27 Novembre Nov 2018 1538 27 novembre 2018

Isabella Potì: «Noi ragazze dobbiamo spaccare»

Giovanissima, determinata e già nell’Olimpo degli stellati Michelin, la pastry chef salentina è tra i giudici del nuovo talent culinario su Rai Due. L'abbiamo intervistata.

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Isabella Poti Chef Pastry

Ascoltando il racconto di tutte le esperienze già alle sue spalle, narrato con la sicurezza di chi certo non è alle prime armi, si fatica a credere che Isabella Potì abbia soli 23 anni. Astro nascente della cucina italiana, chef e proprietaria del neo stellato ristorante Bros’ di Lecce insieme al compagno Floriano Pellegrino, la bionda salentina ha ceduto come tanti colleghi prima di lei alla luce rossa della telecamera, vestendo i panni di giudice nel nuovo cooking show Il ristorante degli chef di Rai Due. Dopo la prima puntata il programma entra nel vivo il 27 novembre e in attesa di vedere i concorrenti di fronte a colei che perfino l’illustre Forbes ha inserito fra i 30 under 30 più promettenti del mondo, l’abbiamo accompagnata virtualmente nel suo viaggio di ritorno da Milano a Lecce, dalla tv al ristorante che dice essere casa, «perché sono un animale da cucina e lì non vedo l’ora di tornare ogni volta che mi allontano anche per pochissimo».

DOMANDA: Nel 2017 sei stata la guest star di una puntata di Masterchef Italia, escludendo quella parentesi sei al tuo debutto televisivo?
RISPOSTA: A parte qualche piccolissima partecipazione come ospite qua e là sì.

Com’è andata?
È stata un’esperienza entusiasmante e che mi ha divertito molto, anche grazie alla presenza dei colleghi Andrea Berton e Philippe Léveillé. Non avrei mai pensato di sentirmi tanto a mio agio davanti alle telecamere, invece mi sono trovata in un percorso avvincente che ho sentito mio fin da subito perché l’ho vissuto come un lavoro. Nel corso delle sei puntate che abbiamo girato ero lì per quello e credo di averlo fatto al meglio delle mie capacità.

Dopo questa esperienza ti piacerebbe misurarti ancora con il piccolo schermo o la tua vita è ai fornelli?
Vivo per cucinare e su questo non ho alcun dubbio, però mi è piaciuta davvero tanto come parentesi quindi non escludo di ripeterla, anche perché sono abituata a non dire mai no a priori.

Quando è sbocciata la tua passione per la cucina?
Non esiste un momento preciso, o forse non lo ricordo perché ero troppo piccola. Credo di essere nata con questo grande amore e di aver sempre saputo che avrei fatto questo mestiere.

E la scelta di dedicarti soprattutto alla pasticceria?
Devo dire la verità, spesso viene dato un risalto eccessivo a questo aspetto, che però non descrive esattamente ciò che sono. Io amo la cucina in genere e vivo per tutto ciò che le gira attorno, in più ho una piccola propensione per la pasticceria perché richiede una capacità tecnica elevata e per innalzarla a livelli di eccellenza sono necessari diversi studi in laboratorio e prove minuziose. Se dovessi descrivermi però non mi definirei solo una pasticciera, ma una chef a tutto tondo.

Che ricordo hai della tua prima volta in una cucina professionale?
Ero a Londra in quello che allora si chiamava Hibiscus mentre ora Bibendum, dello chef Claude Bosi ed è indelebile l’emozione, che comunque non mi abbandona nemmeno ora, anche se più consapevole. Sono rimasta lì per circa un anno ed è stata molto dura, iniziavamo alle 7 di mattina e quasi senza soste arrivavamo fino alle due di notte, a volte anche più tardi. Però è stata un’esperienza formativa fondamentale per la mia crescita.

Quanto è dura la vita dello chef?
Parecchio, ma è anche ricchissima di soddisfazioni impagabili e se la scegliamo ci sono dei motivi. Il primo è un'infinita passione. E poi ci sono sensazioni tutte nostre, difficilmente descrivibili e forse comprensibili per chi non vive la vita della brigata.

Quest’anno è arrivata anche la prima Stelle Michelin per il vostro ristorante, come avete celebrato la notizia?
C’eravamo ripromessi di fare una grande festa ma alla fine abbiamo rimandato perché in questo periodo sentiamo di dover rimanere focalizzati sul lavoro. È un riconoscimento molto prestigioso che avremo tempo di festeggiare ma lo vediamo come un punto di partenza e non di arrivo: il nostro impegno costante è nel mantenere sempre gli standard il più possibile alti.

Si può ancora parlare di cucina italiana pura oppure le molte contaminazioni, soprattutto etniche, l’hanno un po’ minata?
Quelle sono sempre esistite anche se oggi effettivamente stanno guadagnando più terreno rispetto a un tempo. Nell’ultimo periodo si è parlato molto di influenze nordiche ma credo si stia contemporaneamente verificando un ritorno alle tradizioni, che poi è la nostra filosofia di vita e lavoro.

Con il proliferare in tv di programmi di cucina a tutte le ore e di tutti i generi non c’è il rischio che la voglia di diventare chef diventi un po’ una moda?
Non credo, io interpreto la televisione, i social media e tutti i mezzi di comunicazione come un mezzo che noi chef contemporanei sfruttiamo per farci conoscere e far appassionare le persone. Sta funzionando e credo dovremmo farlo sempre più spesso. La prova è che il nostro target sia formato principalmente da giovani dai 18 ai 36 anni, che spesso ci conoscono attraverso i social e vengono invogliati a venire dopo aver visto la foto di un piatto invitante in un post.

Il mondo dell’alta cucina è molto maschile?
Sì, è popolato principalmente da uomini anche se credo che la tendenza stia iniziando a invertirsi visto che ormai sono tante le donne che fanno questo mestiere. Il problema però è che non ricoprono quasi mai ruoli di vertice.

Perché è così difficile arrivare al vertice se si è femmine?
Purtroppo funziona così in tutti i campi. La supremazia maschile è un fatto storico. È un cambiamento molto lento per il quale ci vorrà ancora tempo ma io ho sempre fatto il tifo per noi, so che ce la faremo.

Accelerare certi processi spetta anche alle donne?
Certo, la prima cosa che dobbiamo fare è spaccare a prescindere dal nostro genere, avere voglia di farci valere e basta. Io non mi sono mai posta il problema di essere femmina e per questo differente o meno capace di un’altra persona. Anzi, ho sempre vissuto l'essere una donna come un valore aggiunto. Noi abbiamo una sensibilità in grado di fare la differenza.

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