30 Novembre Nov 2018 1737 30 novembre 2018

Sara Tanan, nel G(irls)20 per superare le differenze di genere

Tra le delegate del 2018 del vertice tutto al femminile c’è lei, 23enne di origini marocchine con la voglia di raccontare un’Italia diversa. L'intervista.

  • ...
G20 Donne Sara Tanan

Sulle spalle dei giganti del G20 ma solo per prendersi una fetta di cielo che in qualche modo spetta loro di diritto. Il G(irls)20 Global Summit è un vertice tutto al femminile di 20 giovani donne- più altre rappresentanze femminili - che si tiene ogni anno. Il summit ha l’obiettivo di elaborare diverse proposte su come superare le differenze di genere da presentare poi ai leader riuniti a Buenos Aires. Tra i partner dell’edizione 2018 ci sono Google, Edelman, Asus e Women of Influence. Quest’anno a rappresentare l’Italia, c’è stata Sara Tanan, studentessa italiana di origini marocchine e di fede musulmana. Ecco il racconto della sua storia e del suo stile di advocacy.

DOMANDA: Sara, ci racconti chi sei?
RISPOSTA:
Ho 23 anni, sono nata e cresciuta a Locri, una piccola città in provincia di Reggio Calabria dove i miei genitori, entrambi marocchini, si trasferirono quasi 30 anni fa. Dopo la maturità classica ho deciso di trasferirmi a Forlì dove attualmente studio Scienze Internazionali e Diplomatiche. Lì ho fondato una sezione locale dei Giovani Musulmani d’Italia, occupandomi principalmente di dialogo interreligioso e della questione di genere. Dopo anni di attivismo locale ho deciso di portare la mia storia, sia come attivista che come donna, al tavolo del G20.

Perché hai deciso di candidarti al G(irls)20 Global Summit?
Da giovane donna italiana di prima generazione, musulmana, di origini straniere, figlia di immigrati, ciò che mi ha motivato ad inviare la mia candidatura è stata la consapevolezza che avrei potuto dare voce a tante realtà diverse. Quella delle giovani donne italiane, delle giovani donne migranti, delle donne italiane di prima generazione e delle donne musulmane. Sapevo che se fossi stata selezionata avrei potuto portare a Buenos Aires, sede del summit 2018, l’Italia di oggi, un’Italia multiculturale e multireligiosa, un’Italia in cui risiedono diverse minorità etniche che hanno il diritto di essere riconosciute e rappresentate.

Vi siete riunite a Buenos Aires a ottobre.
Sì, e ho voluto rappresentare un’Italia unita nella diversità, dandole un’immagine positiva rispetto alla posizione attuale del nostro Paese per quel che riguarda i temi dell’integrazione e dell’accoglienza. Il G(irls)20 Global Summit è un’iniziativa straordinaria.

Quali proposte hai presentato?
Insieme alle delegate per il Giappone, l’Afghanistan, la Francia e il Sudafrica ho lavorato nella commissione dedicata al Financial Inclusion. Ci siamo occupate di tematiche quali la dipendenza economica delle giovani donne nel mondo, l’educazione finanziaria e l’accesso alle donne nei processi politico-decisionali.

Cosa vuol dire per le donne oggi essere dipendenti economicamente dalla famiglia o dal partner?
Essere subordinate a qualcun altro nelle scelte personali e limitati nell’espressione della propria libertà. Molte donne diventano dipendenti economicamente dal partner o dalla famiglia perché disoccupate, talvolta semplicemente a causa dell’impossibilità di trovare una sistemazione lavorativa, altre volte perché per motivi culturali alle donne viene ancora imposto di badare alla casa e alla famiglia negando qualsiasi forma di realizzazione professionale.

Cosa significa per te essere italiana?
Credo che esseri italiani vada al di là del ’sanguis’, è come un sentimento, una promessa, un impegno.

Hai mai subito episodi di discriminazione per via delle tue origini, del tuo aspetto o delle tue scelte?
Sì, mi è capitato spesso. Sia prima che indossassi il velo per le mie origini straniere sia successivamente per la mia appartenenza religiosa. Si può essere italiani e portare il velo, si può essere italiani ma originari di un altro Paese. Non sono ossimori, sono dati di fatto e finché non si supererà la convinzione sociale per cui l’italianità può essere un gene trasmesso da generazione a generazione piuttosto che la manifestazione di un sentimento di appartenenza sarà difficile realizzare un efficiente processo di integrazione.

Quale aspetto cambieresti della vita delle donne nel mondo?
Vorrei che tutte possano credere profondamente in loro stesse, nel loro potenziale, nel valore che hanno e nei diritti che spettano loro. Vorrei che si sentissero capaci di conquistare il mondo.

Un pregiudizio comune ritiene che i valori del femminismo non siano conciliabili con la scelta di indossare il velo...
Non esiste un’unica corrente femminista e non esiste un’unica immagine di donna emancipata. Esistono miliardi di donne il cui concetto di libertà e di autodeterminazione varia e merita di essere rispettato nella sua diversità. Il velo è una delle tante forme di espressione di identità e di libertà, valori in cui molte donne musulmane si immedesimano. Lo stereotipo della donna musulmana oppressa che indossa il velo è la conseguenza di una narrativa che concepisce l’Islam come una religione violenta e i suoi precetti come arretrati e limitanti delle libertà personali. Non è così.

Cioè?
Non nego che esistano casi in cui le donne sono direttamente o indirettamente costrette a indossare il velo o a sottostare a dettami patriarcali, ma questi fenomeni sono dovuti ad una mala interpretazione dei precetti Islamici. Il mio consiglio è, informatevi: cercate di abbattere i luoghi comuni e le retoriche intrise di odio andando direttamente alla fonte, noterete che sono più le similitudini che le differenze e che c’è tutta una realtà, diversa ma dal significato profondo, da scoprire.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Correlati

Potresti esserti perso