19 Gennaio Gen 2017 1825 19 gennaio 2017

Vi racconto la Francia per soli uomini

Con una telecamera nascosta la scrittrice franco-algerina Nadia Remadna ha girato un filmato, che ha fatto il giro del mondo, nei bar delle periferie parigine. Dove le donne vengono messe alla porta.

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LIVRE REMADNA SEVRAN

I capelli lunghi e scuri e il tono della voce pacato. L’immagine è nitida ma non completamente chiara. C’è movimento e confusione. È una telecamera nascosta che custodisce uno spaccato complesso, inquietante. Perché a Sevran, periferia Nord di Parigi, dentro alcuni locali, le donne non sono gradite. «Non è posto per voi, signore«, spiega in modo sbrigativo il gestore di una ricevitoria. «State cercando qualcuno? Forse è meglio aspettiate fuori», dice un altro barista. Il motivo? «Qui ci sono soltanto uomini». Perché la Francia non sembra essere un Paese per donne. O almeno, nelle periferie, dove per le strade, di donne, se ne incontrano poche. I loro volti, spesso incorniciati dal velo, si perdono tra i vicoli delle banlieux e spariscono dietro ai portoni delle case. Qui, le madri guardano i loro figli cambiare forma e diventare adulti. Spesso degli sconosciuti. È qui che la radicalizzazione riesce a confondersi tra i più giovani. E il sangue, che unisce madri e figli, spesso non basta.

Nadia Remadna è di origine algerina e non indossa il velo. Con una telecamera nascosta ha girato un video nei bar della periferia parigina. Le immagini mostrano strade desolate e bar frequentati soltanto da uomini. Il filmato, trasmesso dalla tivù pubblica francese, ha fatto il giro dei giornali di tutto il mondo.
Nel 2014 ha fondato un’associazione nata per difendere la laicità e il principio di uguaglianza tra i sessi. E per vigilare sui giovani, sui figli, prede vulnerabili di estremismo e delinquenza. L’hanno chiamata La Brigade des Mères (Brigata delle madri, ndr), un esercito silenzioso che combatte dentro le case e agli angoli delle strade. In periferia, soprattutto. Sono madri, sorelle, nonne ma anche tanti padri, fratelli e uomini single. Ascoltano, comprendono e vigilano. E a volte fanno anche prevenzione. A LetteraDonna, Nadia Remadna, che nel 2012 ha pubblicato Comment j’ai sauvé mes enfants (Come ho salvato i miei figli, pubblicato per Calmann-Lévy, ndr), racconta che cos’è questo progetto e quali sono i suoi obiettivi: «Ho scelto questo nome perché la parola brigata fa pensare alla lotta, al fatto che dobbiamo combattere per i nostri diritti».

