19 Settembre Set 2016 1653 19 settembre 2016

La primavera delle donne arabe

«Nel mio Paese si inizia a respirare un'aria di cambiamento: c'è molta più libertà». Ad assicurarlo è la scrittrice saudita Raja Alem. Che sul divieto-burkini dice: «È la fine della democrazia».

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«Nel mondo arabo molto sta cambiando. Anche grazie alle donne». A spiegarlo a LetteraDonna è proprio una donna saudita: la scrittrice Raja Alem, che al festival Pordenonelegge ha presentato in anteprima nazionale il suo nuovo romanzo, Khatem. Una bambina d’Arabia (Atmosphere, 220 pp, 16,00 euro). Lei è riuscita nella difficile impresa di imporsi nella letteratura araba arrivando addirittura a vincere il prestigioso premio letterario Arabic Booker con il suo Il collare della colomba.
«Ho iniziato a scrivere articoli per un giornale senza dirlo a nessuno né chiedere il permesso, ma mio padre, che è un liberale, non ha mai interferito», racconta. D'altronde in Arabia Saudita non è visto di buon grado che una donna firmi gli articoli, quindi molte usano degli pseudonimi: «Ma io ho sempre messo il mio nome e la mia famiglia l’ha accettato. Così anche i miei libri, che per quello che tratto sono molto forti, non mi hanno mai procurato problemi con i miei parenti, anche se non credo che li abbiano letti proprio tutti».

Khatem. Una bambina d’Arabia (Atmosphere, 220 pp, 16,00 euro) di Raja Alem.

DOMANDA: A proposito di libri, come è nata la storia che racconta in Khatem. Una bambina d’Arabia?
RISPOSTA: Volevo raccontare il superamento dei confini tra l’essere una bambina e poi una donna, ma anche tra i due sessi. C'è una libertà di movimento tra il mondo maschile e quello femminile: si può viaggiare tra i generi sessuali.
D: Dove è ambientato il suo libro?
R: Alla Mecca, mia città d’origine, agli inizi del XX secolo. All’epoca era una città popolata dai migranti, e dai pellegrini che venivano a fare il viaggio previsto dai precetti dell’Islam. In quel periodo le fasce più ricche della società si impegnavano ad ospitare i viaggiatori e a dare loro cibo in cambio di piccoli servizi. C’era uno spirito di comunità molto forte, e l’idea di abbracciarsi gli uni con gli altri.
D: E oggi la Mecca com’è?
R: Totalmente cambiata. Mi sento una straniera, perché ora vivo a Parigi, e quando ci torno non la riconosco più. Sono tornata là dove c’era una volta la casa di mio nonno e sono rimasta scioccata nel vedere quanto è cambiata. È una città molto piccola, ma ogni anno vanno in visita lì circa tre milioni di persone.
D: Chi è Kathem, la protagonista del suo romanzo?
R: È la sesta figlia femmina di uno sceicco, che però ha l’aspetto di un ragazzo e cresce quindi nell’ambiguità. Appartiene a una famiglia ricca, ma esce in città ed esplora le realtà più povere, incontrando sul suo cammino donne che si prostituiscono o che vendono i figli. La sua essenza è proprio la curiosità di scoprire l’ambiente circostante: è nata in un posto esclusivo ma ha voglia di esplorare. Un po’ come me.
D: Vi somigliate quindi?
R: Come lei vengo da una famiglia agiata e ho sempre mantenuto una forte curiosità nei confronti degli altri.
D: La sua è una famiglia religiosa?
R: Sì, molto conservatrice, ma io ho dei ricordi bellissimi di quando ero giovane alla Mecca. I miei nonni e i miei genitori festeggiavano, suonavano, ascoltavano musica e la facevano sentire a tutto il vicinato. La religione era vista come qualcosa che dava gioia, che migliorava la vita delle persone, mentre oggi è usata come strumento per acquisire potere.
D: Si riferisce anche al terrorismo islamico?
R: Non capisco davvero cosa stia succedendo. Per quanto mi riguarda, l’umanità è un corpo unico e i terroristi sono come un tumore che cerca di attaccare questo corpo. Vorrei sottolineare che i massacri sono qualcosa di alieno alla società musulmana, a nessun islamico verrebbe mai l’idea di spezzare neanche il ramo di un albero.
D: Come ha reagito da musulmana agli attentati di Parigi del novembre 2015?
R: Durante gli attacchi mi trovavo proprio a Parigi. Il giorno dopo molti cinema e teatri erano chiusi e le persone avevano paura a uscire di casa, cambiando così le proprie abitudini. Io invece sono uscita e sono andata a vedermi un film e farlo è stata la mia forma di protesta verso chi vuole toglierci la libertà. È così che si combattono le cose.
D: Torniamo in Arabia. Come vivono le donne nel suo Paese?
R: L’ultima volta ci sono stata a giugno 2016, a Riad. È una delle città più conservatrici dello Stato, ma ho trovato molta più libertà: si respirava un’aria di cambiamento, soprattutto da parte delle donne. Ora si danno da fare, creando aziende, vendendo i loro prodotti e partecipando alla vita pubblica. Per carità, non voglio dare un’immagine totalmente rosea, ma si deve capire che il Paese è molto grande e in alcune parti ci sono ancora donne che non godono dei diritti, anche se tante stanno iniziando a lottare.
D: Sono attive anche sul piano culturale?
R: Certamente. Il museo dell’arte di Riad è fondato da un gruppo di donne. Poi ci sono molte iniziative artistiche e tante nuove giornaliste e scrittrici, soprattutto poetesse, perché siamo un Paese romantico. Non è un movimento enorme, ma consistente.
D: Ci sono però anche molte divisioni e barriere tra gli uomini e le donne nel mondo musulmano.
R: Le barriere, comprese quelle visive, sono molto forti. In Arabia Saudita, ad esempio, nei ristoranti c’è una divisione tra le famiglie e le donne e gli uomini soli. Però le assicuro che queste divisioni esistono anche in Occidente, con la differenza che da noi non esistono discriminazioni tra donne e uomini, semplicemente esiste questo e anche quello. Siamo noi donne che a volte le creiamo queste differenze.
D: In che senso?
R: Volendo essere uguali agli uomini. Noi siamo donne e dobbiamo essere fiere di quello che siamo, anche perché ricordiamoci che prima di tutto siamo essere umani.
D: Le arabe quindi sono libere?
R: Nessuno è veramente libero. Io, ad esempio, ho trovato la mia via e la mia libertà firmando i libri con il mio nome, andandomene a Parigi. La libertà è una scelta personale e ogni giorno combattiamo per conquistarla.
R: Cosa pensa invece delle polemiche sul burkini?
D: Per me l’essenza di una società è la libertà: di espressione nel modo di vestirsi. Giudicare le persone per quello che indossano è la fine della democrazia.

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