21 Aprile Apr 2017 2003 21 aprile 2017

«Ma quale mammo, sono un papà felice»

I suoi post su Facebook hanno conquistato i suoi lettori prima, Einaudi poi, che ne ha fatto un libro. Matteo Bussola, di professione padre di tre figlie e disegnatore, si racconta in questa intervista.

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Se non avete mai sentito parlare di Matteo Bussola, dovreste rimediare. Per conoscerlo almeno un po' potete fare due cose: digitare il suo nome e cognome su Facebook e lasciarvi accompagnare dalle sue parole delicate quanto potenti che raccontano di cose semplicissime in maniera illuminante e spesso commovente.
La seconda è leggere il suo libro di successo Notti in bianco, baci a colazione (Einaudi) che è nato dal diario che teneva sulla sua bacheca, che presenta il 21 e 22 aprile alla fiera milanese Tempo di Libri.
Matteo, classe 1971, vive in provincia di Verona con la sua famiglia: la sua compagna Paola, tre bambine, dai tre ai dieci anni, e tre cani. Faceva l'architetto, poi ha lasciato il posto con una figlia in arrivo per inseguire il suo sogno e fare il disegnatore. Ci è riuscito molto bene e ha fatto di fogli e matite la sua professione. Nel frattempo ha iniziato a scrivere su Facebook lunghi post in cui raccontava se stesso e la sua famiglia attraverso episodi quotidiani, ma soprattutto della magia di essere padre con una sensibilità e uno sguardo che catturano. Perché diventare genitori, mi dice, «è un'opportunità immensa: è come indossare un paio di occhiali nuovi e vedere tutto più chiaro».

DOMANDA: Si sente ufficialmente uno scrittore adesso?
In realtà non mi sento né scrittore né disegnatore, diciamo che per definizione mi sento un narratore, il mio lavoro è raccontare storie. Che questo avvenga con i disegni o con le parole non cambia. Anche i racconti che posto su Facebook sono sempre disegni, ma fatti con le parole.
D: Diciamo che il fine è lo stesso, cambia lo strumento.
R: Esatto, cambia l'opportunità. Questa è una cosa con cui ho fatto pace da relativamente poco tempo in realtà. Ho investito tutta la mia vita sul disegno e quando in maniera assolutamente imprevista è arrivata questa novità del libro per un attimo è sembrata mangiarsi tutto il resto. Ci ho fatto pace quando ho capito che anche quei racconti erano sempre immagini. Disegni senza matita.
D: Il suo successo è nato su Facebook, dove ha un grandissimo riscontro. Quale crede sia la carta vincente che le permette di arrivare alle persone?
R: Difficile da dire. Io uso Facebook come un diario. Prima dei social lo facevo a penna e sul mio blog. Il discorso del successo crescente penso sia dovuto principalmente a due ragioni: la prima è che io racconto cose che appartengono all'esperienza di quasi tutte le persone, al perimetro vitale casa-scuola-lavoro-figli-supermercato. Non parlo di cose trascendentali, ma di esperienze in cui è facile identificarsi. La seconda è che non me ne è mai fregato nulla del consenso o del successo, scrivevo queste cose perché servivano soprattutto a me.
D: Perché su Facebook?
R: Mi piace farlo su lì perché per me la scrittura è sempre ricerca di un interlocutore possibile - e anche un libro è una specie di lettera che spedisci a un destinatario ignoto. La cosa bella di Facebook è che lì questo fantomatico interlocutore ti può rispondere, e si può riuscire ad accedere anche all'esperienza degli altri. Naturalmente dipende tutto dall'approccio che si ha con i social: per me Fb non funziona come una vetrina ma come uno specchio: ti restituisce quello che tu mostri. Se condividi sincerità e rispetto, ti tornano sincerità e rispetto.
D: Guardando i suoi post, mi è sembrato che nessuno la critichi mai. Piace a tutti?
R: No, mi capita invece, sempre più spesso. E per fortuna. Le critiche quando sono motivate mi interessano. Poi ci sono a volte dei commenti spregevoli. Le faccio un esempio: se scrivi un post che genera un migliaio di commenti soprattutto quando tratti i cosiddetti temi sensibili – l'adozione per esempio – alcuni commenti orribili ci sono, ma se vai ad analizzarli in termini di percentuali sono l'1%. All'inizio mi arrabbiavo e li cancellavo, poi mi sono accorto che i commenti molto brutti è meglio lasciarli lì, a riverberare nella loro bruttezza. Saranno gli altri a giudicare.

