14 Luglio Lug 2016 1220 14 luglio 2016

Attraverso gli occhi di Natalia

Il 14 luglio 1916 nasceva una delle figure di primo piano della letteratura italiana del Novecento. Abbiamo selezionato cinque romanzi che la raccontano e spiegano un'Italia che non c'è più.

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«Il mio mestiere è quello di scrivere». Amava rispondere così Natalia Ginzburg, nata Levi, a chi le chiedeva che cosa facesse nella vita. Una descrizione forse un po' troppo riduttiva per una figura di primo piano della letteratura italiana del Novecento. Perché quella donna nata a Palermo il 14 luglio 1916 ha dato un contributo fondamentale alla cultura del Paese. Proveniente da una famiglia antifascista di origine ebraica, ben presto ha dovuto fare i conti con le leggi raziali e l'oppressione totalitarista del regime. Prima il confino nel 1940 a Pizzoli (Abruzzo) insieme al marito, poi le persecuzioni e la morte nel carcere di Regina Coeli dell'uomo che aveva sposato. Finita la guerra Natalia iniziò anche la militanza politica di sinistra. Nel mezzo un'intensa e accurata attività letteraria che la porterà a diventare simbolo di un'Italia fatta di contrasti e brutture ma con la consapevolezza di stare creando le fondamente per una nuova identità che si doveva e voleva lasciare alle spalle gli anni del fascismo.

LA STRADA CHE VA IN CITTÀ
Pubblicato nel 1942 con lo pseudonimo di Alessandra Tornimparte, La strada che va in città è di fatto il primo romanzo scritto da Natalia Ginzburg. «Aspro, pungente, pieno di sapori nuovi come un frutto appena un po' acerbo», l'ha definito il critico letterario nonché scrittore Cesare Garboli. Un'opera prima scritta quando Ginzburg avevava appena 27 anni. Un'opera che parla della vita, delle sue bellezze come delle sue brutture. Ecco che la storia di una ragazza che sceglie di fare un matrimonio d'interesse si fonde con la scoperta di una realtà sconfortante. Quella del vero amore, fatto di tormenti, gioie ma anche passioni senza via d'uscita.

È STATO COSÌ
Deve passare la fine della guerra e quel dolore per l'assassinio del marito prima che Natalia Ginzburg possa tornare a scrivere. Lo farà solo nel 1947 con È stato così, suo secondo romanzo nonché vincitore del premio letterario Tempo. Un libro decisamente più maturo che mette in scena, con un linguaggio semplice ma allo stesso tempo carico di pathos, quei sentimenti, quelle passioni, quelle speranze di una donna sola destinata a smarrire la propria esistenza. Ed è da queste premesse che prende forma la storia di un amore disperato e geloso, dettata dalla tacita sopportazione della relazione extraconiugale del marito.

VALENTINO
È invece del 1957 il premio Viareggio conquistato grazie al suo Valentino. Dopo due protagoniste donne, Natalia Ginzburg sembra optare per un personaggio principale maschile per raccontare la storia di una famiglia sconnessa. Non ci sono dubbi. Valentino è un bel ragazzo. È iscritto alla facoltà e i suoi genitori si aspettano tantissimo da lui. Il padre lo vorrebbe primario, mentre la madrespera che possa studiare una donna bellissima. Ma Valentino è tutt'altro che il ragazzo perfetto che la sua famiglia sogna. Lo sa bene la sorella Caterina che lo vede per quello che è: pigro, viziato e vanesio, destinato ad avere per moglie una donna brutta e ricchissima e ad andare incontro a un fallimento. Ed ecco che l'attenzione si sposta da Valentino a Caterina, voce narrante e testmone esclusa di una vita che vorrebbe afferare a piene mani.

LESSICO FAMIGLIARE
Un libro a tutto tondo con cui Natalia ha vinto il prestigioso premio letterario Strega è senza dubbio Lessico famigliare. Romanzo che diventa autobiografia, racconto intimo ma allo stesso tempo fittizio. La trama, del resto, sta tutta nel titolo. Lessico perché questo racconto passa anche attraverso il ricordo di frasi, modi di dire, espressioni gergali della sua infanzia. Famigliare, invece, perché racconta la storia di una famiglia ebraica e antifascista. Uno specchio che riflette quanto vissuto dalla May durante gli anni del regime di Mussolini. «Noi siamo cinque fratelli. Abitiamo in città diverse, alcuni di noi stanno all'estero: e non ci scriviamo spesso. Quando c'incontriamo, possiamo essere, l'uno con l'altro, indifferenti, o distratti. Ma basta, fra noi, una parola [...] per ritrovare a un tratto i nostri antichi rapporti, e la nostra infanzia e giovinezza, legata indissolubilmente a quelle frasi, a quelle parole». Così scriveva Ginzburg per raccontare quanto i suoi ricordi fossero gli stessi dei suoi fratelli. Ricordi che affondano le radici in un terreno saldo chiamato mamma e papà.

LA CITTÀ E LA CASA
È con un romanzo epistolare che nel 1984 Natalia Ginzburgchiude la sua carriera di romanziera. In queste pagine l'autrice racconta la disgregazione della famiglia. Una crisi dei ruoli tradizionali entrato in gioco con la società moderna. Quello che Ginzburg lamenta è la mancanza di una figura paterna forte che accompagni per mano i figli verso il futuro.

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