Viaggiolibera_mente

5 Luglio Lug 2017 1440 05 luglio 2017

Un viaggio che non finisce mai

Un lutto improvviso strappa Sara al suo sogno esotico e la riporta in Inghilterra, dove si confronta con la tradizione induista. E riflette sulla necessità di continuare a guardare dentro sé stessa.

  • ...
sara pinotti viaggiolibera_mente

Ci sono delle storie che possono essere raccontate solo a bassa voce, con delicatezza. Sono quelle che non hanno avuto la premura di bussare prima di spalancare una porta sulla nostra esistenza; quelle che sono arrivate con prepotenza e si sono prese tutto quello che avevamo, lasciandoci in mano solo i cocci di quello che la vita era, prima. La storia che sto per raccontare è una di queste, una storia che si è presa il mio viaggiolibera_mente e ci ha lasciato sopra un marchio indelebile. Mi piacerebbe dirvi che vi sto scrivendo da una villetta sulle colline di Bali, quella che io e Remy abbiamo quasi affittato qualche giorno fa, pronti a trascorrerci l’ultimo mese del nostro viaggio attraverso l’Asia. Invece no, vi sto scrivendo dalla camera da letto di una centenaria villetta di campagna nel bel mezzo di una fredda estate inglese. Un lutto improvviso nella famiglia di Remy ci ha strappato dal nostro sogno esotico e ci ha trasportato in una grigia e distorta realtà ben prima che ci sentissimo pronti a tornare a casa. Di certo non eravamo pronti a questa onda di dolore un po’ stupito, un po’ confuso, e non riusciamo a fare altro che stringerci nei maglioni di lana che abbiamo raccattato da un vecchio armadio.

NIENTE NERO, SIAMO INDIANI
Eppure l’Oriente ci ha inseguito anche qui, in Inghilterra: non importa quanto gelido possa essere il vento inglese, ovunque ci guardiamo intorno sembra proprio di essere ritornati in India. C’è Nani, la nonna di Remy, che imperterrita ordina a tutti cosa fare; c’è il dhal di lenticchie preparato per cena; ci sono i fiori, le candele e l’incenso. «Sara, conosci la nostra famiglia da così poco tempo eppure hai già visto molte delle nostre tradizioni», mi dicono, con un sorriso triste. Ed è vero. Negli ultimi due anni ho partecipato a un epico matrimonio indiano, ho visitato l’India e ora mi ritrovo a un funerale induista. C’è una certa teatralità dei pianti e dei sorrisi che soltanto italiani e indiani possono capire, mi sembra così evidente ora quanto siamo simili. L’unica cosa che manca sono i colori. È tutto bianco. E questa è una netta differenza tra il lutto in India e quello in Italia: gli indiani non ne vogliono proprio sapere del colore nero, quando muore qualcuno si ricoprono di un lucente e abbagliante bianco.

SALVARCI CON LA GENTILEZZA
Così, tutti vestiti di luce, celebrano i propri riti funerari fatti di fiori, terra, burro e fuoco. Si onora il defunto offrendo in celebrazione quel che di meglio abbiamo per il passaggio dalla morte del corpo fisico alla sopravvivenza dell’anima. Si accende un fuoco, si donano riso, terra, fiori, incenso, qualche goccia di acqua del Gange, cui le ceneri del defunto verranno restituite dopo la cremazione. L’intensità di un funerale induista visto con gli occhi da profana di questa mistica religione fa desiderare allo stesso tempo di scappare via e di essere parte di queste antiche tradizioni.
C’è una parte di me che fin dal primo minuto di questa triste storia ha compreso l’ineluttabilità di quello che è successo, del fatto che io e Remy non abbiamo avuto alcun potere di resistenza e siamo stati strappati via dal nostro viaggio da sogno per recitare ancora una volta la nostra pooja, la nostra preghiera, in un contesto di tragica tristezza, col cuore spezzato.
30 anni passati a cercare di controllare presente e futuro mi sono serviti per capire che a volte non c’è proprio niente che possiamo fare per cambiare le carte in tavola e l’unica cosa che ci può salvare è proprio essere gentili con noi stessi e ammettere che stiamo solo cercando di fare del nostro meglio, nel bene e nel male.

LA SAGGEZZA DEL MANTRA
Ci vuole tanta, tanta delicatezza per affrontare una situazione spinosa come quella in cui Remy è finito suo malgrado, e io con lui, e l’unica cosa che sembra darci calore in questo gelido vento inglese è la dolce cantilena di un mantra induista che echeggia in ripetizione per tutta la casa. È un mantra antico e così sacro che per anni soltanto le case più alte della società indiana potevano pronunciarlo. Si chiama Gayatri mantra ed è un inno alla lungimiranza, all’imparare a conoscerci per quello che siamo, al trovare la forza dentro noi stessi, nel nostro intelletto: è un inno al potere del discernimento che aiuti ad analizzarci e trovare una forza interiore tanto potente da poter essere definita divina.

Aum bhur bhuvam swah, tatsaviturva ranyam, bhargo dayvasya dheemahi, dhiyo yo nah prachodayaat
Noi preghiamo la luce divina di Dio, il creatore della terra, del mondo e del cielo così che possa ispirare le nostre migliori e più acute facoltà

IL VIAGGIO NON FINISCE MAI
Penso che il nostro viaggiolibera_mente non sia ancora finito, anche se non siamo più in Indonesia. Penso che dopo tanti mesi di viaggio e spostamenti sia arrivato il momento di fermarci e guardarci dentro, per capire finalmente cosa siamo e dove vogliamo stare; per scoprire la nostra meta finale, per riuscire a mettere un punto alla fine di questa esperienza di vita con lo zaino in spalla. Penso che se c’è un insegnamento positivo che questa triste e inaspettata tappa del nostro viaggio ci ha lasciato, sia quello del Gayatri mantra attraverso le parole del pandit, il sacerdote che ha officiato il mio primo funerale induista: «L’importante è conoscere sé stessi e riconoscersi con onestà».
La forza di cui abbiamo bisogno risiede in noi, per trovarla dobbiamo essere sinceri prima di tutto con noi stessi, offrendo al mondo ciò che di meglio abbiamo. Nutrendo il nostro karma di gentilezza e pensieri positivi, un giorno potremo riconoscerci guardandoci allo specchio per quello che siamo, che eravamo, che saremo, che siamo sempre stati, e la nostra mente libera non proverà altro che un senso di pienezza, di accettazione e di pace.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Correlati

Potresti esserti perso