D: Parliamo di come è nato Notti in Bianco, baci a colazione. L'hanno chiamata dicendo: «Facciamo un libro dei tuoi racconti su Facebook?»
R: Sulla mia bacheca scrivevo le mie narrazioni quotidiane, il pubblico cresceva ma va detto che la mia bacheca era privata. Ogni tanto qualche amico mi chiedeva di rendere pubblico un singolo pezzo perché altrimenti i suoi amici non avrebbero potuto leggerlo. In questo modo mi capitava di avere su un post magari solo 30 piace ma un migliaio di condivisioni.
D: E poi?
R: Mia figlia continuava a chiedermi con insistenza come potesse avere un autografo di Fedez, così in quell'occasione ho scritto una lettera aperta a lui e per ottenere il risultato per Virginia ho pensato: «Vediamo se è vera questa cosa dei sei gradi di separazione». Allora ho reso la bacheca pubblica. Morale della storia: il post ha girato così tanto fino a finire nelle bacheche di alcuni editor letterari, una di questi è Rosella Postorino di Einaudi Stile Libero, è venuta sulla mia bacheca a leggere il resto e dopo pochissimo la redazione mi ha contattato.

D: Lei come l'ha presa?
R: Ero molto frastornato, il mio lavoro è un altro e lo svolgo con profitto e gioia. Per me è stato un salto nel vuoto, ma mi sono fidato degli editor e della mia compagna Paola Barbato, sceneggiatrice di Dylan Dog e scrittrice.
D: Torniamo indietro: lei fa il disegnatore ma è laureato in Architettura.
R: Esatto. Ho svolto la libera professione per un po' poi sono stato assunto all'ufficio tecnico del Comune di Verona dove facevo l'architetto, ero colui che progettava piazze, rotonde, biblioteche... Lo facevo con piena soddisfazione fino a quando 11 anni fa hanno tagliato pesantemente i fondi agli enti pubblici: quindi sono rimasto con uno stipendio fisso a scaldare la sedia. E nella noia diventavo pazzo.
D: E poi?
R: Siccome avevo da sempre il sogno di fare il disegnatore di fumetti ma non riuscivo mai a trovare un momento per dire «adesso ci provo», ho visto quella circostanza come un'occasione.
D: Quindi si è licenziato?
R: Sì. Tra l'altro in quel periodo io e la mia compagna eravamo in attesa di Virginia. È stato un po' bizzarro perché nel momento della massima responsabilità ho scelto di rinunciare a un posto fisso per il mio sogno. Però specifico, disegnavo da tutta la vita, non mi sono inventato nulla. E Paola mi ha appoggiato da subito.
D: Che padre è Matteo Bussola?
R: Cerco di essere un padre presente. La paternità per quello che ho capito io è un lavoro che si svolge anche con fatica, ma è soprattutto un'opportunità. Io la definisco una specie di «seconda vita», all'improvviso hai una consapevolezza nuova.
D: Ce la racconti.
R: Nella vita abbiamo l'idea di poter cambiare tutto in qualsiasi momento: casa, lavoro, città, compagna. L'unica cosa che arriva nella nostra vita per non andarsene più sono i figli. Come se la paternità fosse l'unica professione dalla quale non ti potrai dimettere mai. All'improvviso non sarai mai più solo e questo si manifesta con una forza incredibile.
D: È mai stato spaventato?
R: Ma certo! Voglio chiarire che io non ero in alcun modo preparato all'essere padre, Virginia è arrivata in maniera imprevista e questo mi ha fatto capire un'altra cosa: che noi abbiamo spesso l'idea che la nostra vita sarà tanto migliore tanto più sarà fatta delle cose che hai assolutamente voluto, no?
D: E invece?
R: Nella mia vita invece tutte le cose più belle che mi sono capitate sono arrivate senza averle previste. Virginia prima, il libro poi. Per me il segreto è rimanere aperti: accogliere quello che ci arriva, pensando che se succede a noi forse c'è una ragione.
D: Com'è stato il primo approccio da padre?
R: Dopo 10 secondi che la tenevo in braccio, tutta viola e con gli occhi a mandorla, mi sono chiesto: «Ma perché cazzo nessuno me lo aveva detto prima!» Se lo avessi saputo l'avrei fatta a 25 anni e non a 35. Invece veniamo cresciuti come quasi a dovercene difendere, dalla paternità. Ci sono i luoghi comuni: «Quando avrai dei figli non farai più questo o quello». Invece ho capito che mi avevano sempre preso in giro. Ho scoperto con il tempo che andava tutto bene e non c'era niente di cui avere paura. L'amore aumenta.
D: Le sue figlie come tutti i bambini le faranno un sacco di domande.
R: Certo. Ti chiedono dell'amore, della morte, non scherzano mica sa? E ho scoperto che è molto più bello non dare loro risposte preconfezionate da adulto. Le loro domande sono originarie, e sono delle opportunità per noi. Attraverso loro puoi avere la possibilità di avere un punto di vista nuovo su un aspetto, improvvisamente ti fanno guardare il mondo da un'angolazione inaspettata. Parlare con loro è una bella sensazione.
D: Domande difficili?
