L'intervista 4 Marzo Mar 2014 0900 04 marzo 2014

Carlotta la cantastorie digitale

Poliedrica, testarda. Così la Petracci è riuscita a fare della creatività una professione. Pagata.

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Carlotta Petracci è è blogger, direttore creativo, designer, insegnante allo IED, storyteller e...

Essere creativi, in tempi di crisi, può sembrare una vera e propria impresa impossibile: sono moltissimi i giovani artisti – tra scrittori, copywriter, grafici, designer, videomaker e illustratori – sfruttati per il proprio lavoro, troppo poco spesso remunerato adeguatamente e sempre meno considerato per il suo valore.
Come a dire: «Se sei creativo è perché ti piace, quindi lavorare gratis (o quasi) non è un problema». Come del resto ha bene evidenziato il video virale #coglioneno, che denunciava quanto spesso il lavoro creativo sia considerato poco, tanto da non essere nemmeno retribuito.

CARLOTTA, SEMPRE IN MOVIMENTO
In questo desolante panorama esiste, tuttavia, qualche eccezione. Qualcuno che può dire di avercela fatta, o comunque di essere davvero sulla buona strada: Carlotta Petracci, classe 1980, da Cesena, cuore e spirito romagnolo e moltissima voglia di fare.
Prima la laurea in Industrial Design al Politecnico di Milano, poi un'esperienza nel campo della moda, collaborando con lo studio Silvestrin & Associati per l’ideazione e la produzione di eventi e sfilate. A seguire, la progettazione di articoli per la casa insieme all’architetto Vittorio Locatelli, ed infine, nel 2007 la scelta di Torino come sua base: qui ha fondato lo studio White e ha iniziato una nuova fase lavorativa, occupandosi di direzione strategica e creativa e della produzione di brand content per aziende di tutto rispetto. Il tutto senza scordare la propria grande passione per la cultura visiva: basti dire che la collezione permanente del Museo Internazionale delle Arti Applicate Oggi di Torino ospita alcune delle sue opere.
Esiste dunque una formula magica per il successo nel settore dei creativi, oggi tanto bistrattato? A quanto pare sì «Basta non mollare mai. Ed essere eclettici, ambiziosi sempre alal ricerca di ciò che nuovo e sperimentale» ha detto Carlotta a LetteraDonna.it.
DOMANDA: Da romagnola Doc, come hai vissuto la fredda Milano e poi Torino?
R: Della Romagna amo il paesaggio. Ricollego Cesena, e il mare poco distante, al sale, alla sabbia, al sole, che sono, da un punto di vista di immaginario, punti fermi, sia del mio carattere sia della mia poetica. La Riviera è un pò la mia California! Ci sono però altri aspetti della mia personalità che senza dubbio le altre due città in cui ho vissuto hanno saputo tirare fuori: Milano ha rappresentato l'incontro con la vita urbana e metropolitana, con tutto quel valzer di cose che accadono, e che normalmente non raggiungono la provincia. Gli anni milanesi hanno dato una forte accelerata al mio eclettismo e alla mia fame e alla mia voglia di conoscere e di fare esperienze.
D: E Torino? Ha fama di città complessa...
R: Torino invece rappresenta il mio lato più notturno e introspettivo: non è una metropoli, ma non è neanche la provincia. Èuna città che ha poco a che fare con l'Italia. È sperimentale e avanguardista, ma ragiona su piccole scale e quindi difficilmente le notizie escono dal suo territorio. Per me ha rappresentato l'inizio concreto di tutto, della mia vita artistica e di quella professionale.
D: Bel trittico, quindi
R: Direi che corrispondono esattamente a corpo, mente e spirito.
D: Fai moltissime cose. In quale ti riconosci maggiormente?
R: Più che nelle attività, io mi riconosco in un modo di fare le cose.
D: E il tuo qual è?
R: A me piace raccontare delle storie e sento spesso il bisogno di farlo con tutti gli strumenti e i canali che il mondo della comunicazione mi mette a disposizione.
D: Un esempio?
R: Quando ho curato il Festival di Photissima a Torino, ho immaginato che il percorso espositivo si sviluppasse sulle pareti delle Manifatture Tabacchi come una vera e propria rivista squadernata. A ogni gruppo di fotografie corrispondeva un articolo, proprio come succede nei magazine.
D: C'è un linguaggio che ti corrisponde in modo particolare?
R: Scendendo nel profondo delle mie passioni, senza dubbio il linguaggio che prediligo per raccontare le mie storie è quello filmico, documentaristico, video, perché riesce a tenere insieme l'immagine, il racconto e il suono.
D: Ai giovani che vorrebbero tentare la strada “artistica” cosa consigli?
R: Partendo dalla mia esperienza, penso che tentare solo la strada artistica sia riduttivo, perché è facile che le persone giovani confondano l'arte con la creatività, non capendo che la creatività è industria e l'arte un dono. Quindi consiglierei prima di tutto di imparare a fare bene il lavoro creativo; poi è chiaro, se una persona ha dei talenti che vanno oltre, gli si apriranno le porte anche della strada artistica.
D: Nel 2007 hai fondato il tuo studio, White. Di cosa vi occupate nello specifico?
R: Qualcuno ci chiama filmmaker, ma per me siamo semplicemente dei «cantastorie digitali». Siamo storytellers: raccontiamo storie. Dai magazine ai documentari, dagli spot ai social media, dalla curatela alla sperimentazione nelle arti visive, sviluppiamo progetti di comunicazione che si fondano sulla produzione di contenuti.
D: Lavorare su più fronti e seguire attività diverse è un obbligo oggi?
R: Spesso mi chiamano multitasking, o poliedrica. Io forse non userei questo aggettivo per parlare della mia personalità e del mio lavoro. Per me affrontare progetti che sono anche molto diversi tra loro significa in realtà la stessa cosa ogni volta: organizzare le idee e applicare un metodo. Solo così si riescono a fare tante cose insieme e contemporaneamente. Ed è il consiglio che darei ad altri.
D: Quanto riesci a guadagnare con i tuoi lavori?R: Il problema non è quanto si guadagna, ma come si lavora. Un piccolo studio come il mio può arrivare a un fatturato annuo che va dai 150 ai 400 mila euro. Ma il problema è l'ultile, cioé quello che rimane.. E spesso ti confesso che tra spese, e soprattutto tasse, non rimane nulla.
D: Solito problema della precarietà dei creativi?
R: Parlerei piuttosto del fatto che in Italia non c'è più spazio per la piccola imprenditoria, soprattutto quando si confronta con ambiti come quello della creatività. Però,  per chi della creatività vuole fare una professione  secondo me le possibilità di vivere con questo lavoro ci sono. Certo occorre grande tenacia.

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