Viaggiolibera_mente

3 Maggio Mag 2017 1300 03 maggio 2017

«Siamo viaggiatori, non turisti»

Dopo che Remy, più zen di Sara, lo ripete dall'inizio dell'avventura (calmiamoci, abbiamo tempo), lei, cercatrice di relax fallita, riesce finalmente a rilassarsi e a respirare Pushkar a pieni polmoni.

  • ...
sara

Un buon lavoro in una grande città. Una vita piena e normale, dopo tanti sforzi e conquiste.
Cosa succede quando appena superata la soglia dei 30 anni ci si accorge che forse non è quello che ci fa stare bene? Che abbiamo dato spazio a cose togliendolo ad altre, che ci servivano invece a sentirci vivi? Ce lo racconta Sara, italiana a Londra da cinque anni, che ha deciso di mollare un lavoro a tempo indeterminato per andare alla ricerca di qualcosa, per riscoprirsi. Della libertà? Forse. Dopo molte riflessioni e con parecchie paure ha deciso di partire con uno zaino alla volta dell’Asia con il suo fidanzato. Per sentirsi un’irresponsabile ma tornare a respirare. Il viaggio in Asia di Sara ve lo raccontiamo tappa per tappa su Letteradonna ogni mercoledì. Ed è anche su Instagram: @viaggiolibera_mente.


«We are travelers, not tourist» è il mantra che Remy continua a ripetere dall’inizio del nostro viaggio. Tradotto: «Siamo viaggiatori, non turisti», ovvero prendiamocela con calma, abbiamo tempo, non dobbiamo seguire il solito itinerario concentrato da due settimane di vacanza. «Being in it, rather than looking at it», aggiunge il mio fidanzato zen: bisogna entrarci nei luoghi, esserci dentro invece che guardarli da fuori.
Il concetto è nuovo per me, abituata al ritmo costretto delle ferie col contagocce in cui voglio fare sempre tutto e di più. Eppure dopo una decina di giorni di turismo in Rajasthan, mio malgrado, sento il bisogno di rallentare. Remy concorda: noto tra gli amici per gestire le proprie giornate con epica tranquillità e per la sua tipica frase «Just relax», è talmente tanto viaggiatore e poco turista da avere in passato speso sei mesi di fila in una sperduta isola della Cambogia, aperto a ciò che il mondo gli stava offrendo, senza forzature, semplicemente restando.
Io, invece, sono una cercatrice di relax fallita e una vera organization freak. Il ‘dolce far niente’ per me è sempre stato un mito popolare: sono una stereotipica italiana del Nord, cresciuta con l’imperativo del fare, e l’attitudine rilassata alla vita di Remy mi fa ad alternanza invidia e rabbia.
Questa volta però sarà diverso, mi dico. Sono nella patria dello yoga e ho almeno tre mesi di viaggio davanti, è arrivata l’ora di rallentare anche per me. È così che decidiamo di fermarci per un po’ a Pushkar, piccolo paesino tra aride colline a un paio di ore di treno da Jaipur.
Pushkar è una città dove l’unica opzione sui menù è quella vegetariana (niente carne, pesce e uova, con grande dispiacere del carnivoro Remy): considerata meta di pellegrinaggio induista, un buon Hindu dovrebbe andarci almeno una volta nella vita per pregare e purificarsi nel suo lago e nei 53 ghat sacri (scalinate che scendono sull’acqua). Uno dei più famosi è il Gau Ghat, dove sono state sciolte nell’acqua parte delle ceneri del corpo di Mahatma Gandhi. Il paese vanta anche la presenza di oltre 400 templi induisti, alcuni piccolissimi altri imponenti, di una bellezza disarmante.
Il popolare tempio di Brahama è pieno di colori, fiori, campane da suonare, polveri da cospargersi sulla fronte, statue elaborate dedicate alle varie divinità indiane. Ci arriviamo all’ora della puja serale, le sette: sfiliamo le scarpe, saliamo le lunghe scale e seguiamo i passi dei devoti che cantano, pregano e offrono in dono alle divinità zucchero, soldi e fiori rossi, bianchi e gialli. I sacerdoti accendono il fuoco al suono dei tamburi: ci avviciniamo, passiamo una mano sopra la fiamma e ci portiamo il fumo alla fronte e sopra la testa, in un’inaspettata e meravigliosa benedizione fai-da-te. Un ultimo suono alla campana e usciamo dal tempio con un pallino rosso di felicità in mezzo agli occhi.

Pushkar è magica, uno di quegli incredibili luoghi che comunicano tramite sfumature di luce: l’ora speciale qui è appena dopo il tramonto, quando da ogni tempio risuonano campane e canti di preghiera degli Hindu che si lavano nei ghat. Anche i non induisti possono togliersi le scarpe e camminare sui gradoni in riva al lago, tra cani randagi, mucche e piccioni, con buona pace alla pulizia della pianta dei piedi: fiori in mano, fanno cadere i petali nel lago, una preghiera per ogni manciata. La vista migliore di questo cerimoniale quotidiano è dai tetti dei tanti alberghi e ristoranti sulla strada principale del paese, anche se la mia visione preferita di Pushkar è dal più nascosto rooftop dell’economico e ben gestito Hotel Moonlight, luogo di raccoglimento e incontri speciali.
È proprio lì che facciamo conoscenza col signor Carlo, campano dall’accento milanese: ogni inverno fa della sua pensione un tesoro e va a trovare quella che definisce come la sua sposa, «il mondo». Ha viaggiato tantissimo e ha un sacco di storie da raccontare e consigli utili per giovani esploratori. Indossa lo stesso cappello di pelle in stile Indiana Jones dal suo primo viaggio, 20 anni fa; non se lo toglie mai e perché dovrebbe, mi chiedo, gli sta proprio bene.
Sarà la presenza rilassante del signor Carlo o la luce del tramonto che illumina dolcemente i palazzi color pastello ma una sera, seduta ai tavolini di questa terrazza tutta speciale, sbirciando i babbuini che fanno acrobazie tra un tetto e l’altro, riesco a rallentare il ritmo del mio respiro, per la prima volta da mesi, o forse anni. Eccolo il momento di relax che stavo cercando. Respiro a pieni polmoni, il vento caldo mi spettina i capelli: «Sono in India», bisbiglio a me stessa, quasi rendendomene conto solo ora.

«Hey, sono in India!», ripeto, all’improvviso piena di adrenalina. L’eterna insoddisfatta che è dentro di me, alla continua ricerca di qualcosa di nuovo da fare, vedere e provare, ha di nuovo la meglio: tutta rivitalizzata dalle ampie boccate d’ossigeno, ottenuto quel po’ di relax di cui aveva bisogno, va a preparare lo zaino e si piazza sulla linea del via. A sorpresa, Remy è lì accanto, a sua volta pronto alla partenza: ne ha abbastanza del caldo soffocante e della dieta a sola base di verdure, riso e pane naan.
Lascio Pushkar col dolce ricordo di muri color indaco, del ritmico suono delle campane induiste e la sensazione di una lezione non ancora imparata ma sfiorata con la punta del naso. È ora di andare in montagna a prendere un po’ di fresco e chissà, magari a ritrovare il tanto agognato relax facendo yoga con qualche guru dell’Himalaya.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Correlati

Potresti esserti perso