29 Maggio Mag 2017 1744 29 maggio 2017

Di nuovo mamme (delle loro nipoti)

I bambini dopo un femminicidio: come prendersi cura di loro? Ce lo racconta una nonna che si è ritrovata a prendersi cura delle sue nipotine dopo che il genero ha ucciso sua figlia.

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femminicidio

Sono quattro i figli che ha lasciato Antonietta di Nunno, uccisa a Segrate dal suo ex compagno con un colpo di pistola alla testa. Quattro bambini di cui qualcuno si dovrà prendere cura. Ma chi, e come? Ne ho parlato con Stefania, che a 59 anni si è improvvisamente ritrovata a dover fare da mamma alle sue nipotine perché il genero le ha ucciso la figlia e poi si è sucidato, come è accaduto a Segrate.

DOMANDA: Quanti anni avevano le bambine al tempo della tragedia?
RISPOSTA: La piccola aveva 18 mesi e la più grande quattro anni. Lui le ha accompagnate a scuola e aveva la pistola in macchina.
D: Tua figlia viveva in una situazione di violenza, si sentiva in pericolo?
R: Mi ero trasferita da pochi mesi a casa sua perché lui se ne era andato, non reggeva l’impegno, le rinunce e la responsabilità della famiglia. Dopo un po’ di tempo le aveva chiesto di ricominciare ma mia figlia non ne voleva sapere e aveva iniziato a subire stalking. Ogni tanto mi diceva «quello mi ammazza», ma mai pensi che possa accadere, non era un pazzo, non le dava nessun aiuto economico ma era comunque presente con le bambine, le veniva a trovare, le portavamo insieme al parco. Era anche un compagno che in casa, quando vivevano insieme, dava una mano, non le aveva mai fatto del male. Certo ora che so tante cose dei segnali c’erano, l’aveva isolata piano piano da tutte le amicizie, un po’ anche da noi, ed era gelosissimo, mia figlia evitava anche di bere un caffè con qualche collega per non litigare.
D: Quindi anche qui la conferma che non è mai un raptus, che le situazioni degenerano piano piano ma i segnali sono sempre gli stessi?
R: Sì, ma se queste cose non le sai non pensi di avere di fronte un assassino. Un giorno lui aveva detto una cosa a mio marito, da cui sono separata da tanti anni: «Tanto le bambine le crescerete voi». Non gli abbiamo dato abbastanza importanza, pensi siano cose che si dicono in un momento di rabbia. Non credi mai che qualcuno possa arrivare a tanto. Non mi do pace per non aver protetto mia figlia, anche se non so bene cosa avrei potuto fare. Ci eravamo rivolte anche a un centro antiviolenza ma lei sapeva che denunciare l’avrebbe messa in pericolo.
D: Sua figlia aveva fatto denunciat per stalking?
R: Sì, ma poi l'aveva ritirata. Lui l’ha uccisa a pochi giorni dall’udienza che lei aveva chiesto per imporgli degli obblighi nei confronti delle figlie, perché al di là di passare del tempo con loro lui non si voleva assumere nessuna responsabilità. Quando voleva vedere le bambine stava a casa nostra, mangiava con noi, pur di non spendere. E un lavoro ce l’aveva, li spendeva per sé.
D: Le bambine le sono state affidate subito?
R: Sì, i carabinieri hanno fatto venire una psicologa e siamo andati insieme a prenderle a scuola, dicendo che i genitori avevano avuto un incidente in auto. Me le hanno affidate in quel momento.
D: Le bambine sanno come hanno perso i genitori?
R: No, sono ancora troppo piccole.
D: Come ha affrontato una responsabilità così grande?
R: È stata durissima, e lo è ancora. Lavoro otto ore, e per fortuna ho una rete di amici e parenti che mi aiuta con le bambine. Voglio abbiano una vita il più normale possibile. C’è da portarle a nuoto, a danza; quando si ammalano io resto a casa dal lavoro ma se è solo un raffreddore ad esempio viene a casa mia sorella. Anche il mio ex marito è presente, ma la morte di nostra figlia lo ha distrutto e vede le bambine quando sta meglio, non puoi avere il magone di fronte a loro.
D: Ha delle difficoltà per queste assenze al lavoro?
R: No, anzi, mi hanno aiutato tantissimo e continuano a farlo. I colleghi si sono tassati per me e ogni mese mi arriva un contributo senza il quale non ce la farei. E poi i titolari quando è successo mi hanno pagato le spese del funerale e quelle legali. Se mi devo assentare un’ora non me la tolgono dallo stipendio e quando mia figlia è morta sono loro che mi hanno detto che avrei potuto chiedere il congedo di maternità, io nemmeno lo sapevo ed è stato prezioso. Sono i miei angeli custodi. Se non avessi avuto questo lavoro non ce l’avrei fatta a reggere tutto il peso.
D: Le bambine non percepiscono la pensione dei genitori?
R: Sì, ma è ridicola. Mia figlia era giovane, la pensione è di 176 euro, bisognerebbe fissare un minimo in questi casi. Con quella del padre arrivano a 600 mensili in due. Ci siamo trasferite a casa mia proprio per poter contare su una rete di aiuto, e ho affittato l’appartamentino di mia figlia; in tutto arrivo a 1100 euro, ma per le bambine, dato che vivono con me, quella è seconda casa, e tolte le tasse, l’imu, le spese condominiali, la cifra netta scende. È seconda casa anche l’appartamento che era del padre, rimasto sfitto.
D: Ma la famiglia di lui non ha contribuito? Non la aiuta economicamente?
R: No, però vedono le bambine, io non ho voluto interrompere i rapporti tra loro, sono i loro nonni.
D: Ma da quel conto potrà prelevare qualcosa per le spese quotidiane?
R: A loro nome posso prelevare per spese sportive e mediche, tengo tutto documentato. Le spese mediche sono alte, siamo anche in terapia con la psicologa.
D: Ma per questo non c’è il servizio sanitario?
R: In teoria sì, ma nella pratica avremmo un solo colloquio al mese, e non basta. La bimba più grande sente tutto il vuoto, si domanda perché proprio la sua mamma non ci sia più, deve essere seguita bene e allora privatamente fa un incontro a settimana.
D: Non può vendere uno dei due appartamenti?
R: Sono entrambi molto piccoli e in periferia, non hanno un grande valore, e comunque con il tribunale è tutto complicato, se vendi qualcosa di un minore devi riacquistare e fino alla maggiore età è tutto bloccato. E poi ogni istanza costa, è davvero tutto difficile e pesante.
D: E tu non segui una terapia per elaborare il lutto?
R: Sì, certo, anche io ho bisogno di supporto, ho un dolore immenso nel cuore ma non lo posso esprimere in alcun modo perché per le bambine devo essere il più serena possibile, devo trasmettere loro gioia e fiducia nella vita.
D: Le maestre delle scuole ti aiutano in tal senso?
R: Moltissimo, ci parliamo spesso, sono sempre in contatto con la psicologa della primaria che tiene sotto osservazione continua la bimba. È stata dura all’inizio, tanti pianti a dirotto, una cosa straziante. Per fortuna nonostante tutto a distanza di due anni le vedo serene, sono bambine solari. Hanno intorno una rete che le ama e questo è la cosa più importante.
D: Raccontami qualcosa di loro che ti fa sorridere.
R: Vederle sorridere mi fa sorridere. Io ho un letto da una piazza e mezza perché mi sono spostata nella cameretta e ho preparato per loro la stanza grande, dove ho messo un letto singolo e uno da una piazza e mezza in cui le addormento la sera leggendo una favola. Poi sposto la piccola nel suo lettino e vado in camera mia. Al mattino si infilano nel mio letto, poi arriva il cane, e ce ne stiamo abbracciate, e lì siamo proprio buffe, viste dall’alto dobbiamo sembrare dei pipistrelli.
D: A febbraio è passata in senato la proposta di legge a tutela degli orfani di femminicidio, che ne pensi?
R: Quello che è passato era il minimo, come la reversibilità della pensione e l’asse ereditario, ma per i bambini si prevede un fondo legato solo a borse di studio e le priorità nel mondo del lavoro hanno delle condizioni che non danno garanzie. L’assistenza medica nel pubblico è insufficiente, ci vogliono mesi solo per avere il primo incontro. I parlamentari fanno le leggi senza sapere com’è la vita. Ma io dico: chiama la gente che ha problemi, ascolta e poi fai le leggi. Io ho 61 anni e devo aspettare i 67 per andare in pensione. Sarebbe giusto che fosse prevista una fuoriuscita, almeno una riduzione dell’orario a parità di stipendio, è faticoso trovare le energie per un impegno così grande.

