8 Luglio Lug 2016 1624 08 luglio 2016

La libraia che sognava di scrivere

Una passione sfrenata per la lettura fin da bambina e un negozio, «Il Mio Libro», a Milano. Cristina di Canio ci racconta come è diventata autrice di romanzi. Grazie (anche) a una cena tra amici.

  • ...
cover

Un'anziana signora che osserva e racconta la storia di una libreria speciale, in cui le pareti sono delle soffici nuvole lilla e i libri vengono regalati al cliente successivo da quello precedente. Emozioni sospese in aria, sottoforma di pagine, pronte a posarsi sul primo fortunato. La libreria delle storie sospese, libro d'esordio di Cristina di Canio per Rizzoli, racconta proprio la storia di una piccola realtà libraria indipendente nella periferia sud di Milano, nata grazie al sogno di una bambina che era «affascinata dal librario del suo quartiere» (lo stesso de «Il mio libro», nome della libreria di Cristina, ndr), sempre capace di consigliare il romanzo giusto a chiunque varcasse i confini del suo negozio. La svolta di una vita iniziata nel 2010, quando a un contratto a tempo indeterminato la libraia-scrittrice ha preferito gli affascinanti misteri nascosti tra gli scaffali di una libreria che non era ancora nata. Una storia che sembra danzare in punta di piedi, come la voce di chi l'ha scritta, ma che racconta allo stesso modo l'importanza della lettura e la forza che regala il credere nei propri sogni.

