We Can Do It!

Diritti

17 Gennaio Gen 2019 1947 17 gennaio 2019

La stretta sulle attiviste saudite all'ombra della Supercoppa

Gedda, oltre allo stadio di Juve-Milan, "ospita" il carcere dove sono rinchiuse esponenti della lotta per i diritti femminili. Le storie delle donne finite nel mirino di Riad.

  • ...
Donne Arabia Saudita Supercoppa Juventus Milan

All'alba della Supercoppa di Gedda, Cristiano Ronaldo e Gigio Donnarumma scaldavano i muscoli per il calcio di inizio mentre all'ambasciata saudita a Roma giornalisti e attivisti si radunavano per protesta #UnCalcioAiDirittiUmani sulle gravi violazioni in Arabia Saudita che includono la forte discriminazione delle donne. Tant'è che la 18enne Rafah al Qunun è appena scappata platealmente, anche dalla famiglia, trovando asilo in Canada mentre un'altra ragazza, Nijoud al Mandeel, ha lanciato il suo grido di aiuto dai social network dopo essersi rifugiata da un'amica a Riad. È vero, mai mobilitazione in Italia fu meno tempestiva, specie per i giornalisti che per indignarsi sulla sconvenienza del match del 16 gennaio 2019 avevano tempo dall'accordo con Lega della Seria A nel giugno 2018 e anche prima. Sembrano invece essersi accorti solo alla vigilia del partitone della separazione di spazi tra uomini e donne negli stadi e in realtà ovunque in Arabia Saudita.

UNA LUNGA LISTA DI ATTIVISTE IN GALERA

È sempre stato così nel regno ultra-islamico e ultra-conservatore, e prima andava ancora peggio: solo dal gennaio 2018 le donne possono entrare negli stadi, solo dal giugno 2018 possono guidare e sempre solo dal 2018 possono aspirare a più impieghi, anche pubblici. Peccato che dallo stesso periodo le maggiori e note attiviste (e anche alcuni attivisti) saudite per i diritti umani siano in galera, per volere dell'erede al trono Mohammad bin Salman (MbS). Amnesty international, presente al sit-in davanti alla sede diplomatica in Italia, è una delle ong che ha denunciato la tortura di alcune femministe, richiuse da mesi in un supercarcere proprio nei dirtorni di Gedda. Tra chi non è stato arrestato c'è chi come Rafah si è ribellato con la fuga, più o meno volontaria: secondo i dati dell'agenzia dell'Onu per i rifugiati (Unhcr) i richiedenti asilo dall'Arabia Saudita sono più che raddoppiati, da quasi 600 a oltre 1.200, da quando nel 2015 il giovane MbS ha preso le redini del regno; per non parlare degli espatriati.

Molte sono donne, le altre che restano in Arabia Saudita e vogliono di più chiedono come Njoud, lontano dallo stadio super-chic che pure vantava una certa presenza femminile, protezione all'estero a colpi di tweet. Ma rischiano seriamente di finire presto in prigione, come le attiviste fermate nelle retate tra la primavera e l'estate scorsa, quando anche Twitter e altri social network furono bloccati. Manca all'appello da maggio la famosa e intraprendente Lujain al Hathloul, 29 anni, leader della campagna mediatica Women to drive per far guidare le donne, già finita in carcere per due mesi e mezzo nel 2014 per essere entrata dagli Emirati Arabi in Arabia Saudita al volante di un'auto. Al Hathloul non stava con le mani in mano: nel 2015 si era anche candidata alle Municipali, alla prima opportunità per le saudite di votare e farsi anche eleggere. Fu ammessa, ma inspiegabilmente il suo nome non comparì nelle liste, cancellato con un colpo di spugna.

A GEDDA, IL CARCERE DELLA VERGOGNA E LO STADIO DI JUVE-MILAN

Altre attiviste e fondatrici di Women to drive sono rimaste libere, come l'influente Manal al Sharif. Ma sono state costrette ad abbandonare centinaia di migliaia di follower, uscendo dai social «diventati una trappola». Lapidario uno degli ultimi post di Manal sulla «voglia di urlare e vomitare» alla vista della stretta di mano obbligata tra il principe bin Salman e uno dei figli del giornalista Jamal Khashoggi, ucciso nel consolato saudita di Istanbul. Manal ha promesso di continuare a denunciare, ma fuori dai social media imbottiti di «troll e bot del governo». Intanto al Hathloul rimane agli arresti con il marito attivista. E con lei, nel supercacere di Gedda, c'è anche la blogger Eman al Nafjan, che dalla sua pagina Internet Saudiwoman e su testate straniere spargeva – come Khashoggi – articoli critici, minando la reputazione della casa reale. In cella ci sono poi alcune attiviste di lunga data come la 60enne e accademica della King Saud University Aziza al Yousef, schierata anche contro la legge del guardiano che vincola le saudite al permesso maschile ancora per diverse scelte personali e professionali, nonostante sia stata un po' allentata da MbS.

Lujain al Hathloul.

Con Aziza si batteva l'imprenditrice e manager Aisha al Mana, classe 1948, fondatrice negli Anni 80 della prima azienda guidata interamente da donne e poi prima direttrice sanitaria donna dell'Arabia Saudita. Aisha e un'altra attivista, la psicoterapeuta e fotografa di Riad Madeha al Ajroush, sono state portate via nella retata di maggio e rilasciate dopo un paio di giorni. In compenso a giugno, appena caduto il divieto di guida per le donne, è finita dietro le sbarre la professoressa Hatoon al Fassi, 54enne pilastro delle rivendicazioni femminili in Arabia Saudita. Da storica della King Saud University, Hatoon non aveva mancato di pubblicare nel 2007 il volume Nabatee: donne nell'Arabia preislamica, dove si riscostruisce come nell'antichità le antenate della penisola fossero molto più indipendenti legalmente e addirittura nell'élite regine e condottiere.

LA STRATEGIA DEL PRINCIPE EREDITARIO BIN SALMAN

L'accademica divulgava libri scomodi e pubblicava commenti focosi sui giornali, continuamente intervistata dalle testate arabe anche come capofila del movimento per il diritto di voto e di candidatura delle donne, per le quali aveva creato dei circoli. Voleva anche offrire alle saudite dei training per entrare in politica, subito bloccati al voto del 2015 dal Ministero per gli Affari comunali. Di certo, Hatoon non avrebbe taciuto all'uccisione di Khashoggi, con al Hathloul e le altre avrebbero rivendicato la materità delle conquiste parziali, sotto la stagione di MbS, delle saudite. Ma il principe impaziente di salire al trono, oltre ad aver strapagato per portare la Juventus e il Milan a Gedda, vuole concedere qualche possibilità in più alle suddite – ma lui e solo lui. Restano in carcere in Arabia Saudita, secondo le organizzazioni per i diritti umani, almeno 10 attiviste e 7 attivisti che lottavano per la parità delle donne.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Correlati

Potresti esserti perso