22 Dicembre Dic 2017 1800 22 dicembre 2017

Viaggio dietro le quinte di Gomorra

Sceneggiatori, costumisti, registi e scenografi sono stati i protagonisti delle tre masterclass del ciclo Making History di Sky e Fondazione Feltrinelli. Ci hanno raccontato il lato umano della serie tv.

  • ...
Gomorra Dietro Le Quinte

Gennaro o’ Professore conosce tutti i dialetti della provincia di Napoli. Nessun orecchio è affilato quanto il suo, saprebbe distinguere l’accento di Scampia da quello di chi vive a Portici o a Ercolano. È lui il consulente linguistico dei dialoghi di Gomorra. L’ultima rilettura di ogni capitolo della sceneggiatura, da questo punto di vista, spetta a lui. Fin troppo facile trovarlo: non fa che andar avanti e indietro per corso Secondigliano. Per lui il mondo comincia e finisce lì. Trascinarlo lontano da questa sua safe zone è un’impresa. Ma talvolta gli autori devono farlo, per motivi di riprese. Un giorno lo hanno portato con loro nel Casertano: è andato quasi fuori di testa. «Non vorrete mica fermarvi qui a pranzo? Siamo nella terra dei fuochi, è tutto contaminato, non va bene niente. Torniamo a Secondigliano e facciamoci una pizza, vi porto io dove la fanno buona». Ovviamente, hanno dovuto accontentarlo.

Poi c’è Paki Meduri, lui è lo scenografo della serie. Viaggia spesso in treno, avanti e indietro tra Napoli e Roma. Si occupa delle location di Gomorra, ma non soltanto: arredi, mezzi di trasporto, armi. Un po’ di tutto. Una sua telefonata tipo, seduto sulla poltrona del suo vagone, potrebbe essere così: «Allora no, nascondiamo i dieci chili di cocaina dentro il tubo di scappamento delle auto. Facciamo due, anzi tre pistole per i ragazzi. Il nano? No, ammazziamolo sulla spiaggia, è meglio. Niente sangue però eh, non si deve vedere il sangue». Immaginatevi gli altri viaggiatori. Infine, un giorno, durante le riprese della seconda stagione, squilla il cellulare di un’assistente costumista: «Dovresti andare a comprare, da qualche parte a Napoli, un vibratore, magari dal design un po’ trash. Dobbiamo darlo a Scianel per la scena in cui canta e lo usa come microfono». Risposta: «Ma scusate, perché devo farlo proprio io?».

Questi sono solo alcuni dei tanti aneddoti, retroscena, episodi e personaggi emersi nel ciclo Making History: Gomorra dietro le quinte.Tre incontri tenuti alla Fondazione Feltrinelli a Milano tra novembre e dicembre in cui sceneggiatori, costumisti, registi e scenografi hanno raccontato la loro Gomorra, rendendo quella che è la serie tv più vista e apprezzata d’Italia un po’ più umana, più vicina, meno cupa e oscura, proprio attraverso le testimonianze di chi l’ha inventata, di chi ha scelto gli attori, chi l’ha scritta, vestita e diretta.

SCENEGGIATURA

I TRE VOLTI DELLA CAMORRA
La serie si è ovviamente ispirata all’omonimo libro di Roberto Saviano, che attraverso fatti realmente accaduti, molti dei quali visti e documentati proprio dallo scrittore napoletano, racconta i tre volti della camorra: quello di Napoli centro, quello delle periferie e quello del nord, tra Scampia e Secondigliano. La scelta degli sceneggiatori, degli autori e dei registi, guidati da Stefano Sollima con la consulenza anche di Saviano, è caduta proprio su quest’ultima, la camorra imprenditoriale, la cui attività si incentra sul controllo del traffico della droga. Leonardo Fasoli, story editor, spiega: «Non potevamo raccontare il libro per intero, abbiamo fatto una scelta, e gli intrecci di Secondigliano e Scampia ci sono sembrati quelli più adatti, diventando quello che noi chiamiamo il soggetto di serie, cioè la storia complessiva da raccontare». E quindi, facendo riferimento alla prima stagione, la storia della scissione all’interno dell’organizzazione criminale che controlla la vendita di cocaina ed eroina dopo l’arresto di Pietro Savastano: «Di solito sono venti, trenta pagine massimo. Che successivamente sviluppiamo attraverso i vari capitoli che raccontano l’inizio della faida, l’intreccio tra i protagonisti e la resa dei conti finale. Ogni episodio può esser lungo una cinquantina di pagine, ovviamente raccontate dal punto di vista dei vari personaggi».

