27 Marzo Mar 2018 0902 27 marzo 2018

Un estratto di 'Dio è tornata', il nuovo libro di Vauro Senesi

Mette di nuovo piede sulla Terra, ma questa volta è una donna. Il mistero di una giovane senza passato che si aggira per le strade della città nei nostri giorni.

  • ...
Senesi Dio È Tornata

Esce il 27 marzo edito da Piemme, si chiama Dio è tornata: un libro umano e spirituale che racchiude un caleidoscopio di avventure tenere, buffe e drammatiche. Firmato da Vauro Senesi, giornalista, scrittore, vignettista satirico toscano, racconta di una giovane senza passato che si aggira per le strade della città nei nostri giorni. Non ha nome né casa e indossa un grosso cappotto di lana: sembra una vagabonda come tante, eppure è capace di trasformare ritagli di carta in pesciolini guizzanti e di leggere nel cuore di chi la circonda le sofferenze più intime e i traumi più segreti. Chi sarà mai?, si chiedono quelli che la incrociano.
Se solo conoscessero la risposta, resterebbero senza fiato. È Dio tornato sulla Terra. Anzi tornata: perché se il peso della lontananza dagli uomini è insopportabile, se solo condividendone le gioie e le pene si può essere veramente e pienamente Dio, cosa c’è di meglio che incarnarsi in un corpo di donna e affrontare il creato? Ma quando il Creatore diventa creatura, la natura umana prende il sopravvento: il Dio fatto donna è fragile e soggetto a stupori e paure. Dubita dei propri poteri, si interroga sull’esistenza del male e non esita a mettersi in discussione. Conosce la gioia dell’innamoramento e dell’intimità e il sapore aspro della cattiveria, sperimenta il groviglio inestricabile di luce e oscurità del mondo. In un caleidoscopio di avventure, Dio riscoprirà passo dopo passo la propria divinità, attraversando la vita e la morte fino all’epilogo, spiazzante e sorprendente. Perché la risposta che tutto spiega è celata nelle pieghe della vita vissuta. Di seguito un estratto di Dio è tornata.

«Capita, in queste pagine, che Dio torni sulla Terra. Ma questa volta è donna»

