29 Luglio Lug 2016 1850 29 luglio 2016

Agatha con una dose di ironia

Si ispira alla Christie, italiana con uno pseudonimo inglese, Becky Sharp ci parla del suo giallo autrice di Penelope Poirot fa sempre la cosa giusta, che mescola suspense e parodia.

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Il «giallo» è uno dei generi letterari che da sempre affascina i lettori e riesce, più di ogni altro, a catturare fan. È quello che si definisce un evergreen e la sua regina è indiscutibilmente Agatha Christie. Un gigante difficile da avvicinare per molti scrittori, ma non per un'italiana dallo pseudonimo inglese: Becky Sharp. Nella vita di tutti i giorni Becky è copywriter e traduttrice e ha già pubblicato un libro, con un ulteriore pseudonimo che non vuole rivelare. La sua conoscenza della lettura è profonda e lo si percepisce in ogni particolare del libro. Non solo la protagonista è la pronipote del famosissimo Hercule nato dalla penna della regina del giallo, ma il rapporto tra Penelope e la sua assistente è un «omaggio a Nero Wolfe» e tra le pagine spuntano numerose citazioni, spesso contro la volontà stessa di chi scrive perché «talmente sedimentate nell'anima da fluire spontanee nella scrittura». Penelope Poirot fa sempre la cosa giusta è un libro ironico e frizzante, che mescola suspense e parodia. Un mistery in perfetto stile inglese, sebbene l'ambientazione sia italiana e porti il lettore lungo i profili delle Colline del Chianti, per una caccia all'assassino che assicurerà tanti brividi quante risate.

DOMANDA: Dov'è nata l'ispirazione per il libro?
RISPOSTA: Inizialmente era un'idea vaga: Poirot aveva una nipote. Il nome è arrivato solo successivamente, mentre chiacchieravo con un'amica: Penelope. È stato in quel momento che l'ho vista: tondeggiante, con uno chignon a torre, l’andatura di un criceto con i tacchi e la linea di un krapfen. E contemporaneamente ne ho avvertito la voce: doveva parlare con un tono alto, celebrativo e rococò. A suo fianco è nata subito la sua segretaria, Velma Hamilton; ci voleva qualcuno in grado di smorzare e demistificare le manie di grandezza della donna Krapfen!
D: Come definirebbe il suo personaggio?
R: Un’affettuosa parodia dei grandi investigatori della tradizione inglese. Nel mio libro ci sono numerosi modelli e si intrecciano tutti in lei. C'è un po' di Wodehouse e un po' di Chesterton. È innegabile poi che il rapporto tra Velma e Penelope si ispiri, anche se vagamente, a quello tra Archie Goodwin e Nero Wolfe.
D: Come ci si rapporta a un gigante come Agatha Christie?
R: Con umiltà e un po’ di ironia. Elementi che caratterizzavano in fondo la stessa Christie.
D: Come mai ha scelto Becky Sharp come pseudonimo? Un omaggio a Thackeray?
R: Principalmente. Lui era un grande scrittore che riusciva a concretizzare la sua vis polemica attraverso la parodia di modelli noti. Ed è quello che ho tentato di fare io. In tono minore, ne sono consapevole, Penelope Poirot è una parodia del mystery e non manca, mi pare, di spunti satirici.
D: Poirot era belga, il mistery è tradizionalmente inglese. Cosa l'ha portata a scegliere un'ambientazione italiana?
R: La familiarità. Conoscere geograficamente e culturalmente il luogo in cui ho ambientato la storia mi ha permesso di tratteggiare personaggi e ambienti con un maggiore controllo. Nonostante sia un mistery, ho trovato necessario non inventare tutto di sana pianta.
D: Se dovesse descrivere il suo lavoro in una sola frase o in pochi aggettivi, quali sarebbero?
R: Cura, divertimento, passione per la sonorità delle voci e il ritmo delle frasi. E ironia, che è tutto per me e per il mio libro.
D: Come ci si approccia a scrivere un giallo? Quali sono le difficoltà del genere?
R: Essendo, il mio, un giallo sui generis - in cui l’elemento umoristico è determinante - la maggiore difficoltà è stata quella di strutturare una trama avvincente che mi permettesse allo stesso tempo di non perdere le sfumature ironiche. Spero di esserci riuscita.
D: Lei ha fatto molti lavori, tra cui la copywriter e la traduttrice. È stato difficile passare dall'altra parte della barricata?
R: In tutta sincerità questo non è il mio primo libro: ne ho pubblicato un altro qualche tempo fa, sempre con pseudonimo. Passare dall’altra parte ha significato diventare più umile e rispettosa verso le opere altrui. Sono tanti i libri che non mi piacciono, ma ora so, con maggior consapevolezza, che dietro ognuno c’è lavoro, fatica, attesa e una certa dose di paura.
D: Cosa significa e ha significato per lei la lettura?
R: La lettura, dal saggio al fumetto, passando per la poesia e il romanzo di fantascienza, ha contribuito a modellare i miei immaginari e miei pensieri. Mi ha dato le parole e insegnato a guardare la realtà come a un universo infinito di sensazioni e possibilità.
D: Se dovesse consigliare un libro per l'estate, quale sarebbe e perché?
R: Io e Henry di Giuliano Pesce, edito dal mio editore MarcosyMarcos, e non per spirito di squadra; è un romanzo geniale, molto avvincente. Pesce è capace di destreggiarsi con maestria tra temi e registri diversissimi. Una sorpresa!
D: Quali saranno le sue letture estive?
R: Dovendo lavorare molto, non so ancora con cosa mi consolerò. Ho appena terminato L’estate del Cane Bambino di Mauro Pistacchio e Laura Toffanello. E ho in attesa Amuleto di Bolano e Le cose che restano di Jenny Offill. In caso di crisi ricorrerò come sempre alla rilettura di qualche classico: rileggere è un modo di ritrovarsi (e di ritrovare gli autori). Ovviamente non mancherà qualche robusta dose di Agatha Christie

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