DOMANDA: Una libreria indipendente. Dov'è nata l'idea?
RISPOSTA: Dalla mia infanzia. Sin da bambina quando mi chiedevano cosa volessi fare da grande, rispondevo che il mio futuro sarebbe stato in compagnia dei libri. Non sapevo ancora che il mestiere dei miei sogni avesse un nome, quello del libraio, ma ero consapevole del bisogno viscerale che avevo di un contatto con i libri. Un sogno iniziato al liceo, quando fantasticavo insieme alle mie compagne di classe, che poi è sbocciato in nel settembre del 2010, quando ho visto questo negozietto sfitto nello stesso quartiere dove ero nata e cresciuta, e dove ancora vivo. n Novembre dello stesso anno «Il mio libro» era realtà. Mi sono lanciata, da buon Ariete ascendete Toro.
D: Una persona così legata all'«oggetto libro» come si rapporta con un ebook?
R: Non penso sia il demonio, non è quello il vero nemico della lettura nei giorni nostri. Il libro digitale in fondo è solo un supporto diverso per le stesse storie che io cerco tra i fogli di carta. Mi piacerebbe fosse possibile venderli in libreria, magari attraverso codici, in modo da mantenere il contatto umano e fisico della persona con l'oggetto-libro e con la libreria.
D: Lei ne ha uno?
R: Non ancora, anche se a livello lavorativo potrebbe tornarmi utile. Per quanto riguarda i miei momenti di lettura personale, invece, ho bisogno di instaurare un rapporto fisico con il libro. Sceglierlo, viverlo, sfogliarlo: fa tutto parte di una gestualità terapeutica.
D: Quanto è importante per lei fare la libraia?
R: Non ho il coraggio di definirmi già una vera e propria libraria, possiamo dire che lo sono in pectore, aspiro a diventarlo. Mi sono innamorata di questo mestiere osservando lungo tutta la mia infanzia il lavoro del libraio del quartiere, capace di far incontrare ogni persona con la storia giusta per lei. Il mio obiettivo è essere così, fra 60 anni. E credo fortemente nel mio sogno. Librai non ci si improvvisa, è vero, ma un forte lettore può avere quella carica giusta per tramutare la propria passione nel lavoro della propria vita.
D: Da lettrice a scrittrice. Quando ha deciso di scrivere?
R: In realtà mi è stato proposto. Ero a una cena fra amici e raccontavo la storia a cui stavo assistendo in quei giorni in libreria: due ragazzi si corteggiavano attraverso l'utilizzo del libro sospeso. Un amore che cresceva attraverso e grazie ai libri, l'ho trovato molto bello. Così ho scelto di condividerlo con degli amici. Non sapevo però che a quel tavolo erano seduti due editor Rizzoli, hanno insistito perché raccontassi la mia storia. Ed eccomi qui.
D: Quanto è stato difficile approcciarsi al mestiere di scrittore?
R: Moltissimo. Non è il mio lavoro e quasi dall'inizio alla fine sono stata accompagnata dall'ansia di fallire, di deludere le persone che avevano scelto di investire su di me e il mio progetto. Ho grande rispetto del tempo che le persone scelgono di investire sulla lettura. Poi, inizialmente era difficilissimo lasciarsi andare, mandavo i capitoli al mio editor ogni cinque minuti; è cambiato tutto quando ho scelto di far raccontare la storia non dal punto di vista della libraia, quindi dal mio, ma da quello di una cliente. Così mi sono lasciata andare. Ma non so se lo rifarei.
D: Ansia da prestazione, desiderio di non deludere. Cosa porta con sé di bello da questa esperienza?
R: Viaggiare per presentare il libro. Mi permette di entrare in connessione con persone e storie che mai avrei potuto incontrare in altro modo. Conoscere persone che fanno il tuo stesso lavoro o hanno la tua stessa passione ti permette di capire quanto siamo tutti vicini e interconnessi. I dialoghi tra librai sono simpaticissimi, spesso ci scambiamo aneddoti tra i più strani sulle «richieste impossibili» da parte dei nostri clienti.
D: Cosa significa per lei leggere?
R: È la cosa più intima e soggettiva che esista. Per me è stato fisiologico, come camminare, come respirare, nonostante venga da una famiglia di non lettori. O forse proprio per questo. Sono cresciuta con una fame inestinguibile di parole, di comprensione. Negli anni dell'infanzia provavo a saziarla con i giornali di mio padre, poi ho avuto la fortuna di incontrare insegnanti che mi hanno fatto amare la lettura. Come la professoressa di tedesco che ci raccontava le storie a metà, come quella de Le affinità elettive, per poi spronarci a leggere alla ricerca del finale. Leggere mi ha sicuramente migliorato la vita e mi ha dato, nel mio piccolo, la forza di seguire il mio sogno.
D: Si è ispirata a qualche scrittore in particolare?
R: In realtà no. Non consciamente almeno, perché in fondo ciò che leggiamo entra dentro di noi e si sedimenta lì. Diventa parte della nostra anima ed è inevitabile che torni «alla luce» quando scriviamo, ma non è necessariamente qualcosa di voluto. L'unica cosa a cui ho fatto attenzione nello scrivere è stata la veridicità dei dialoghi, per portare sulla pagina la vita di tutti i giorni del mio negozio. Ma non mi sono ispirata a nessuno se non alla volontà di descrivere sinceramente la realtà.
D: Quale lettura consiglierebbe a un ragazzo che vuole scegliere un libro per l'estate?
R: Di entrare in libreria e lasciare che sia il libro a sceglierlo, il titolo perfetto non esiste. E, come scrive Christian Mascheroni, di «non avere paura dei libri», ma assorbire quello che hanno da darci in quel particolare momento.
D: La sua lettura dell'estate quale sarà?
R: C'è un autore che ho scoperto ultimamente, di cui voglio leggere tutto: Stig Dagerman, scrittore svedese degli Anni '20, morto suicida a 30 anni. Mi ha fatta innamorare una sua frase: «Chi costruisce prigioni si esprime meno bene di chi costruisce la libertà» e la libertà per lui era tutto. È stato anarchico anche nella scelta della sua morte. Leggerlo permette di scavare nel profondo della nostra anima. E lo amo per questo: quando leggo mi piace anche soffrire un po'.
D: Facciamo una previsione: quale sarà il libro dell'estate?
R: L'estate è giallo per eccellenza e senza scomodare i classici, io direi: Lisa Gardner e il suo Dobbiamo trovarla. Statunitense, scrive dei gialli molto belli, capaci di lasciarti incollati alle pagine fino alla fine. Non solo per scoprire il colpevole, bensì per il piacere di leggerla.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Correlati

Potresti esserti perso