Ottuso, ritmico, costante. Più che un suono una vibrazione. Si espande e si ritrae a onde concentriche, centrifughe e centripete. Increspature liquide. Liquidità densa, dilatata e compatta. Senza argini. Lo spazio è liquido, infinito. «Io sono liquido. Io sono lo spazio». Mi affaccio con stupore al pensiero. È la nozione stessa del pensare che mi stupisce. «Io sono il tutto». Mi spaventa essere tutto e una parte del tutto nel medesimo tempo. Il tempo è la vibrazione. Alla prima se ne aggiunge un’altra. Le increspature si fondono e si confondono. La seconda sta aumentando di intensità. Si fa via via più forte. È vicina. Vicinissima. «Io ne sono la fonte». La sento dentro. «Dentro, fuori», esterno, interno. Ci sono confini nell’infinito. Mi racchiudono, mi contengono, mi separano. L’io si rattrappisce in una forma. Non la vedo, la percepisco. È mia ma non mi appartiene. «Non ne ho memoria». Si muove. «La muovo». È un movimento goffo, impacciato. Si innesta come un grumo nella fluidità della mia memoria e subito ne diviene un elemento. Libero con sforzo la forma dal suo rattrappimento. Il moto si incanala in direzioni diverse. «Gambe», «braccia», «mani»... Le esplora e le definisce. «Occhi». Buio. Nel buio torno a rannicchiarmi. Sospeso. L’ansia svanisce fluttuando. Il sogno è liquido. Ne emergo. Tossisco come se avessi ingoiato acqua salata. «Dovrei smettere di fumare...». Sollevo il busto dal materasso. Appoggio la schiena alla spalliera del letto. Le lenzuola sono umide del mio sudore. Spesso quando dormo torno nel ventre materno. Non è solo un sogno, è un ricordo preciso. «È lì che sono divenuto carne». Io che non ho mai avuto inizio ho trovato lì il mio inizio. Scrutando all’indietro nel sonno mi rivedo: forma rattrappita, rannicchiata in posizione fetale. Quella immagine mi angoscia, ma allo stesso tempo mi intenerisce per la sua fragilità. La mia fragilità. A ogni risveglio vengo partorito. La finestra è spalancata. Appena apro le palpebre, la violenta luce bianca mi colpisce gli occhi facendoli lacrimare. Li stropiccio con le dita per alleviare il bruciore. È bella la luce del sole. «In ogni bellezza c’è un dolore. Anche piccolo, ma c’è» mi dico allontanando lo sguardo dalla luce. «Eppure... non c’è alcuna bellezza nel dolore». Questa riflessione mi rattrista. «Non amo il dolore. Anche se so che è proprio l’assenza di amore che lo genera e lo alimenta». Allungo la mano verso il comodino. Cerco a tentoni il pacchetto di sigarette. Per cacciare il pensiero del dolore. «Creo ciò che penso e non voglio creare dolore». Lo scatto dell’accendino. La fiammella che si avvicina al tabacco. La luminosità rossastra della brace accesa. E il fumo. Incorporeo, impalpabile. Spirito, «sostanza simile alla mia sostanza originale». Lo inalo e lo espiro per confondermi nella sua eternità. «Respiri profondamente.» Fatico a decifrare le parole. Più che una voce pare un rimbombo. Mi martella alle tempie come le pulsazioni che ne gonfiano le vene. «Forza, un bel respiro» insiste il rimbombo. Vorrei gridare: «Ma che cazzo vuoi? Accidenti a te, lasciami in pace! Non ce la faccio, porca puttana!». Ma insulti e imprecazioni si frantumano contro il muro dei miei denti serrati. Stretti per il dolore. Mi esce solo un grugnito roco, sconcio. Sono fradicia di sudore. Fradicia come il telo sotto di me. «Come una scrofa inzuppata di melma». È così che mi sento, e la rabbia si mischia al dolore. «Maledetti... maledetto!» L’urlo supera la barriera dei denti. Potente, terribile. Mi atterrisce. È la mia voce che maledice. «Sto maledicendo mio figlio che sta nascendo...». Io figlio. Io padre. Io madre. La potenza della bestemmia mi travolge. Mi scuote come un ramo secco investito da un vento di tempesta. Temo mi spezzi. È una sensazione nuova. Forte quanto la bestemmia. Rigida come gelo. Paralizza nella sua morsa il mio essere. Lo sta annullando. Annullamento, bestemmia nella bestemmia. È paura. La paura mi sveglia. «Io sono. Tu sei». Spalanco gli occhi. Non è una voce altra, quella che mi giunge, ma un’eco. Mi guardo attorno. La sigaretta appoggiata sul bordo del comodino si è fatta cenere. Un velo di fumo ristagna nell’aria ferma. La luce bianca della finestra lo attraversa dandogli il baluginio della polvere cosmica. La stanza è angusta. Chiusa. Il fumo luminoso la dilata espandendosi lento. «Forse è da quella galassia diafana che proviene l’eco...» Le parlo. «Io sono?» domando. «Tu sei. Tu eri. Tu sarai» risponde l’eco. «Chi sono?» insisto. «Chi sono?» ripeto più volte.

