21 Giugno Giu 2017 1037 21 giugno 2017

«Destra e sinistra unite nell'omofobia»

Dopo aver affrontato il tema del sessismo, Filippo Maria Battaglia scrive un nuovo libro sul rapporto tra la politica italiana e gli omosessuali: «Discriminazione bipartisan». Lo abbiamo intervistato.

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Froci. Malati. Culattoni. Finocchi. Ricchioni. Busoni. Bulicci. Checche. Diversi, per eccellenza. Raffinati e sensibili ma, in fondo, spiacevoli da frequentare e certamente non adatti a fare gli insegnanti di scuola elementare, per esempio. Colti, ma indecifrabili a molti. Esagerati. Meglio tollerati se più discreti.
Un esercito di innominabili, messi all’angolo e giudicati da tutti, per il loro orientamento sessuale. Uomini con uomini. Donne con donne. Che la società italiana ha sempre cercato di rifiutare. Come racconta Filippo Maria Battaglia, giornalista di SkyTg24, nel suo ultimo libro, Ho molti amici gay, edito da Bollati e Boringhieri. Un’inchiesta storica sulla guerra trasversale che politica e società hanno fatto, negli anni, agli omosessuali.

DA BREIBANTI A OGGI
Esemplare la vicenda di Aldo Breibanti. Durante gli anni del liceo aveva scritto un manifesto rivolto «A tutti gli uomini vivi». Invitava i suoi coetanei e i suoi compagni a organizzarsi contro la dittatura fascista di Benito Mussolini. Suo padre era medico e lui si appassionò al mondo degli insetti. In particolare, delle formiche. Fu partigiano e dirigente nel Partito comunista. Ma era anche omosessuale. E questo, al partito, non piaceva.
Nel 1968, in piena contestazione studentesca, fu processato perché aveva scelto di convivere con un ragazzo più giovane di lui, ma già maggiorenne. Non potendolo accusare di corruzione di minore, gli marchiarono addosso il reato di plagio. Un malato. Un deviato. Un pederasta, si disse all’epoca. La sua passione per le formiche si trasformò in una prova della sua malattia. Gli diedero nove anni in primo grado, gli stessi dati ai responsabili del disastro del Vajont, che costò la vita a 2000 persone. Un processo surreale.
Il Pci, di fatto, lo isolò e non lo difese mai. Anzi, riuscì a omettere la sua iscrizione al partito durante i resoconti dei processi. «La discriminazione in Italia nei confronti degli omosessuali ha una lunghissima storia, che ha riguardato destra e sinistra negli ultimi 50 anni», spiega Filippo Maria Battaglia a LetteraDonna.

