Viaggiolibera_mente

10 Maggio Mag 2017 0921 10 maggio 2017

Finalmente libera

L'avventura in India volge al termine. Traffico e stanchezza a parte, complici lo yoga e l'aria dell'Himalaya, Sara ha un déjà vù. E riflette sugli insegnamenti che questo Paese le ha dato.

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Himalaya

Un buon lavoro in una grande città. Una vita piena e normale, dopo tanti sforzi e conquiste.
Cosa succede quando appena superata la soglia dei 30 anni ci si accorge che forse non è quello che ci fa stare bene? Che abbiamo dato spazio a cose togliendolo ad altre, che ci servivano invece a sentirci vivi? Ce lo racconta Sara, italiana a Londra da cinque anni, che ha deciso di mollare un lavoro a tempo indeterminato per andare alla ricerca di qualcosa, per riscoprirsi. Della libertà? Forse. Dopo molte riflessioni e con parecchie paure ha deciso di partire con uno zaino alla volta dell’Asia con il suo fidanzato. Per sentirsi un’irresponsabile ma tornare a respirare. Il viaggio in Asia di Sara ve lo raccontiamo tappa per tappa su Letteradonna ogni mercoledì. Ed è anche su Instagram: @viaggiolibera_mente.

Mi ha incornata un toro. Così, in mezzo alla strada. Penso di averlo infastidito passandogli troppo vicina, eppure è un mese che cammino accanto a bovini di ogni sorta, pensavo se ne stessero tutti lì, pacifici, a brucare sacchetti dell’immondizia. Questo toro invece ha deciso di spingermi via con la testa, o per meglio dire con le sue corna giganti. Meno male che da vera backpacker me ne frego del look e me ne stavo andando in giro con la felpa legata in vita che ha attutito il colpo; male ha fatto male, mi verrà un bel livido sulla chiappa destra ma almeno non c’è il buco.

Lo so, sembra un racconto dell’assurdo eppure in India succede anche questo. Io e Remy siamo ormai arrivati ai nostri ultimi giorni di permanenza nel Paese, tra poco ci sposteremo nel Sud-Est Asiatico, e nonostante mi sia quasi abituata allo stato paradossale delle strade indiane, è proprio vero che non si sa mai cosa aspettarsi qui. Un po’ ovunque le mucche sacre bloccano il traffico, le scimmie pendono dagli alberi, pazzi ristoratori assumono aiutanti ancora più matti perché si gettino tra le auto in corsa con le mani in segno di preghiera chiedendo a gran voce di fermarsi a mangiare un boccone al loro ristorante, nessuno dà mai la precedenza a nessuno, e i risciò sono variabili impazzite. In mezzo a questa varietà umana, animale e meccanica regna una sola regola: suonare il clacson, sempre e comunque.
L’unico accenno alla civiltà stradale che ho trovato è stato proprio un cartello di un’associazione che si chiama Save the Earth, in una 'zona bene' di Nuova Delhi, che recitava: «For God’s sake stop honking» (Per l’amore di dio piantala di suonare il clacson). Almeno, ho pensato, questo rumore diabolico non dà fastidio solo a me, c’è speranza anche per i pedoni indiani.

Una delle cose che mi ha più stupita è stata che si guida in questo modo maleducato non solo per le trafficate città ma anche nei posti più piccoli, come le stradine di un paesino sull’Himalaya, Mcleodganj (frazione di Darhamsala), dove ha sede il governo tibetano in esilio e vive nientemeno che il Dalai Lama in persona.
Ci siamo arrivati dopo 16 ore di treno e cinque di pullman tra dirupi e tornanti (clacson, frenata, mucca, capra, clacson, sorpasso in curva, morirò, ah no, clacson), convinti che fosse la capitale dell’Om, la Las Vegas del relax. Invece abbiamo trovato palazzi squadrati e disordinati, troppe automobili e tanti monaci che sembravano tutto fuorché zen: cenavano al ristorante, sghignazzavano con gli amici, a volte guardavano pure storto, alla faccia del classico sorriso da Buddha. Come biasimarli però, costretti alla fuga dall’occupazione cinese del Tibet speravano di trovare un po’ di pace sull’Himalaya e invece si sono ritrovati a recitare mantra tra mucche e strombazzate degli indiani alla guida.


Anche noi abbiamo passato qualche giorno a passeggiare tra i templi buddisti e ammetto che – incornata di toro e automobili impazzite a parte – Mcledoganj mi ha lasciato un bel ricordo. No, non siamo riusciti ad incontrare il Dalai Lama perché ha pensato bene di non trovarsi in città quando siamo arrivati noi, però abbiamo seguito lezioni di vinyasa yoga ogni mattina nella scuola di un vecchio yogi con la barba bianca e abbiamo fatto delle belle camminate ad alta quota.

Siamo saliti a 3 mila metri lungo il sentiero del Triund: ogni pochi chilometri c’erano bancarelle che vendevano snacks e chai sotto delle tende così blu che si vedevano da lontano, oasi annunciate tra i cedri. Il sapore del tè indiano ha dato un gusto tutto diverso al trekking e una volta arrivati in cima non abbiamo trovato polenta e pizzoccheri come sulle nostre montagne ma un pranzo a base di deliziosi noodles istantanei, riso, uova e verdure. E credetemi: il panorama era bellissimo anche così.
Sull’Himalaya, guardando le cose dall’alto, ho anche finalmente raggiunto uno degli obiettivi primari di questo mio viaggio: ho respirato. Tanto e bene, a polmoni aperti, col diaframma. Non solo durante le camminate tra i pini ma anche grazie allo yoga.

Non credevo sarei riuscita a sostenere fisicamente due ore di yoga ogni mattina per una settimana e invece sì ed è stato bellissimo, oltre che un metodo perfetto per lasciare il traffico indiano fuori dalla porta e dalla testa. Ogni giorno ho chiuso gli occhi e mi sono lasciata dire che ero un fiore di loto, un arcobaleno, una luce bianca. «Remember you are free, because you are» (Ricordatevi che siete liberi, perché lo siete) ci ha detto Bonita, una matura studente yogi, un mattino. Poche parole che sono bastate a riportarmi indietro a sette anni fa, quando mi sentivo persa tra i miei obiettivi, proprio come mi sento ora. Ero una stagista maltrattata e stavo camminando per una strada di Milano; sono passata davanti a una cartoleria e in vetrina c’era un biglietto che recitava: «Remember you always have a choice» (Ricorda che hai sempre una scelta). Mentre leggevo queste sagge parole una folata di vento mi ha infilato nel naso un meraviglioso odore di basilico. Ho respirato a pieni polmoni e ho deciso che avrei lasciato quella esperienza lavorativa controproducente per il mio benessere e la mia idea di carriera, esattamente come ho fatto qualche settimana fa, a Londra, dopo avere tuffato le narici nella terapeutica piantina di basilico che tengo in cucina.


Adesso che è ora di lasciare l’India alla volta della Thailandia, posso ammettere che sì, le strade qui sono incasinate e la società ancora di più, sono stata incornata da un toro e ho dovuto rinunciare a visitare città e templi che desideravo vedere a causa del caldo atroce e della stanchezza. L’India mi ha anche insegnato però che uno dei segreti per provare a stare bene con se stessi è ricordarsi che certe lezioni le abbiamo già imparate in passato, basta solo andarle a scovare nella propria memoria, magari grazie a qualcuno che sembra ce le stia insegnando solo ora, eppure no, le sapevamo già, erano dentro di noi. D’ora in poi spero di viaggiare davvero un po’ più liberamente. Perché sì, è vero: sono libera. Libera di scegliere.

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