Viaggiolibera_mente

6 Aprile Apr 2017 1201 06 aprile 2017

La schizofrenia del dimissionario

Prima: «Odio il mio lavoro». Dopo: «Mi sono licenziata. Ma cosa ho fatto?». Sara, che ha deciso di viaggiare per ritrovarsi, ci racconta le contrastanti conseguenze psicologiche di mollare tutto.

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sara

Un buon lavoro in una grande città. Una vita piena e normale, dopo tanti sforzi e conquiste.
Cosa succede quando appena superata la soglia dei 30 anni ci si accorge che forse non è quello che ci fa stare bene? Che abbiamo dato spazio a cose togliendolo ad altre, che ci servivano invece a sentirci vivi? Ce lo racconta Sara, italiana a Londra da cinque anni, che ha deciso di mollare un lavoro a tempo indeterminato per andare alla ricerca di qualcosa, per riscoprirsi. Della libertà? Forse. Dopo molte riflessioni e con parecchie paure ha deciso di partire con uno zaino alla volta dell’Asia con il suo fidanzato. Per sentirsi un’irresponsabile ma tornare a respirare. Il viaggio in Asia di Sara ve lo raccontiamo tappa per tappa su Letteradonna ogni mercoledì. Ed è anche su Instagram: @viaggiolibera_mente.

PRIMA
Odio il mio lavoro, ogni mattina quando suona la sveglia invece di alzarmi vorrei solo girarmi dall’altra parte e riaddormentarmi, la domenica sera mi deprimo al pensiero del lunedì, il mio capo non mi rispetta, quel collega è proprio un cafone: sai che c’è, io mi licenzio. Sissignori, me ne vado. Adieu, a mai rivederci.

DOPO
Oddio mi sono licenziata. Non ho più uno stipendio. Ma cosa ho fatto? Che colpo di testa, chi mi credo di essere? Non mi assumerà più nessuno, sarò povera, senza sicurezza. Non troverò mai più un lavoro e dovrò tornare a vivere dai miei, se mi vorranno, perché al momento sono delusi; come biasimarli, ho buttato via tutti i loro sacrifici in una singola lettera di dimissioni.

Benvenuti nella mente del dimissionario schizofrenico. Volete mollare tutto e licenziarvi? Fatelo pure, ma aspettatevi contrastanti conseguenze psicologiche: non ci sarà senso di libertà in grado di cancellare la paura di non trovare un altro lavoro; non ci sarà sollievo che riuscirà a farvi ignorare l’enorme senso di colpa che proverete per avere avuto la fortuna di potervi licenziare, con tutta la disoccupazione che c’è in giro…
Prendete me, per esempio: ho appena dato le dimissioni da un lavoro a tempo indeterminato a Londra per andare a viaggiare zaino in spalla in India e Sud-Est Asiatico insieme al mio fidanzato. Tutto molto bello. Eppure insieme all’ultimo stipendio è arrivato anche un mini attacco di panico: con questa scelta ho condannato il mio conto in banca alla decrescita, almeno finché non troverò un altro lavoro una volta tornata dalla mia avventura in stile Occidentali’s Karma. Quanto ci impiegherò? Ce la farò? Non lo so ma ve lo voglio raccontare.

Perché mi sono licenziata? A volte capita a tutti di non volere andare al lavoro, è un po’ come a scuola. Ci sono i giorni sì e quelli no, meglio farsi il callo che licenziarsi.
Altre volte però le cose in ufficio non si allineano come dovrebbero: ci ritroviamo a svolgere mansioni che non ci soddisfano, o a lavorare in un ambiente poco professionale, stimolante, sereno. Basta poco, come un capo non in grado di delegare e investire sui propri dipendenti, o un team che non è ben amalgamato: quando manca l’equilibrio costruttivo tra colleghi ci si può ritrovare in un labirinto di rabbia e frustrazione. E anche se si è disposti a tollerare tutto questo in nome delle crescita professionale, cosa succede se l’azienda in cui lavoriamo non ci permette di crescere? O se il nostro lavoro ci annoia a morte? Succede che si può entrare in crisi professionale. I motivi possono essere diversi e il difficile prima di tutto è realizzarlo, poi accettarlo senza vergognarsene: no, non siete dei falliti perché il vostro lavoro non sta andando come avevate sperato, anzi, ammettendolo avete avuto il coraggio di essere onesti con voi stessi, chapeau.

Che fare quando si raggiunge il limite di sopportazione in ufficio? Quando il «periodo no» al lavoro diventa la quotidianità? Quando si capisce che quel lavoro (o azienda), no, non fa per noi? Si può e deve cercare un altro impiego, per esempio, guardarsi attorno. Ma se la crisi professionale è davvero radicata dentro di noi, per un motivo o per l’altro, cambiare ufficio potrebbe non bastare. A volte sarebbe bene prendersi una pausa per guardare la situazione a distanza, per ascoltarsi e capire cosa sia andato storto e come prevenirlo in futuro.
Allontanarsi dal proprio luogo di lavoro come ho fatto io, senza un altro contratto assicurato all’orizzonte, è un lusso e non sempre un’opzione a disposizione, eppure è possibile.
Certo, ci sono fasi della vita in cui è più difficile licenziarsi anche se insoddisfatti. Il mio bilancio personale è stato influenzato dal fatto che vivo in Inghilterra da cinque anni, ho 30 anni, non ho (ancora) né un mutuo da pagare né una famiglia da mantenere; gli affitti si disdicono, i soldi si risparmiano, ma no, il tempo non torna più, lo cantava anche Fiorella Mannoia, meglio non avere rimpianti. Mi sentivo incastrata in una situazione lavorativa svantaggiosa, stando a Londra non riuscivo a uscirne psicologicamente (quanto ci ho provato!). Quindi ho deciso di interrompere il ciclo di negatività e cambiare aria per un po’, con tutte le conseguenze positive e negative del caso, economiche e psicologiche.

In altri Paesi europei è usanza prendersi una pausa professionale anche più di una volta nella vita: in Inghilterra, per esempio, tanti giovani viaggiano per il mondo durante il gap year tra liceo e università; poi lavorano un po’ di anni, si licenziano e partono di nuovo all’avventura per qualche mese, anche se hanno già dei figli. È segno di un mercato del lavoro più solido di quello italiano, in cui un altro lavoro, al ritorno, bene o male si trova.
Questo non significa che gli inglesi non provino paura al pensiero di licenziarsi per viaggiare, ma la pratica nel Regno Unito è ormai sdoganata, a patto di organizzarsi per tempo a livello economico. Certo, rinunciare a un impiego in un periodo storico di disoccupazione incalzante è un bel salto nel vuoto, per questo prima di prendere la radicale decisione bisogna analizzare la propria situazione nel dettaglio, a mente lucida e fare bene i conti (col cuore e col portafoglio). Soprattutto, e qui viene il difficile, bisogna riuscire ad accogliere l’incertezza nella propria vita: per quanto proviamo a prendere le misure del nostro tuffo nell’unknown, sarà il vento a influenzarne direzione e velocità. Come ha detto la mia amica Alessia, è solo questione di prendere coraggio, tapparsi il naso e allungare il primo passo nell’ignoto.

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