I vetri della finestra sono chiusi. «Da dove può essere arrivato l’alito d’aria che ha dissipato il fumo e spento la galassia?». Eppure l’ho sentito bene. Un soffio freddo che mi ha accarezzato. Come l’eco. «Il mio respiro. Il soffio è il mio stesso respiro». Lo trattengo in me insieme alla domanda che racchiude... «Chi sono?». Mi alzo per andare a cercarmi, magari nel riflesso del vetro. Ma la luce bianca è troppo in tensa. Brucia ogni rifrazione. Le volto le spalle. L’intonaco nudo della parete fa da schermo alla mia ombra che vi si proietta. Scura, allungata, netta. Una sagoma con il volto celato nel proprio medesimo buio. Mi osservo e non scorgo occhi, naso, bocca. Solo un abbozzo di identità indefinita, in nuce. «Come un embrione». Nel letto vuoto le lenzuola sono stropicciate. Umide. Intrise del mio sudore. Torno a immergermici strappando l’ombra dalla parete. La raccolgo in me, racchiudendola tra le braccia e le gambe piegate. I gomiti che toccano le ginocchia, la testa incassata, le palpebre chiuse. L’embrione si fa feto. Il respiro amniotico. La paura si diluisce nel liquido. «Chi sono?». La domanda assillante si dissolve nell’esistere allo stato puro. Sonno e veglia si mescolano nella placida immobilità di quell’umore. «...Maledetto!» Il grido giunge chiaro alle mie orecchie. Ho consapevolezza di me nel ventre materno. È coscienza e conoscenza. Scorgo nitido il cordone ombelicale, sembra fluttuare lento come un’alga in un mare quieto. Sento il grido. Sento il sentire di mia madre. Lei è il tutto, e io sono parte di lei. C’è dolore, un dolore fisico continuo e lancinante. Ma l’anima del grido è amore. Più intenso e più acuto del dolore. Lo innerva. Lo placa. Mi commuove di una commozione adulta, consapevole. Non c’è bestemmia. Dolore e amore sono fusi nell’atto creativo. Io che l’ho concepito mi scopro a sorprendermi del miracolo della vita nell’attimo stesso in cui la sperimento. «Ecco, ecco, ci siamo...». Una voce. «Spinga, spinga adesso...» Una seconda voce. Il grido di mia madre si tramuta in un ansito. Ritmico, profondo come il suono delle onde che si infrangono sulla riva. La placidità delle acque si rompe. Il liquido vortica. Il fluttuare dell’alga si fa frenetico. Il cordone ombelicale è teso come la gomena di un’ancora che resiste alla corrente. Mi sento risucchiare in un mulinello. Immagino l’accelerazione del battito cardiaco della creatura inconsapevole che sta per essere scagliata dai marosi in una dimensione nuova e sconosciuta. Lo immagino soltanto, perché le pulsazioni del mio cuore non subiscono alcuna alterazione. I tonfi sordi che si succedono rapidi e disordinati provengono dal cuore di mia madre. Li distinguo nettamente dai miei, eppure proprio come i miei risuonano nel mio petto. La sua ansia non è la mia paura. Non provo più paura. «Io so. So che sto per essere partorito». Coscienza e conoscenza. Attore e spettatore del parto.

«Ecco, ecco... Ci siamo... Un ultimo sforzo!»

Le voci fuori sono borboglii dentro il flusso di acqua torbida. Un fiotto che mi trascina in una vorticosa rotazione tra le pareti di un condotto angusto, buio. Poi, improvvisa e violenta, la luce. Bianca. Brucia come l’aria rovente che invade i polmoni. Vado verso la finestra, la apro. Mi affaccio. Guardo il cielo notturno. E allora comprendo. «Io sono la luce». Mi ritraggo. Chiudo i vetri. La luce si attenua finché la sua intensità non smette di bruciare il riflesso. Il vetro ora mi specchia. Lentamente metto a fuoco la mia forma, che si delinea tenue e trasparente sulla superficie liscia del cristallo sullo sfondo del cielo notturno. All’improvviso, la scia lucente di un corpo celeste attraversa la volta buia e si perde dietro un invisibile orizzonte. Una scintilla della sua luminosità rimane per un attimo ancora impressa nei miei occhi. Vedo quelli di mia madre che dal riflesso mi osservano. Segnati dalla fatica del parto. Guardo il viso, i seni, i fianchi larghi. Nelle sue forme riconosco la mia forma. Fatto uomo, mi sono concepito donna. Donna mi sono generato. Luce, riflesso, corpo. Corpo fisico. Un brivido freddo mi percorre sotto pelle. Con il palmo delle mani mi stropiccio le braccia per attenuarlo. Pelle contro pelle. Un contatto spontaneo ma inatteso. La sensibilità.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Correlati

Potresti esserti perso