18 Agosto Ago 2016 1727 18 agosto 2016

La libertà di Natascha

Nel 2006 la storia della Kampusch, la ragazzina rapita da Wolfgang Přiklopil e tenuta segregata per 3096 giorni, fece il giro del mondo. In un libro appena uscito ha raccontato che non tutto, da allora, è andato come sperava.

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libro kampusch

Sono passati dieci anni da quando Natascha Kampusch riuscì a liberarsi e fuggire dal suo rapitore Wolfgang Přiklopil, che l'aveva segregata. La storia fece il giro del mondo e nel 2010 diventò un libro, 3096 giorni, che raccontava quel periodo, iniziato il 2 marzo 1998 e terminato il 23 agosto 2006. Nel decimo anniversario della fine della prigionia Natascha ne ha pubblicato un volume, in cui ha analizzato i suoi primi dieci anni di libertà.

L'ODIO CORRE SUL WEB
Il libro si intitola, appunto, 10 anni di libertà e svela che, per Natascha, dopo la prigionia non è stato tutto rose e fiori. Anzi. Come ha raccontato alla presentazione del volume in una libreria di Vienna, la città dove vive, ha vissuto in questo periodo esperienze contrastanti. Se è riuscita finalmente ad avere una vita come tutte le sue coetanee (oggi ha 28 anni), ha ricevuto però anche tanto odio: «Sono fuggita da un nemico e all'improvviso ne ho trovati a decine. In alcuni forum su Internet persino a migliaia», ha detto Natascha, spiegando di aver ricevuto tantissimi insulti sul web. E non solo: una volta, ha aggiunto, persino un'anziana l'ha offesa, mentre stava semplicemente facendo shopping. «Devo aver toccato un nervo scoperto in tante persone», ha aggiunto con amarezza.

UNA RAGAZZA FORTE
Dopo la fine del lunghissimo rapimento, Natascha ha dovuto 'affrontare' la curiosità morbosa della stampa. E la cosa non le è piaciuta affatto: «Chiedendomi di continuo di fare rivelazioni sugli abusi sessuali subiti, è come se i media volessero privarmi di nuovo della mia vita privata». In questi dieci anni, ha aggiunto, si è anche sentita dire che era stata violentata da Přiklopil a causa del suo carattere forte, mentre secondo lei è stato proprio questo a salvarla: «Potete stare sicuri: non mi vedrete mai piangere o singhiozzare in pubblico».

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