19 Aprile Apr 2018 1324 19 aprile 2018

Antonia Liskova: «Dissenso Comune? Non dà voce a tutte le donne»

Al cinema dal 19 aprile con Parlami di Lucy, l'attrice cecoslovacca ci ha parlato dei sacrifici, del successo e di cosa pensa del movimento #MeToo.

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Antonia Liskova 2

Una figlia in pericolo, una madre in bilico tra un passato da dimenticare e un futuro da garantire alla sua bambina. Parlami di Lucy, primo e ultimo film di fiction dell'apprezzato e premiato documentarista Giuseppe Petitto, arriva il cinema a tre anni dalla scomparsa del regista. Antonia Liskova, protagonista del film, sa cosa significa essere madre e temere per il futuro dei propri figli. Nata in Cecoslovacchia 41 anni fa, arrivata in Italia quando ne aveva 18 in fuga dal regime comunista del suo Paese per cercare libertà e garantire un futuro alla sua famiglia, la Liskova ha vissuto con intensità il ruolo: «Non è stato semplice», ha raccontato a LetteraDonna, «il film tocca talmente profondamente quelle che sono le nostre più grandi paure, in particolare quella che possa succedere qualcosa a tuo figlio, una paura che accompagna tutta la vita di un genitore». Paure che, spiega, Petitto ha saputo mettere in scena con «una sensibilità estrema».

Il regista Giuseppe Petitto (scomparso nel 2015) con Antonia Liskova.

DOMANDA: Il film esce il 19 aprile ma è stato girato anni fa. Nel frattempo il regista Giuseppe Pettitto è morto nel 2015 (in un incidente stradale, ndr). Che ricordo ha di lui?
RISPOSTA: Meraviglioso. Era una persona molto sensibile e di conseguenza in qualche modo anche fragile nel raccontare storie come questa. L'aveva già dimostrato nel suo passato da documentarista, io avevo amato tantissimo Veleno, e l'ha confermato anche in questo film.

D: Nicole, il personaggio che lei interpreta, ha una serie di ricordi che vorrebbe cancellare. Lei che rapporto ha col suo passato?
R:
Il passato non è mai perfetto e penso che tutti abbiamo qualcosa che vorremmo dimenticare. Talvolta capita di voler cancellare più di ciò che si vuole tenere. Probabilmente il problema di Nicole è proprio questo.

D: Cosa ricorda di quando era una bambina cecoslovacca dentro il regime comunista?
R:
La mia infanzia è stata bellissima dal punto di vista dell'ambiente in cui sono cresciuta: la campagna, il verde, il senso di sicurezza nel poter andare in giro senza avere paura, una cosa che oggi è un po' più complicata. Dall'altra parte era un Paese non libero, si sentiva molto la pressione del regime.

D: Lei è arrivata in Italia a 18 anni. Sognava questa carriera?
R: Non volevo fare l'attrice ma semplicemente un lavoro che mi permettesse di vivere in un Paese che offriva più libertà, dove vi fossero più meritocrazia e più possibilità. Cercavo tutto ciò che nel mio Paese era un tabù: la democrazia.

D: Ha fatto tanti sacrifici prima ancora di poter fare la gavetta, lavorando anche da cameriera. Com'è stato quel periodo?
R: Ho svolto diversi lavori per potermi mantenere e mandare i soldi ai miei genitori, per fare quello che fanno tutte le persone. Ma per me era più difficile, per la lingua e i tanti pregiudizi. In quegli anni cominciava a esserci una forte immigrazione dall'Est Europa, e veniva percepita come un'invasione.

D: Poi ha fatto la modella, un mestiere che non ha amato. Perché?
R:
Si basa sull'aspetto estetico e devi sempre stare attenta a tutto: non puoi mangiare la cioccolata perché ti vengono le bolle e ingrassi un chilo. A me piace vivere, amo il cibo... Non era il mestiere giusto per me.

D: Al cinema ha iniziato con Carlo Verdone, ma il successo è arrivato forse con la tv. Che rapporto ha con i due mezzi?
R:
Quando uno è sul set, che sia cinema o televisione, la macchina da presa è uguale. L'impegno, l'amore e la dedizione devono essere sempre gli stessi, dove viene trasmesso poi il prodotto finale è relativo.

D: Nel 2015 dichiarò di non riguardarsi mai in tv. È ancora così?
R:
Sì. Se mi rivedo penso sempre a cosa potrei fare meglio e non ne esco più.

D: E al cinema si rivede?
R:
Sconnessi, l'ultimo film in cui ho recitato per il grande schermo, l'ho visto all'anteprima a Milano per la prima volta. Non vado mai alle proiezioni riservate. Sono andata in sala col pubblico pagante ed è stata un'emozione molto bella. Quando mi vedo il film al cinema è diverso: ormai è un lavoro chiuso, non posso più fare altro, in una serie invece puoi correggere nelle puntate ancora da girare. Non mi guardo per non stare male.

D: Ha un matrimonio alle spalle e una felice convivenza. Come è crescere una figlia da madre separata e da attrice in carriera?
R:
Si può fare. Bastano un po' di sacrificio, un po' di impegno e un po' di rinunce, perché non si può avere tutto. Passare del tempo con mia figlia è una delle cose più belle della mia vita, non pesa.

D: Si sente vicina al movimento #MeToo e alle denunce di molestie nel mondo dello spettacolo?
R:
È un argomento molto delicato. Se tutte quelle cose sono vere sono terribili. Le donne non vanno né giudicate per il loro aspetto quando si parla di lavoro, si devono valutare le loro capacità. Bisogna soprattutto tenere le mani a posto, la mancanza di rispetto verso un altro essere umano è inaccettabile.

D: Perché non ha firmato la lettera di Dissenso Comune?
R:
Perché non sono stata contattata.

D: Se l'avessero coinvolta l'avrebbe firmata?
R:
Sicuramente, ma penso che bisogna dare voce a tutte le donne.

D: E non è stato così?
R:
Temo che la lista si sia fermata alle attrici e alle giornaliste, invece con quella bisognava entrare negli uffici, nelle fabbriche. Non siamo noi le donne e non le rappresentiamo neanche.

D: In che senso?
R:
Come attrici, più delle altre, si diventa icone e sex symbol, quindi si diventa un oggetto del desiderio, ma non vuol dire certo questo rappresentare le donne. Le donne sono quelle che lavorano sodo dalla mattina alla sera, come mia madre che è sempre andata in fabbrica. Loro dovrebbero firmare quella lettera.

D: Quanto è difficile essere donna in Italia?
R:
Oggi sicuramente è più facile di quanto non lo fosse tanti anni fa, sebbene ci sia ancora tantissima strada da fare, molte differenze e incoerenze da cancellare. Basti pensare che un uomo con tante donne è un fico, una donna con tanti uomini è una poco di buono. Una volta chiesero a una grandissima giudice della Corte Suprema americana quando sarebbe stata soddisfatta in termini di parità di genere e lei rispose: «Quando tutti i nove membri della Corte saranno donne». Le chiesero se non le sembrava di esagerare e lei disse: «Perché, fino a oggi non era stata composta da nove uomini?».

D: Nel suo mestiere il suo aspetto l'ha più aiutata o più ostacolata?
R:
Entrambe le cose. Forse in alcuni progetti mi ha agevolata perché si cercava questo viso un po' angelico con gli occhi verdi e i capelli biondi, mentre in tanti altri mi ha ostacolata perché in qualche modo veniva oscurato il mio lavoro, quello che avrei voluto dimostrare. Mi è capitato che tanti dicessero che per un'attrice essere carina può essere un problema.

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