R: Una volta una delle bambine mi ha chiesto se due donne possono sposarsi. Due anni fa le dissi: «Nel nostro Paese ancora no». Lei mi rispose: «Allora a Sant'Ambrogio possono?» (che è il Paese dei nonni).
D: Sua figlia è una sveglia. E poi come è finita?
R: Le ho detto che due donne possono baciarsi, amarsi, non c'è nulla di male. Lei mi chiese: «Nei cuori ci sono anche l'amore?» Io le dissi, sì, Ginevra, ma si dice c'è, la parola amore è singolare. E lei mi ha risposto: «Non è vero papà, l'amore sono tanti». A una bambina di cinque anni che ti risponde così cosa vuoi dire?! Fare il papà è come indossare un paio di occhiali nuovi.
D: Parliamo di cose più pratiche: com'è la vostra giornata tipo?
R: Premetto che lavoravo da casa da dieci anni prima del libro. Allora: mi sveglio molto presto perché lavoro benissimo intorno alle 5, faccio uscire i cani poi inizio a scrivere e disegnare. Alle 7 sveglio le due grandi, preparo loro la colazione, le vesto e le accompagno al bus per andare a scuola. Alle 8 si sveglia la piccola che ha bisogno di essere accompagnata all'asilo e dopo che ho finito questi giri inizio a lavorare.
D: E la sua compagna?
R: Noi due abbiamo ritmi e orari invertiti: Paola a differenza mia preferisce lavorare la sera o la notte, così si sveglia più tardi di me e si occupa delle bambine al pomeriggio. Però diciamo che dopo le 16 casa è un po' terra di tutti. Io disegno sul tavolo del soggiorno pieno di briciole con le bambine che mi sfrecciano di fianco in monopattino, Paola scrive sul pc in camera da letto. Poi cos'altro? Ho l'orto e cucino.
D: Cucina lei a casa?
R: Sì, ho io questo onere e onore. Paola invece è più brava con le cose più pratiche, per esempio quelle da elettricista sono il suo forte.
D: Ribaltate gli stereotipi insomma.
R: Esatto, e questo mi fa divertire. E come se nella nostra famiglia i ruoli tradizionalmente intesi fossero molto più permeabili. Per noi non ci sono le cose da mamma o le cose da papà, ognuno agisce sulle proprie attitudini. E le le mie figlie non ci trovano nulla di strano. Chiedono sempre a me cosa c'è per cena.
D: Quando lo raccontate fuori di casa che vi dicono?
R: Generalmente otteniamo due tipi di reazioni. La prima è che ci guardano come se nella nostra famiglia sussistesse un problema («perché non cucina lei?»), la seconda invece è che le mamme che guardano Paola con occhi sognanti... Come se un uomo non potesse essere capace di cuocere nemmeno un uovo.
D: Stupore.
R: Molto. Si parla tanto di genitorialità ma il paradosso è che sulla visione della famiglia siamo ancora indietro, ci sono resistenze importanti.
D: A proposito, parliamo della questione del «mammo»?
R: È quella che mi sta più sulle scatole di tutte. All'inizio ci ridevo, mi sembrava una parola carina e divertente. Invece dietro a questa definizone si annida un pregiudizio disgustoso: c'è l'idea che ci sia una specie di zona sensibile di presenza costante che sembra appartenere alle sole donne. E l'unico modo che ha la nostra società di farci avvicinare a questo territorio è quella di farci assomigliare a una donna.
D: Un pregiudizio che vale anche al contrario.
R: Certo, quante volte sentiamo parlare di una donna determinata chiamandola «donna con le palle»? Come se l'unica loro maniera per farsi valere fosse quella di diventare un uomo. Io non sono un mammo, sono un papà felice di esserlo, e i papà si occupano di quello che c'è da fare. Le mamme altrettanto. E ci sono tanti genitori che mi somigliano, solo non lo raccontano come faccio io. Sa che molti papà mi scrivono in privato?
D: Davvero?
R: Se guarda la mia bacheca puà concludere che il 90% delle persone che mi segue sono donne. Ma quello che solo io so è che molti papà mi scrivono in privato delle lettere - mi creda - lunghissime. Mi mettono al corrente delle loro esperienze in maniera molto più intensa delle donne, e questo credo dichiari un po' la diversità di fondo della nostra maniera di vivere i sentimenti. Voi siete più esplicite e avete meno paura di essere ridicole (cuoricini a non finire, faccine) mentre gli uomini in maniera più riservata, quando non sono visti, si aprono molto di più.
D: Le chiedono anche consigli?
R: Sì spesso. Ma io in realtà sono un po' in imbarazzo perché sono solo portatore della mia singola esperienza. Chiariamoci, non sono un esperto né un pedagogo.
D: Per concludere: cosa vuole dire ai futuri genitori?
R:
Che la professione di genitore ci viene venduta come se il nostro compito fosse solo quello di educare loro. Nessuno ti dice che sono anche loro a educare te: la genitorialità è una figata perché è una relazione, si cresce insieme. E si impara tutti i giorni.

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