CHIAVE DI INGRESSO: LA GIUSTIZIA
Raccontare un mondo chiuso, difficile da raggiungere e da scoprire nella maniera più realistica possibile, aggiungendoci un proprio stile narrativo. L’obiettivo di Gomorra è sostanzialmente questo. Dice Maddalena Ravagli, sceneggiatrice: «Il primo passo è lo studio dei documenti processuali. La chiave di entrata? I giornalisti locali, che ci hanno fornito i contatti dei magistrati operanti sul territorio. Tramite loro abbiamo potuto accedere alle ordinanze di custodia cautelare, sentenze pubbliche che per noi si sono rivelate fondamentali». All’interno ci sono le intercettazioni e altro materiale umano dal forte impatto emotivo, che ha permesso agli sceneggiatori di capire il linguaggio, l’immaginario, la temperatura reale di quel mondo, informazioni indispensabili per riuscire a replicare luoghi, fatti e personaggi, da rielaborare poi in chiave televisiva. «Attraverso le intercettazioni abbiamo scoperto, ad esempio, il ruolo delle donne nelle organizzazioni criminali» continua Maddalena. Che spiega: «Lo scorso giugno è stato arrestato l’ultimo capo di Secondigliano, una donna, appunto. A lei ed altri personaggi simili ci siamo ispirati per costruire le storie di Imma, Scianel o Patrizia, per intenderci. Donne che ambiscono ormai a ruoli di potere, abituate al comando, che fanno la voce grossa con gli uomini e con i figli, quando magari vorrebbero collaborare con la giustizia. Contemporaneamente però sono anche madri, morirebbero per loro, in quei quartieri di Napoli si fanno ancora i figli a 17 anni per amore, c’è una cultura profondamente diversa dalla nostra».

DUE CHIACCHIERE CON GLI ASSASSINI
Un’altra chiave per accedere a questa realtà è il rapporto diretto con i personaggi che per davvero hanno vissuto in prima persona la camorra. Pentiti, collaboratori della giustizia, testimoni, ex carcerati. Continua Fasoli: «Parlare con loro ci ha dato la misura interiore dei personaggi. Per noi era importante capire cosa significa uccidere qualcuno, o fare una rapina a mano armata in banca, osservare il linguaggio del corpo di chi te lo racconta e che percezione ha lui dei fatti». Prosegue lo story editor: «Uno di loro ad esempio ci ha spiegato che il giorno in cui doveva uccidere qualcuno restava sempre a digiuno. Non si può mangiare in quella circostanza, continuava a ripetere, ti verrebbe da vomitare, hai la nausea, non puoi mandare giù nulla. E queste sono informazioni utilissime, che ti permettono di rompere il muro tra la realtà e noi che la immaginiamo». L’ultimo passaggio, il rapporto con Napoli. La visita di quei luoghi, le vele, Scampia. Vederli con i propri occhi vuol dire stabilire quello che gli sceneggiatori chiamano: il patto con la realtà, che permette di aggiungere tanti piccoli dettagli alla costruzione di ogni personaggio. «Usiamo dei bigliettini, da attaccare su un’enorme parete di sughero. Più questi pannelli si riempiono, più capisci che sei a buon punto» aggiunge Maddalena Ravagli. Che è un po’ come agiscono gli agenti di Narcos quando cercano di ricostruire la rete di Calì o di Escobar. «In effetti ci sentivamo come Pena e Murphy, specie quando visitavamo Secondigliano. Perché sei percepito come estraneo, lo senti, i ragazzini vanno e vengono sugli scooter, al bar non devi mai dare le spalle all’ingresso, ti lasciano stare ma sei sotto il loro controllo, e quindi tendi a sentirti un po’ un infiltrato. Proprio come Pena».

NESSUNO È AL SICURO
Se a Secondigliano gli autori non si sentono mai del tutto al sicuro, nessun personaggio è al sicuro nel mondo di Gomorra. E il motivo è semplice. La realtà deve nutrirsi di quel mondo reale, dove la pace si ottiene con una potenza di fuoco superiore e tutti vivono al di sopra della legge. «Abbiamo incontrato un altro nostro contatto al cimitero di Secondigliano. Passeggiando ci ha raccontato la storia dei suoi amici. Erano tutti sepolti là. La loro prima rapina, il primo scippo, il primo omicidio. E avrà avuto massimo 47 anni» dice Fasoli. Insomma, in questa realtà l’esistenza di chiunque è estremamente incerta. La sensazione di poter perdere la vita da un momento all’altro fa parte di chi vive questo mondo e il team di scrittori ha voluto mettere il telespettatore nella loro stessa condizione.