DOMANDA: Signora Remadna, che cosa vi ha spinto a realizzare questo video a Sevran?
RISPOSTA: Il fatto che qui, in Francia, esistano luoghi chiusi alle donne. Letteralmente.Ci sono posti dove a noi non è permesso entrare, né girare per le strade, di fatto. E io ne ho avuto la prova.
D: Come ha reagito quando i gestori di alcuni bar vi hanno chiesto di lasciare i locali in quanto donne?
R: La cosa non mi ha sorpreso, ma di certo non mi aspettavo di essere allontanata così. Neanche nelle zone rurali del Maghreb succedono queste cose: io lì ci sono stata e le donne, i locali, li frequentano. Ho avuto l’impressione di trovarmi più in un Paese luterano. Ma il problema non è tanto il locale, dove io vado poco.
D: Qual è allora?
R: Il fatto che esista una vera e propria discriminazione nei confronti delle donne in un Paese occidentale come la Francia. Qui, nei fatti, sono ancora soltanto gli uomini a prendere la parola e le decisioni. Quello di andare in un Caffè, per me è stato un pretesto per dimostrare che la donna è ancora in secondo piano.
D: In che senso?
R: Ci sono uomini che, ogni giorno, parlano per noi. Le donne, anche in quanto madri e sorelle, non vengono ascoltate. Nemmeno in casa. E purtroppo, sembra che a molte di loro, questo non disturbi più di quel tanto. Oltre a questo fattore, poi, esiste un preoccupante diniego della radicalizzazione.
D: Per questo ha scelto di accostare alla parola «Brigade» (brigata, ndr) quella di «Mères»?
R: Sì, perché sono loro che possono arginare il fenomeno della violenza, della delinquenza e della radicalizzazione. Ed è proprio a loro che dico di battersi per i propri diritti. Ad ogni attentato qui spesso vengono incolpate le madri, accusate di non aver vigilato a sufficienza sui loro figli. Per questo ritengo determinante che anche loro prendano parte attiva in questo processo di sensibilizzazione.
D: Come hanno reagito le persone dopo aver visto il video?
R: Da alcuni non siamo stati capiti all’inizio. Prima della pubblicazione non eravamo ascoltati granché, neanche dalle istituzioni locali purtroppo. In tanti rifiutavano l’idea che questo fenomeno esistesse. Ci hanno accusato di mentire, ma dopo il video hanno iniziato a darci ascolto.
D: Il video ha fatto il giro del mondo. Si aspettava così tanta risonanza?
R: No, assolutamente. Però mi ha dato fastidio il fatto che sia stato strumentalizzato, soprattutto politicamente, e che sia stato preso fuori contesto.
D: In che senso?
R: È diventato una critica solo contro i musulmani e i maghrebini che popolano questi quartieri. Ma il problema è molto più ampio di così: coinvolge le mentalità e le istituzioni che, magari per motivi elettorali, non fanno rispettare le leggi che ci sono già. Si ghettizza, si creano delle zone franche, dove la legge, di fatto non esiste, per stuzzicare estremismi. Da entrambe le parti.
D: Molti foreign fighters autori degli ultimi attentati che hanno insanguinato l’Europa, negli ultimi due anni, sono giovani di seconda o terza generazione, provenienti da luoghi periferici delle grandi metropoli. Perché, secondo lei?
R: Nelle periferie esiste un certo machismo. Moltissimi giovani, soprattutto minorenni si trovano senza punti di riferimento. Girano per il quartiere senza andare a scuola e assorbono una mentalità sbagliata. Questo li rende vulnerabili e facilmente preda della violenza e del radicalismo.
D: L’odio li seduce, secondo lei?
R: Sì, in tutti i sensi. La loro testa viene riempita da questi predicatori del male che li reclutano, promettono loro di restituirgli una dignità che, spesso, in Francia gli viene negata.
D: Perché?
R: Perché vivono in bilico tra due mondi: non si sentono completamente francesi ma non si riconoscono nemmeno nelle loro origini, lontanissime dal loro modo di vivere. La religione, in generale e non solo quella musulmana, può dargli una sorta di cittadinanza dentro la quale riconoscersi.
D: Di chi è la colpa, signora Remadna?
R: Sono portata a pensare che molta responsabilità l’abbia la politica che ha lasciato fare. Nel 2014, ad esempio, alle elezioni molti candidati di origine maghrebina hanno molto insistito sulle differenze. Lo Stato, in quel caso, si è dimostrato troppo lassista, ha lasciato spazio a questi predicatori d’odio e non li ha fermati per tempo. Questi andavano fermati prima che mettessero nei nostri ragazzi convinzioni sbagliate.
D: E ora che cosa si può fare?
R: Tornare indietro di 10 o 20 anni, purtroppo, non è possibile. Il male è già stato fatto. Ciò che si deve fare è applicare le leggi che dovrebbero garantire, prima di tutto, l’uguaglianza tra uomini e donne.
D: Lei è francese ma ha origini algerine. Nella sua vita cos’ha prevalso maggiormente, l’essere europea o maghrebina?
R: Sono soprattutto una cittadina libera, non importa la nazionalità. Io mi batto per la libertà, per restare libera, per la laicità e per la Repubblica. Non ne faccio una questione di bandiera: i miei genitori non erano francesi, erano musulmani ma questo non significa nulla. Ciò che ci accomuna tutti è battersi per la libertà. Sempre.

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