DOMANDA: Il sottotitolo del suo libro è: La crociata omofoba della politica italiana. Perché ha usato proprio il termine 'crociata'?
RISPOSTA: Perché, spesso, i termini utilizzati dagli omofobi sono stati tra l’apocalittico e il grottesco. Il campionario vetero degli insulti, poi, sapeva proprio di 'crociata' nei confronti degli omosessuali.
D: Per quale motivo, secondo lei, in Italia non c’è ancora una legge sull’omofobia?
R: Perché nel nostro Paese, a differenza di altri, non c’è mai stata nemmeno una legge contro l’omosessualità.
D: Sembra un paradosso però.
R: In Italia, a differenza di Paesi europei come Gran Bretagna, Francia e Germania, che fino alla metà degli Anni ’60 e addirittura fino al 1980 hanno avuto una legge punitiva contro l’omosessualità, non c’è mai stata una norma di questo genere. Questo non perché noi fossimo liberali. Anzi.
D: E allora per quale motivo?
R: Perché è sempre esistito il principio del «si fa ma non si dice». È sempre esistito quell’atteggiamento che la sociologia definiva «tolleranza repressiva», il fatto cioè che si tollerasse qualcuno senza accettarlo davvero. L’idea di fare una legge contro gli omosessuali significava dire all’opinione pubblica che l’omosessualità esisteva.
D: Quali conseguenze ha comportato oggi fingere che l’omosessualità non esistesse?
R: Ha condizionato la società e la politica italiana, perché mentre in quei Paesi si abrogavano quelle leggi e se ne promuovevano di più inclusive per la comunità LGBT, l’Italia, per proseguire questo atteggiamento di sostanziale chiusura, è rimasta immobile. E i diritti LGBT non sono mai stati presi in considerazione, né tutelati. Credo sia questo il motivo per il quale il disegno di legge sull’omofobia è fermo, dal 2013, in Senato.
D: Secondo lei perché non è stato approvato?
R: Credo sia a causa di questo atteggiamento di voluta chiusura della classe politica italiana, che attende, in tutti modi, che ad affrontare certi temi siano altri poteri. È accaduto con l’aborto e anche con il divorzio. Posso farle un esempio?
D: Prego.
R: La stepchild adoption: la politica sta aspettando che la giurisprudenza, attraverso le sue competenze, si consolidi e prenda al suo posto determinate decisioni. È un cortocircuito democratico.
D: Lei ha citato molti politici, contemporanei e del passato. Qualcuno di loro ha provato a contattarla?
R: Sì.
D: E si possono conoscere i loro nomi?
R: No (ride, ndr).
D: Perché?
R: Ci sono stati dei politici italiani che si sono sicuramente innervositi perché rientravano nella categoria degli insospettabili. Ma il libro è abbastanza documentato e le loro dichiarazioni si commentano da sole. Io non ho mai avuto intenzioni moraliste: ho fatto uno spaccato sociale che riguarda tutti noi, perché si fa presto a dire che la politica è brutta, sporca e cattiva e che invece la società è bella, inclusiva e tollerante.
D: Perché, com’è invece la società?
R: Gli ultimi dati Istat (risalenti al 2012, ndr) ci dicono che quattro italiani su dieci proverebbero fastidio o giudicherebbero inappropriato il fatto che un maestro elementare fosse dichiaratamente omosessuale. Uno su tre troverebbe inadeguato che un medico lo fosse. La politica rappresenta l’elettorato italiano.
D: Quindi le colpe sono di entrambi?
R: La politica italiana non è geneticamente peggiore delle altre. Semplicemente sa che può permettersi certe uscite perché l’elettorato non le sanziona e non le considera offensive. In ogni caso, comunque, secondo l’agenzia dell’Unione europea, quella italiana è la classe politica più omofoba dopo la Lituania. Siamo in coda a tanti Paesi che hanno una tradizione democratica meno consolidata della nostra.
D: A chi consiglierebbe la lettura del suo libro?
R: Spero non venga letto soltanto dai militanti LGBT o da persone che hanno vissuto sulla propria pelle le discriminazioni più pesanti. Spero arrivi a quella parte di lettori che considera che gli omosessuali sarebbero più accettati se fossero più discreti. Anche questi sono dati Istat: il 40% degli italiani lo pensa.
D: Com’è cambiata, secondo lei, la narrazione delle persone della comunità LGBT dopo la legge sulle Unioni civili?
R: Negli ultimi anni credo che, in generale, gli atteggiamenti siano cambiati in meglio, perché si è trasformata anche l’opinione pubblica. Tuttavia, se si guardano le agenzie di stampa o i sondaggi ci si rende conto di quanto la strada sia ancora molto lunga.
D: Perché?
R: Aggettivare una persona, quando non serve, sul suo orientamento sessuale nei casi di cronaca, per esempio, avviene di continuo nei giornali. C’è anche chi omette apposta gli articoli femminili nei confronti di persone transessuali.
D: Era urgente scrivere un libro sull’omofobia in politica nella storia del nostro Paese?
R: Sì. Da un lato, una storia dell’omofobia in politica non esisteva. Poi perché questo libro è la prosecuzione di un altro lavoro, Stai zitta e vai in cucina, dedicato alla discriminazione nei confronti delle donne e al maschilismo in politica. Scrivendo quel libro, mi sono reso conto che le due cose si somigliano molto, sono due gambe della stessa mentalità.
D: Perché, secondo lei?
R: I politici maschilisti sono quasi sempre omofobi. Noi siamo abituati a pensare che l’omofobia e il maschilismo siano caratteristica di una sola parte politica. Ma non è così: entrambi sono una piaga culturale di questo Paese. In questo elenco non ci sono politici conservatori o dell’ultradestra, ma anche icone della sinistra.
D: Qual è stato il nome, trovato nelle sue ricerche, che l’ha colpita di più? Da chi non si aspettava atteggiamenti omofobi?
