23 Gennaio Gen 2017 1920 23 gennaio 2017

«Utero in affitto, un diritto per ricchi»

Libertà? «Sì, di essere schiavi». Sulla maternità surrogata Barbara Alberti ha scritto il libro (Non mi vendere, mamma). «Mi fa incazzare che passi per una battaglia di sinistra»: l'intervista.

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La gestazione per altri, chiamata più volgarmente utero in affitto, è un tema spinoso, dibattuto. L’opinione pubblica però sembra ricordarsene solo in alcuni momenti. Come quando politici e pensatori la usano per le loro arringhe, come accadde nel 2016 in vista dell’approvazione della legge sulle unioni civili, anche se con questo argomento, in realtà, c'entravano ben poco. La vivace intellettuale Barbara Alberti ci ha scritto un libro, Non mi vendere, mamma! (Edizioni Nottetempo), una sorta di favola morale, come è stata definita da alcuni, in cui una donna, Asia, orfana e follemente innamorata di Lillo, che la sfrutta facendola prostituire, si convince a prestare il suo ventre per concepire Chico, il bambino che una volta partorito diventa figlio di una ricca coppia americana, i Trump, che di fatto affittano l'utero della madre. Il libro è incentrato sul dialogo a tratti surreale del feto con colei che lo ospita e da una serie di rimproveri che questo Chico muove verso la madre per convincerla a non cedere. Una riflessione amara quella della Alberti, che a LetteraDonna parla di «mentalità da schiavi e di trionfo del ricco sul povero, dove il denaro vince su tutto», in vista della presentazione del libro a Milano, il 25 gennaio alla libreria Verso, con la moderazione di Geppi Cucciari.


