Viaggiolibera_mente

31 Maggio Mag 2017 0846 31 maggio 2017

Salvatemi dagli hipster (in Malesia)

Sara è arrivata, a sorpresa, nella nuova Capitale dell’anticonformismo, Georgetown, nella regione di Penang. Tra street food, murales e viaggiatori cool. Il nuovo racconto di viaggiolibera_mente.

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Sono passate sette settimane da quando sono partita. Per sette volte mi sono seduta da qualche parte e ho scritto articoli: sull’amaca in giardino, in spiaggia al tramonto, su un terrazzo con piscina davanti ai grattacieli di Kuala Lumpur. Sebbene il costante cambio di scenario influisca in positivo sul mio umore e la mia produttività, il solo fatto di passare le mie giornate a scrivere in contesti così diversi tra loro e ognuno un po’ da film mi fa sentire una maledetta millenial-hipster. Maledetta sì, perché se non posso negare di essere millenial visto che sono nata nel 1986, posso almeno rifiutarmi di essere una hipster moderna, un’anticonformista in posa che fa le cose diverse dagli altri per il solo gusto di apparire.

Certo non mi aiuta il fatto di essere arrivata, a sorpresa, nella città asiatica considerata la nuova capitale dell’hipsteraggio mondiale: Georgetown, nella regione di Penang in Malesia. Chi l’avrebbe mai detto? Sono anni che ci annunciano la morte dell’hipster e invece no, è ancora vivo e vegeto, semplicemente è emigrato, proprio come me! Se ne è andato via dai dai mercatini di Williamsburg a New York, è scappato da East London, da Kreuzberg a Berlino e dalle bocciofile di Milano, ha preso l’aereo ed è finito a Georgetown.
Voi l’avevate mai sentita nominare prima questa città? Io no e se è una meta turistica super nota agli italiani me ne scuso. Dopo tutto Lonely Planet l’aveva inserita al quarto posto delle città del mondo da visitare nel 2016.


Io ci sono arrivata per caso e per tutt’altra ragione che andare alla ricerca della mia hipster interiore: dopo avere varcato il confine tra Thailandia e Malesia via terra, io e Remy siamo venuti qui perché, da grandi amanti dello street food, abbiamo letto da qualche parte che la cittadina abbonda di bancarelle che servono deliziose specialità multiculturali. Ed è vero. Penang, come tutta la Malesia, è un luogo in cui la storia ha lasciato molte tracce etniche: malesi, indiani e cinesi reclamano appartenenza qui e convivono in formale armonia. Georgetown ne è esempio lampante: a ogni angolo di strada si cambia religione, templi hindu e taoisti sorgono accanto a chiese cristiane e moschee. E così anche i mercati di street food cinese si alternano alle bancarelle che offrono cibo thailandese, a quelle che servono pollo byriani indiano e agli stand che preparano pietanze malesi, meno note in Occidente perché piuttosto strane e lontane dal nostro gusto: la laksa, per esempio, che è una curiosa zuppa di noodles, pesce, salsa al tamarindo, cetriolo, ananas, peperoncino e foglie di menta, o il cendol che è una rinfrescante granatina ricoperta di latte di cocco, zucchero di canna fuso, fagioli e spaghettini verdi di pandano, una pianta qui molto usata in cucina.

Naturale che una comunità così variegata non abbia fatto tante storie quando sono arrivati gli hipster che, in fase nomade, stavano cercando un nuovo luogo segreto da trasformare nella propria base. E non stupisce che questi, non appena abbiano messo piede a Georgetown, abbiano deciso di restare: la città è un meraviglioso museo a cielo aperto, con le sue architetture cinesi e le vecchie case in stile coloniale un po’ fatiscenti. Per non farsi mancare nulla, poi, il capoluogo di Penang è anche un forte polo artistico e di street art. Grazie a un progetto del 2012, l’artista lituano Ernest Zacharevic (il Banksy della Malesia) ha riempito i muri delle pittoresche viette del centro di murales: tra i più amati dai turisti c’è il ragazzino che scappa a bordo di una moto vera, dove ci si può sedere, a portata dell’obbiettivo delle macchine fotografiche che a Georgetown non possono far altro che scattare una foto dopo l’altra.

È tutto troppo bello, pittoresco e figo ma senza sforzo. Georgetown incarna lo spirito hipster originario, al naturale e, una volta scoperta, non poteva che diventare meta di pellegrinaggio dei giovani barbuti in bicicletta che in effetti spuntano a ogni angolo, facendo di nuovo della città una colonia occidentale. Accanto agli storici caffè cinesi, in vie che si chiamano Love lane e Step by step lane (giuro) sorgono bar che servono bagel, uova, bacon e offrono wifi e postazioni computer tra tavolini di legno e sedie spaiate, biciclette appese alle pareti, piante decorative in vasi che pendono dal soffitto. Insomma, i millenials d’Occidente han costruito i soliti cafè hipster ma il risultato è migliore che nelle capitali Europee, perché inseriti in una cornice architettonica in cui stanno proprio bene.


Così eccomi qui, a fare colazione sorseggiando caffè con ghiaccio da un fu vasetto di marmellata. Mi guardo in giro e immagino un possibile futuro in questa città da scrittrice freelance, la più classica ex umanista squattrinata che lavora a progetti a basso reddito in qualche Paese in via di sviluppo per potersi permettere il costo dell’affitto. Dopo tutto non è altro che lo stile di vita che sto sperimentando ora e a parte la questione del conto in banca in caduta libera non è mica male.
Finisco il caffè freddo, infilo la mano nella borsetta e invece del portafoglio trovo il piccolo treppiede che ho portato per filmare e scattare selfie pseudo artistiche con l’iPhone. Santo cielo, allora sono per davvero anche io una maledetta millenial-hipster! Poi arriva il conto e trasalisco: costa quasi come a Milano, il triplo rispetto a quanto mi hanno abituata le ultime sette settimane di viaggio tra India e Thailandia. E capisco che è il prezzo che pagano i giovani espatriati per darsi un’aria da viaggiatori cool che vanno nei posti giusti e mi viene un po’ da ridere, alla faccia dell’autenticità dei prodotti locali.

No, non lo so se un giorno riuscirò a guadagnarmi da vivere scrivendo a tempo pieno come libera professionista e ammetto che sì, sarebbe bello. Però so che se mai mi trasferirò in una città lontana ed esotica come Georgetown e vorrete venire in visita, non mi troverete seduta su questi sgabelli scomodi, sotto le piantine di spezie ad ascoltare musica francese in diffusione ma piuttosto in quel vecchio cafè malese laggiù, a mangiare dolcetti di pasta sfoglia al cocco che costano 10 centesimi di euro l’uno. Ok, forse passerò di qui solo qualche volta, quando me lo potrò permettere. Intanto prometto che il treppiede per gli autoscatti lo butto via; un giorno o l’altro, presto.

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