15 Marzo Mar 2017 1708 15 marzo 2017

«Sono anoressica, non sono un'aliena»

Da 35 anni convive con un male silenzioso, che ha raccontato in un libro. Rita Losco, ex atleta, non è ancora uscita dal tunnel, ma ai ragazzi dice: «Accettatevi. Il confronto e l'amore curano le ferite».

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Da 35 anni convive con un male silenzioso, fatto di privazioni e rinunce. Una guerra con lo specchio che ha creato un’altra sé che le ha fatto disprezzare il suo corpo. Fino a farla diventare anoressica.
Rita Losco, ex atleta professionista di Monteforte Irpino, in Campania, campionessa di tennis, palleggiatrice al Foro Olimpico ai tempi di Adriano Panatta oltre che maratoneta di otto competizioni internazionali da 42 chilometri e di 150 da 22 chilometri, sempre tagliando il traguardo, classificandosi ai primi posti, ha racchiuso nelle pagine di un libro, scritto con mamma Giuseppina - che oggi non c’è più - tutta la sua vita. Si intitola Non guardatemi così e racconta della sua battaglia contro quel male silenzioso con la determinazione e la tenacia di chi a mollare, in questi lunghissimi di malattia, non ci ha mai pensato. Anche se ancora adesso, dopo anni, si guarda allo specchio e non si riconosce più. Anche ora che l’anoressia è diventata la sua compagna di viaggio e la fa pesare a 49 anni solo 38 chili. E nella giornata del Fiocchetto Lilla, nata nel 2012 con l’intento di sensibilizzare l’opinione pubblica sui Disturbi del Comportamento Alimentare (DCA), Rita Losco, torna a raccontare la sua storia (qui ve ne raccontiamo un'altra). «Perché nessuno deve aver paura ad affrontare il male con cui convive».

DOMANDA: Rita, quando ha iniziato a capire che aveva un problema con il cibo?
RISPOSTA: Avevo 14 anni e all’improvviso ho iniziato a guardare le mie foto con rabbia. Mi restituivano l’immagine di una ragazzina grassa, con gambe troppo forti, così piano piano ho iniziato a non mangiare più senza accorgermene nemmeno. Volevo solo dimagrire. Era come se vivessi uno sdoppiamento della personalità. In me c’erano una Rita buona e sana, piccolissima e impaurita e una Rita anoressica, ribelle e cattiva che sembrava un gigante e prevarica sempre più.
D: Una sfida tra un corpo disobbediente e stanco e una mente intelligente e viva. Cosa è cambiato in lei?
R: Non ho più vita sociale, non ho più sogni, non ho aspettative. Ho imboccato questo tunnel da bambina non accettando il mio corpo. La presenza di mia madre è stata determinante nel continuare a vivere. Purtroppo, al dramma della mia malattia, si è aggiunta la tragedia del suo cancro al seno. Insieme, abbiamo lottato, soffrendo fisicamente, per patologie diverse, ma entrambe mortali.
D: Perché ha sentito il bisogno di scrivere un libro per raccontare il suo disagio?
R: È una preghiera, un invito a eliminare il pregiudizio che spesso si annida tra le parole dette a metà e gli sguardi curiosi e inquisitori della gente. Mi capita sempre di essere guardata come quella diversa. Come quella che un po’ in fondo se l’è cercata. Come quella a cui un aiuto non è concesso. Quante volte i genitori sussurrano all’orecchio dei bimbi «mangia altrimenti diventi così» e li allontanano da me come se avessero indicato un alieno.  Ogni volta muoio. È per questo motivo che ho deciso di scrivere: ho voluto mettere nero su bianco tutto quello che non mi permettono di dire.
D: Lei si vergogna ancora della sua malattia?
R: «Ho imparato a non farlo. Ora ho uno scopo più importante: cercare di evitare ad altre giovani, soprattutto adolescenti e preadolescenti, di diventarne vittime. Perché dell’anoressia bisogna avere paura perché non è meno grave di altre gravi malattie. E come altre malattie deve essere combattuta. Senza timore. Parlandone».
D: C’è qualcosa che vorrebbe dire loro?
R: Di non avere paura, confrontarsi, farsi aiutare: a tutto c’è una soluzione. Direi loro di accettarsi, di condividere, vivere, senza ossessioni. Io porto addosso i segni di un mal d’anima che distrugge e annienta, ma che può essere evitato con il confronto e l’amore.

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