R: Due nomi, sempre della sinistra italiana. Palmiro Togliatti, che definì pederasta un già premio Nobel come André Gide, dopo che questi criticò il comunismo. E poi Rosy Bindi che, nel 2006, quando si discuteva il disegno di legge sui Dico, che portava il suo nome, per tranquillizzare l’elettorato cattolico più intransigente, in un incontro pubblico disse: «È meglio che dei bambini crescano in Africa, piuttosto che con due uomini o con due donne». Potrei fare un terzo nome.
D: Quale?
R: Massimo D’Alema.
D: Perché?
R: Quando fu vicepresidente del Consiglio del secondo governo Prodi affermò che il centro-sinistra, discutendo dei Dico, si stava, di fatto, facendo rinchiudere e incastrare in questioni marginali rispetto ai veri problemi del Paese. Una frase che si commenta da sola, tornata purtroppo di grande attualità.
D: Perché?
R: Di recente c’è stato il tentativo di fare un bilancio sulle Unioni civili. Alcuni quotidiani di sinistra le hanno definite un flop perché se ne sono registrate soltanto 2800 in un anno. A parte che sono dati sottostimati, ma l’idea di quantificare e di non qualificare i diritti è un vizio che fa capire molte cose.
D: C’è stato, invece, qualche esempio virtuoso che magari non si aspettava?
R: L’episodio che mi ha colpito di più è stato l’incontro tra Giò Stajano, una delle prime icone gay del dopoguerra, e Giorgio Almirante.
D: Che cosa accadde?
R: Giò Stajano fu una delle prime transessuali italiane. Si operò e fu una figura abbastanza in vista nella società italiana. A metà degli Anni ’80 stava cenando in un ristorante di Sabaudia quando incontrò Giorgio Almirante, segretario del Movimento Sociale italiano. I due si presentarono e Almirante non si scompose minimamente. Fece il baciamano e le disse di salutare sua madre.
D: Ma lui conosceva la sua identità?
R: Il sospetto che non lo sapesse resta ma se, come alcuni pensano, avesse saputo tutto, la reazione molto composta del segretario di un partito che comunque aveva fortemente osteggiato gli omosessuali mi ha colpito molto.
D: Perché destra e sinistra hanno fatto la guerra agli omosessuali?
R: C’è stato, da entrambe le parti, un tentativo di spazzare via un orientamento sessuale che è stato confuso, spesso, con un vizio, in senso letterale e non simbolico. Hanno cercato di debellare una degenerazione che era considerata un virus dal quale ci si doveva emendare.
D: Quale partito colpì più duramente?
R: Nel dopoguerra, il Partito comunista italiano, volendo fare proprio l’elettorato cattolico per diventare un partito di massa, attraverso il suo segretario, Palmiro Togliatti, aderì a quell’universo valoriale della destra più conservatrice per potersi accreditare le masse cattoliche.
D: Come avvenne questo processo?
R: Con l’inserimento, per esempio, dei Patti lateranensi in Costituzione, voluto dal Pc quasi quanto la Dc. Ma anche per quanto riguarda il ruolo della donna nella società. La donna doveva essere «l’angelo del focolare». Le parole di Togliatti sono identiche a quelle di De Gasperi. Il processo si completò con tutto ciò che riguardava i costumi sessuali. L’omofobia divenne un collante tra destra e sinistra. E le conseguenze si vedono.
D: In che senso?
R: La mentalità contemporanea ha risentito di quell’influenza, tanto che un leader della sinistra italiana come Nichi Vendola, parlando del suo coming out disse che si rivelò più facile dirlo ai preti piuttosto che al partito in cui militava (il Pc, ndr).
D: Le hanno mai chiesto se lei è omosessuale perché ha scritto un libro che parla di omofobia?
R: Assolutamente sì. Ma io ho scritto anche un libro che parla di discriminazione nei confronti delle donne e non sono una donna (sorride, ndr). Ritengo però che questi temi non possano essere portati avanti solo dalle vittime. Devono essere di tutti. Ci sono anche due piani da tenere presenti.
D: Quali?
R: Uno più cinico e utilitaristico: se io escludo dalla partecipazione e dai processi democratici una parte consistente dalla società in modo pregiudiziale, ho un atteggiamento che, oltre a essere eticamente riprovevole, è anche eticamente sbagliato. Perché è come se dovessi escludere da una platea tutti quelli che hanno i capelli castani. E sarebbe sbagliato. La motivazione più etica e valoriale invece riguarda altro. Aumentare ed estendere i diritti, la partecipazione e favorire questi processi non significa togliere diritti agli altri.
D: Chi ha tentato di difendere, in passato, i diritti della comunità LGBT?
R: In passato, il primo atteggiamento di difesa è stato da parte del Partito Radicale italiano. Storicamente fu il partito di Pannella che decise di dare voce a questa parte consistente e crescente di comunità che chiedeva e reclamava diritti. Non è un caso che il primo partito con cui si allearono fu FUORI! (acronimo di Fronte Unitario Omosessuale Rivoluzionario Italiano), di Angelo Pezzana. Questo atteggiamento trovò poi una sponda a sinistra tra mille tentennamenti, difficoltà e resistenze.
D: Oggi invece?
R: Oggi le battaglie trovano più spazio sicuramente a sinistra che a destra ma anche a sinistra ci sono atteggiamenti di chiusura che ormai non sono espliciti come 30 anni fa e per questo sono ancora più insidiosi, perché sono sottotraccia e sono difficilmente verificabili.
D: Il cammino è ancora lungo?
R: C’è ancora moltissimo da fare. La società deve lavorare, perché la politica, da sola, non si riformerà mai. Se la società cambierà, la politica sarà costretta a riformarsi.

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