16 Settembre Set 2016 1913 16 settembre 2016

La donna che cuce la speranza

A tu per tu con Suor Rosemary Nyirumbe, ospite di Pordenonelegge, che dal 2001 con ago e filo ridà dignità alle bambine soldato dell'Uganda. Strappandole alla Lord's Resistance Army.

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rosemary nyirumbe

Samo abituati a percepire gli eroi come qualcosa di sovrannaturale, persino di mitologico, senza renderci conto che quelli veri sono tra noi, vicino a chi ha realmente bisogno di loro. Per questo Suor Rosemary Nyirumbe, che a Pordenonelegge – (in programma fino al 18 settembre) ha presentato il libro Cucire la speranza. Rosemary Nyirumbe, la donna che ridà dignità alle bambine soldato (Editrice missionaria, 240 pp, 17,50 euro), non ama definirsi un'eroina. In fondo porta avanti una vocazione, che non è solo quella legata a Dio, ma anche quella di una donna che aiuta altre donne. Le più deboli, perché vittime della guerra che per 20 anni ha insanguinato l'Uganda.

NOTATA ANCHE DAL TIME
Dal 2001 Suor Rosemary gestisce la scuola Santa Monica, a Gulu, dove accoglie le giovanissime ragazze destinate a diventare soldatesse dell’esercito dei ribelli della Lord's Resistance Army. Ha ridato loro una vita e una professione, attraverso l’insegnamento del taglio e cucito, che permette loro di guadagnarsi un futuro, e di avere nuovamente fiducia e amore verso quella stessa società che le ha escluse. Una missione silenziosa quella di Suor Rosemary, notata però dal Time, che l’ha inserita nella lista delle cento persone più influenti al mondo. Ora ha iniziato un tour, anche italiano, per presentare il suo libro, con prefazione del giornalista Toni Capuozzo. Perché, come ha detto con grande passione e fervore a LetteraDonna: «Quelle donne e i loro bambini, sono figli di tutti noi e con poco, possiamo garantire loro un futuro».

