2015 ha realizzato, con il marito Marco Ogliengo, il portale ProntoPro, che riunisce oltre 300 mila professionisti e fa incontrare domanda e offerta coprendo 500 tipologie di servizi: è lei, Silvia Wang, la vincitrice del Premio GammaDonna 2018, che le è stato consegnato durante la decima edizione del GammaForum, intitolata FuturAzioni. È tempo di sfide. L’evento, organizzato in collaborazione con la Commissione Europea e sotto l’Alto Patronato del Parlamento Europeo, dal 2004 punta i fari sulle realtà italiane imprenditoriali più innovative e prolifiche, per premiarle – appunto – ma anche per farle conoscere, affinché diventino esempio e stimolo soprattutto per i giovani. Uomini e donne. Il sito creato da Silvia e Marco è frutto di un’idea vincente e di un impegno costante, che si è tradotto e si traduce fra l’altro nella capacità di superare gli inevitabili ostacoli, perfezionare il tiro e far tesoro degli errori. Oggi conta circa tre milioni di visite mensili; il team di lavoro è composto da 110 Millennials e il agosto 2018 è stato pure aperto un ufficio a Vienna. Prossimo obiettivo? Lo sbarco sul mercato internazionale. Abbiamo cercato Silvia e parlato con lei, perché la sua storia merita davvero di essere raccontata.

DOMANDA: Che effetto ti ha fatto vincere il Premio GammaDonna?
RISPOSTA:
Mi sono sentita onorata e molto felice, perché è stato inaspettato e questo premio è il riconoscimento concreto del valore di ProntoPro, del prodotto che ho creato.

Quando ProntoPro ha esordito non avevi nemmeno 30 anni. E tu e Marco lavoravate in Indonesia.
Sì, io avevo 28 anni. Sapevamo che si trattava solo di una fase del nostro percorso: entrambi abbiamo sempre desiderato tornare in Italia. Così, nel 2015 abbiamo mollato tutto e fondato ProntoPro.

Come è nata l’idea?
Avevamo deciso di sposarci a Brescia, città nella quale sono cresciuta, e quindi cominciato a organizzare il matrimonio dall’estero. Ma è stato molto faticoso trovare qualcuno che ci rispondesse o accettasse l’incarico in questione senza incontrarci di persona. Ci siamo chiesti perché fosse così complicato trovare dei professionisti tramite il web o, comunque, a distanza. E poiché volevamo tornare in Italia, appunto, e fare qualcosa di nostro, abbiamo definito il progetto di ProntoPro.

Quello di un sito che raggruppa le più diverse categorie professionali e permette anche di confrontare recensioni e preventivi. Ma perché il nome «ProntoPro»?
Cercavamo un nome che fosse riconoscibile, facile da ricordare, italiano. Un nome che indicasse anche qualcosa di concreto. «Pro» sta per professionisti; «Pronto» dà l’idea della velocità – e noi tutto avevamo trovato, eccetto la velocità – e anche del telefono. In più fa gioco, diciamo così, con «Pro».

Qual è stata la prima difficoltà che avete incontrato?
È coincisa anche con il nostro primo errore. Eravamo convinti che non sarebbe stato difficile trovare i soldi necessari, ma ci sbagliavamo.

Avete provato a chiedere fondi statali, partecipare a bandi per l’imprenditoria?
Non avevamo ancora il prodotto finito e questo è stato un grosso problema.

Quindi cosa avete fatto?
Ci siamo rivolti a cittadini privati e, per fortuna, più di qualcuno ha scelto di darci fiducia.

Quindi non è facile, in Italia, ottenere fondi pubblici se si ha un’idea valida ma non un prodotto finito?
È la mia prima start up, quindi per il momento ho solo un esempio da portare. Ma, per quanto riguarda quest’unica esperienza, non posso dire che siamo stati sostenuti.

Un altro ostacolo che avete incontrato?
Abbiamo deciso di creare un prodotto rivolto a un segmento non abituato a usare internet: è stato difficile, quindi, far capire a un artigiano, un imbianchino, un elettricista che il web può servire ad ampliare il giro d’affari. Abbiamo incontrato parecchia diffidenza. Anche per quanto riguarda il concetto di «pagamenti online». In questo senso, stiamo cercando di 'educare' determinate categorie: alcuni ragazzi del nostro team fanno da consulenti ai nostri clienti.