RISPOSTA: I temi da trattare in realtà sarebbero tanti, tutti uniti in un disperato appello a ritrovare il libero arbitrio. Ci stiamo piegando a una mentalità da schiavi.
D: In che senso?
R: La seconda generazione non ha accesso al lavoro. La flessibilità, ad esempio, è la morte delle competenze e della gioia, perché un ragazzo sottoposto alla precarietà sarà un cattivo cittadino e un cattivo uomo. Tutte le terribili profezie del passato si sono avverate in peggio, a partire da quelle di George Orwell. Lui prospettava un’umanità piegata con fucili, mitragliatrici, ora ci siamo arresi gratis.
D: Cosa non le piace della gestazione per altri?
R: Sono i diritti dei ricchi. Mi fa incazzare che passi per una battaglia di sinistra. Le lotte di sinistra una volta si riconoscevano, e questa non lo è.
D: Questa pratica non è in fondo l’espressione della massima libertà di una donna che del suo utero fa ciò che vuole?
R: Sì, la libertà di essere schiavi. Questo è un vecchio sofisma del potere. Ce ne sarà una su un milione che si sente libera in tal senso, perché nella schiavitù io vendo me stessa. Quel genio di David Riondino ha scritto un poemetto, Il figlio della serva, che è la storia di due persone che non riescono a fare un figlio, gli va male con la maternità surrogata e allora lui mette l’occhio sulla cameriera somala e lo fanno fare alla serva, esattamente come facevano i nostri nonni. Come fanno i ricchi. Questo è.
D: Cosa la disturba così tanto?
R: L’idea di una ragazza che per nove mesi tiene in grembo una creatura che poi non può tenere. Avere un bambino dentro è pura estasi, anche io che sono madre, per incoscienza, ma ben felice di esserlo, le assicuro che si crea un sistema di pensiero, di sogno e di comunicazione con il nascituro. Nel mio libro racconto di questo dialogo tra la madre e Chico, il figlio che aspetta e che è un buffone, le fa credere che esista la reincarnazione e quindi di essere stato anche Garcia Lorca, e racconta di due amici suoi che si amavano moltissimo e avevano una grande amica, con la quale giacevano una notte per uno per non sapere poi di chi fosse il bambino. Ecco, quando c’è relazione, tutto è possibile.
D: Un altro tema è appunto la correlazione tra questa pratica e le coppie LGBT. È così?
R: Assolutamente no. Il 95% sono eterosessuali, ricchi e bianchi. Questa menzogna è usata da quelli che sono contro ai diritti LGBT, da sinistri individui. La cosa di Nichi Vendola poi ha fatto sì che diventasse di comune credenza, lui è stato però l’unico ad averlo detto. Ma la verità è che molti di questi, come alcune star di Hollywood, lo fanno perché non si vogliono sciupare il vitino.
D: Scusi, ma non basterebbe regolamentarla in modo corretto?
R: Queste cose non si regolamentano, si fanno per relazione, per follia, per amore. Non si può regolarizzare il fatto che i ricchi possano comprare i poveri. C’è un giro di 10 miliardi di dollari e nulla lo fermerà. Tanto meno il mio libro.
D: Perché l’ha scritto allora?
R: Ho cacciato un bello strillo e poi soltanto aver affermato artisticamente questa cosa è un fatto. L’incidenza su una realtà atroce, su questo schiavismo, che passa per progressismo. E poi con questo libro mi volevo innamorare e ci sono riuscita. Ho fatto un regalo a me stessa, passando mesi fantastici con questo ragazzino. Stavo benissimo sempre, proprio fisicamente (ride, ndr).
D: Perché ha scelto di scriverlo come una fiaba?
R: I libri sono metà volontà e metà sogno. È una fiaba amara come le raccontava Charlie Chaplin, perché la fiaba è speranza.
D: Con quest’opera non rischia di passare per moralista o bigotta?
R: Io da giovane ho scritto un libro, Il vangelo secondo Maria, in cui ho fatto abortire la Madonna, quindi non mi definirei propriamente bigotta. Lì la protagonista si monta la testa quando scopre di essere stata scelta da Dio per questo compito, poi appena le viene in mente il perché, alza la testa. Arriva l’angelo, antipaticissimo, un ragazzino di 30 anni ma immortale, un aristocratico dei cieli che le dice di non pensare. Da questo momento capisce che è fregata. Lei aveva un piccolo progetto, scappare su un asino vestita da ragazzo verso Alessandria, poi sfida Dio in tutti i modi, chiedendogli se allora il suo piccolo disegno valesse come quello immenso di Dio, ma lui non risponde, lei è disperata, lo sfida e quando è vinta, si rende conto che ha nel suo corpo lo strumento della disobbedienza e abortisce in tre righe. Ecco.
D: Tornando al ragionamento di prima, è favorevole alle adozioni per le coppie dello stesso sesso?
R: Guardi, l’unico atto d’amore lo dovrebbe fare lo Stato italiano, permettendo l’adozione agli etero, ai gay e ai singoli, anche perché come sappiamo il bue e l’asinello non è detto che funzionino sempre. Pasolini diceva che la famiglia è un’associazione a delinquere, quindi penso che chiunque non sarà peggio di quei genitori separati che si interessano ai figli di tanto in tanto. Risolvere questo sporco affare della difficoltà delle adozioni eviterebbe anche il problema dell’utero in affitto.
D: Gli aspiranti genitori sono due ricchi americani di cognome Trump, come mai questa scelta?
R: Perché quando l’ho scritto era un nome di timore, il più ovvio simbolo di volgarità e di strapotere del denaro.
D: A tal proposito, hanno fatto bene a protestare migliaia di donne all’indomani dell’insediamento di Donald Trump come presidente degli Stati Uniti?
R: Certamente, anche se a me non consola. L’idea che ci sia una minoranza che manifesti è ovvio che sia impressionante, ma quello che mi sconvolge di più sono i milioni di americani che si sono identificati con lui. Mi spaventano le masse, non solo i capi. Hanno eletto il loro persecutore, uno che ha tolto l’Obamacare, ovvero l’accesso alla sanità da parte dei meno abbienti, come se tutti quelli che l’hanno votato fossero ricchi. Sia ben inteso che avevo terrore anche di Hillary Clinton.
D: E come mai?
R: Mi faceva paura il suo senso di frustrazione, il suo essere eterna seconda e complice del marito in tutte le sue schifezze alla Casa Bianca. Non dimentichiamoci che sono stati i Clinton a dichiarare guerra alla ex Jugoslavia.
D: Ma Trump rappresenta davvero un pericolo per il mondo?
R: Certamente, anche se lo sono già stati anche i Regan, i Bush, se ne sono avvicendati tanti. Ora lui è Il peggio del peggio dell’America fatto uomo e fatto presidente. Si pensi ai Simpson che nel 2000, che si immaginarono tutto ciò. Era un paradosso ed è diventata la nostra realtà.
D: Quindi c’è da avere paura?
R: Sì, come di chi è venuto prima di lui, come dicevo, perché se c’è l’Isis oggi è colpa di Bush. Guardi quando ero bambina e si usciva dalla guerra, lasciandoci alle spalle quell’abominio che è stato il Nazismo, si percepiva chiaramente che quella fosse la prova generale dei secoli a venire. Da quella cosa lì non si sarebbe più tornati indietro.
D: Tornando alle proteste femministe di Washington, cos’è oggi il femminismo per lei che l’ha praticato?
R: In primo luogo voglio precisare che sono stata sempre femminista, ma da sola, non ho mai fatto parte di gruppi. Io trovo però riduttivo che si sia manifestato in nome del femminismo. Lì devi protestare in nome della libertà per il libero arbitrio. Se una è femminista non deve poi odiare gli africani.

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