Critica su questa proposta di legge è anche Vera, 48 anni, giovane nonna che sta crescendo la sua nipotina di 5. La figlia di Vera è stata uccisa a 20 anni dal padre di sua nipote, oggi in carcere. «La proposta è un passo avanti che speriamo diventi legge al più presto - dice - ma non è assolutamente sufficiente, rimanda comunque alle possibilità economiche dei nonni, e non è giusto. Molti bambini finiscono nelle case famiglia perché i nonni non hanno i mezzi per prendersene cura, ma sono loro ad avere il diritto di crescerli ed è un diritto dei bambini di essere cresciuti da loro. È una proposta troppo scarna».
Un bambino in casa famiglia costa allo stato dagli 70 ai 120 euro al giorno circa (cifre che aumentano fino a raddoppiare in caso di disabilità perché la voce più incisiva è lo stipendio degli educatori), eppure sembra che lo stato continui a privilegiare questa soluzione che non è difficile immaginare traumatica per qualsiasi minore che si trovi non solo orfano ma sradicato dal proprio contorno affettivo parentale. «Quando i bambini sono piccoli - continua Vera - non sono ancora in grado di comprendere la morte, la vivono come un abbandono. E per loro essere affidati a una casa famiglia o a persone esterne è un abbandono nell’abbandono. Ma nessuno sembra comprenderlo. È come se con la morte della mamma morissimo tutti, loro, noi, veniamo tutti dimenticati. Dovremmo essere equiparate alle vittime di mafia, e invece gli assassini hanno sconti di pena come per altri delitti. Così le donne uccise non avranno mai giustizia, e nemmeno i loro figli. Forse dovremmo unirci tutti come nonni e parenti, per far sentire di più la nostra voce. Non chiediamo favori, chiediamo rispetto».
Anche Vera per sé e per sua nipote ha integrato il supporto dell’asst con la consulenza psicologica privata: «Ci vuole un lavoro costante e con incontri ravvicinati, anche per me; è molto più facile crescere una figlia che una nipote in questa situazione, ogni scelta va pensata, ragionata, è una grande responsabilità».Vera ha ottenuto l’affidamento esclusivo della nipote, facendo decadere la potestà genitoriale all’assassino di sua figlia: «Non è stato difficile perché lui non si è mai interessato della bimba, le ho fatto anche togliere il cognome paterno; oggi porta quello di sua madre, che se l’è cresciuta da sola ed è giusto così».

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