DOMANDA: Come si sentiva quando ha iniziato ad accogliere queste ragazze?
RISPOSTA: Spaventata, perché non avevo mai fatto questo lavoro, non avevo mai cucito e tanto meno pensato che mi sarei dovuta occupare di mamme con bimbi piccoli. Ero preoccupata perché non sapevo dove avrei messo le prime 240 ragazze che sono venute e i loro figli. Soprattutto questi ultimi, perché le mamme sarebbero state comunque impegnate con la scuola di cucito.
D: E cosa ha fatto?
R: Ho coinvolto altre madri, perché si prendessero cura di questi piccoli e ho aperto il primo asilo sotto un albero. Mi sono sentita in dovere di cercare di restituire dignità a questi bambini. Così da una parte c’era la scuola in cui andavano le ragazze e dall’altra quella dei loro figli.
D: Quali sono state le difficoltà più grandi?
R: Il fatto di vivere con delle ragazze che in fondo erano delle soldatesse poteva suscitare una certa paura, ma ho capito che se avessi dato loro il mio amore, le avrei trasformate in persone diverse. Non mi sono mai sentita in pericolo.
D: Quindi la sua comunità è aperta a tutti?
R: Certo. Una volta è venuta una donna, la moglie di un leader dei ribelli, con i suoi quattro figli ed era spaventata: non voleva stare da noi perché temeva che i bimbi venissero identificati solo come i figli di un assassino, visto che anche la sua famiglia l’aveva emarginata per questo motivo. Mi sono sentita ancora più in dovere di aiutarla.
D: Perché?
R: Per dimostrarle che la stessa società che l’ha emarginata era pronta a riaccoglierla.
D: Com’è nata l’idea di farle cucire?
R: Diciamo che per me è stata quasi una metafora di vita. Ho iniziato a usare le macchine da cucire, che letteralmente uniscono i tessuti, per mettere assieme dei pezzi di vita e ho portato via quelle ragazze da macchine che invece le vite le distruggono. Ho cercato di riabilitare queste donne e di ricucire le loro esistenze, come loro fanno con ago e filo.
D: Ha insegnato lei a cucire?
R: No: visto che non sapevo farlo, allora ho semplicemente detto loro di guardare come erano fatte le persone e di modellare dei vestiti unendo pezzi di stoffa in base alla loro conformità fisica.
D: E cosa producono le 'sue' ragazze?
R: Vestiti ma anche accessori, che poi man mano sono andata a inventarmi, come delle borse fatte con le linguette delle lattine di alluminio. Usano pezzi di scarto per ridare vita a degli oggetti, visto che loro stesse sono state scartate dalla società e cercano di rinascere attraverso questi stessi oggetti.
D: Dove si possono comprare questi prodotti?
R: Vorrei poterli vendere anche in Italia, anche se al momento si possono acquistare solo su internet. Molti mi dicono che sono cari, ma io spiego loro che quei soldi rappresentano l’amore che le ragazze mettono nel loro lavoro e che questo denaro può dar loro la possibilità di mantenersi, così da non dover andare a chiedere l'elemosina o a prostituirsi.
D: Cosa può fare l’Occidente per loro?
R: Abbiamo bisogno di coinvolgere quante più persone in questo progetto e farlo conoscere al mondo. Spesso le Ong intervengono solo nelle emergenze, ma ora anche se la guerra in Uganda è finita, loro hanno ancora molto bisogno di aiuto.
D: Anche il suo libro serve a questo?
R: Certamente. Dentro ci trovate molte storie e partire proprio da me, dalla mia vita personale. C’è anche molta sofferenza tra queste pagine, ma quella che poi si trasforma in speranza.
D: A quale storia tra quelle raccontate è più legata?
R: Quella più terribile che ho vissuto risale a prima che aprissi la scuola. Io e altre suore vivevamo in una casa e un giorno siamo rimaste bloccate dentro per sei ore per una sparatoria tra guerriglieri. Finiti gli spari sono andata nella cucina e ci ho trovato un soldato che si stava nascondendo. Gli ho detto di andarsene, altrimenti il governo avrebbe pensato che eravamo delle collaborazioniste. Lui mi ha chiesto in cambio dei medicinali: gli ho dato quei pochi che erano rimasti e se n'è andato. Quando poco dopo l'ho visto ritornare, ho pensato che mi avrebbe ucciso. Invece, visto che gli avevo dato le compresse, era tornato per disinnescare l’esplosivo che aveva messo nella stanza, compreso quello nel forno, che avrei acceso di lì a poco per cucinare. Così ho capito che a volte basta poca gentilezza per riceverne altrettanta in cambio.
D: Qual è il futuro di queste ragazze?
R: Noi non diamo un limite di tempo per rimanere da noi, dipende dal livello di trauma che hanno subito. Rimangono da noi anche dieci anni e poi comunque restiamo in contatto con loro, rivedendoci costantemente. Da marzo sono partita con un progetto di scolarizzazione per adulti e molte di loro sono tornate. Questo mi ha commossa, perché ho capito che vogliono diventare delle persone integrate nella società.
D: Pensa che avrebbe fatto questa scelta di vita anche senza il percorso di fede?
R: Credo che la mia vocazione abbia avuto un ruolo fondamentale. Senza la mia comunità religiosa non avrei avuto la forza di rimanere lì e fare ciò che ho fatto. La mia chiamata è stata dividere la mia vita con chi ne ha bisogno. Io la definisco una vocazione all'interno della vocazione.
D: La fede non può essere anche un limite?
R: Guardi, la mia è una scuola cattolica ma accetto anche donne incinte. Questo va contro i precetti di qualsiasi scuola cattolica in Uganda, ma io ho ascoltato la compassione e do loro il poco che Dio ha dato a me.

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