Categoria per categoria, quindi, siete andati a cercare professionisti disposti a figurare sul vostro sito e quindi offrire i loro servizi tramite la Rete.
Esatto.

E trovare gli utenti è stato altrettanto complesso?
No, è stato molto facile perché in questo caso si parte dal bisogno. Da persone che per loro iniziativa consultano il web per trovare un fotografo piuttosto che un idraulico. La 'domanda digitale' si è rivelata molto avanti rispetto all’offerta.

Sei nata a Milano da genitori cinesi. Qualcosa della cultura orientale rappresenta un tuo punto di forza?
La dedizione al lavoro. Mi è stato insegnato che, se si vuole arrivare, le strade da percorrere sono quelle dell’impegno e della dedizione.

Cosa significa essere figli di immigrati in Italia?
Sicuramente ho avuto un’infanzia diversa rispetto a quella dei miei coetanei. Ho sempre dovuto dimostrare… un po’ di più.

I tuoi genitori sono a loro volta imprenditori?
Sono stati fra i primi ad aprire un ristorante cinese in Italia. A Brescia, appunto. Per me sono stati un grande modello: si sono buttati, hanno rischiato, ci hanno creduto. Hanno fatto mille sacrifici, non erano praticamente mai a casa e infatti io stavo sempre con i nonni. Ma ce l’hanno fatta.

Hai detto di esserti ispirata a donne di successo. A chi, per esempio?
A Sheryl Sandberg, la ceo di Facebook: un chiaro esempio di donna di successo. Ma anche a Julia Hartz, che nel 2006 ha creato con il marito Eventbrite, la più grande piattaforma al mondo per la gestione di eventi. Oggi Julia ha anche il ruolo di ceo. Mi sento vicina alla loro storia come coppia.

Diamo qualche consiglio alle donne che sognano di fare le imprenditrici o che già hanno cominciato un percorso imprenditoriale: quali sono, secondo te, i primi tre passi da fare?
Creare un team di persone che non solo siano brave, ma credano davvero nel progetto; nella squadra di ProntoPro è così, e credo sia fondamentale per andare avanti. Tutto è più facile. Secondo, definire un progetto che abbia un target ben preciso e, potenzialmente, un pubblico vasto. Alcune idee sono indubbiamente bellissime, ma per una nicchia. E non va bene. Terzo, cercare i fondi: senza quelli non vai da nessuna parte.

E quando qualcosa va male? Che si fa?
Ciò che a me ha permesso di superare i momenti difficili è stata la consapevolezza che quello che stavo facendo tutti i giorni era già di per sé una vittoria in riferimento al nostro obiettivo di business. In altre parole, bisogna saper godere anche nelle fasi «no» dei piccoli traguardi quotidiani.

Quali sono i plus di una donna imprenditrice?
A me spiace sempre generalizzare, però devo dire che le donne spesso affrontano le cose con maggiore sensibilità rispetto agli uomini. Sono più attente alle esigenze degli altri. Tengono di più all’inclusione di tutti i componenti del team. Perlomeno, è quello che vedo nelle donne che lavorano per noi. Però ci tengo a dire che una squadra composta sia da donne che da uomini, secondo me, ha più valore.

In Italia nascono ogni anno molte start up ma gran parte falliscono o comunque non riescono a raggiungere gli obiettivi: perché?
Un progetto può andar male o stentare a decollare per una serie di motivi, ma non necessariamente questa è una cosa negativa. Il rischio è alto e ogni imprenditore lo sa. Deve saperlo. Fa parte del gioco, quindi l’ostacolo non deve essere visto come un problema; bisogna, invece, imparare dall’esperienza e individuare le azioni giuste per correggere la rotta.

Tre elementi che, secondo te, definiscono un imprenditore di successo.
Umiltà: quella viene prima di tutto. Impegno e coraggio: bisogna non solo buttarsi, ma anche dedicarsi anima e corpo, a tempo pieno. Se fai anche un secondo lavoro per sentirti più protetto, per paura che il tuo progetto fallisca, vuol dire che non ce la stai mettendo tutta.

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