LA SCELTA DEL CAST

SOLO VOLTI SCONOSCIUTI
Cento candidati per Ciro Di Marzio. In tutto almeno 1.500 solo per la prima serie, da scegliere in nove mesi tra le compagnie teatrali, quelle amatoriali e gli attori da strada. «Ma anche agenzie naturalmente, che ci proponevano i loro, di attori» a parlare è Laura Muccino, responsabile del casting di Gomorra. Imperativa, la scelta di interpreti sconosciuti, per togliere qualunque punto di riferimento al telespettatore e per rendere ancora più cupo e buio il mondo della serie tv. Anche per questo, la ricerca non è stata semplice. Certo, Marco d’Amore si è poi rivelato una macchina perfetta, un attore che in scena sbaglia pochissimo, non vedrete su internet le sue papere, per intenderci, perché non ce ne sono. Più in generale il casting è stato difficile perché il ruolo del camorrista, o dell’assassino, spesso fa scivolare gli attori in un cliché recitativo.

IL CLICHÉ DEL CAMORRISTA
«Per la terza stagione, quasi tutti i candidati scimmiottavano Genny Savastano o Ciro Di Marzio», racconta Muccino. I provini possono durare fino a trenta minuti, il candidato riceve una parte da imparare a memoria ma sa poco o nulla del personaggio che interpreta. Se funziona, verrà richiamato nei cosiddetti callback, fino a un massimo di otto volte, le ultime con tanto di prova costume. Gli aspiranti attori non recitano mai da soli. Accanto hanno sempre una spalla. Di solito, sempre la stessa. E durante i primo casting di Gomorra, la spalla era Salvatore Esposito.

GENNY: UN PO’ HAMSIK, UN PO’ TRONISTA
Non poteva fare parte del cast. Aveva appena finito di girare un’altra miniserie riguardante la camorra e, come detto, l’idea era di non mostrare volti già visti o legati in qualche modo ad altre serie tv. Salvatore Esposito ha accettato però di fare da spalla nei provini, interpretando più o meno tutti i personaggi: Ciro d’Amore, Genny e Pietro Savastano, persino Salvatore Conte. Continua Laura Muccino: «È andata così per tre mesi, un periodo in cui lo abbiamo visto crescere, migliorare, diventare sempre più forte e determinato e noi non riuscivamo a trovare nessuno che facesse al caso di Genny, uno dei ruoli più complicati perché dal figlio viziato di papà si trasforma in quello che noi chiamiamo il 'Genny 2.0', dopo il viaggio in Honduras, spietato come lo voleva il padre». E così la scelta è caduta proprio su Salvatore. Un look, quello del rampollo dei Savastano, spiegato così da Veronica Fragola, costumista: «Una volta ricevuta la sceneggiatura e composta la squadra ci siamo messi subito a leggerla, tenendo in sottofondo musica neomelodica, ascoltando canzoni del tipo: Non Puoi Taggarmi il Cuore e cose simili. Guardando i video abbiamo imparato a studiare abbigliamenti e pettinature dei protagonisti. Può non piacere, ma i due punti di riferimento dei giovani di 20 anni di quei quartieri sono sostanzialmente due: i calciatori e i tronisti. Da qui l’idea della cresta di Genny. Un po’ Hamsik, capitano del Napoli, un po’ Uomini e Donne».

SCENOGRAFIA

UN CAFFÈ PER PAKI
Quattro mesi per perdersi nei quartieri di Napoli, con cuffia e musica neo melodica nelle orecchie in compagnia di un fidato collaboratore. Così Paki Meduri, scenografo di Gomorra, si è preparato per dare il suo contributo alla serie, oltre a farsi un’indigestione di documentari: «La nostra fortuna è che gli sceneggiatori scrivono tantissimo, per cui ho capito sin da subito di cosa ci fosse bisogno». Più di duemila le location ricostruite, un grande lavoro ma inevitabile, dato che i personaggi cambiano spesso abitazioni, luoghi, ritrovi, se ci fate caso raramente si incontrano più di due o tre volte nello stesso posto. «E noi amiamo girare nei posti reali dove sono realmente accaduti determinati episodi di cronaca, senza forzare la ricostruzione delle location negli studios» spiega Meduri. Che, come detto, ha girato quartieri su quartieri, visitato case e appartamenti. «Ho smesso di bere caffè. In pratica me ne offrivano uno per ogni piano. Ho incontrato famiglie dalla squisita umanità». Decisamente meno umana la sua scelta, accettata non senza difficoltà da registi, attori e staff, in tutto 60 persone, di ricreare l’appartamento di Pietro Savastano, quando fugge dal carcere, in un appartamento all’11esimo piano senza ascensore. «Inizialmente quelle scene avrebbero dovuto svolgersi in un bunker. Ma per me quell’abitazione era il luogo perfetto per Savastano, da lì poteva osservare le vele e quel quartiere che una volta era suo. Certo, ho dovuto alzare un po’ la voce per convincere tutti». Altra curiosità: in ogni interno, miniature ovunque di Padre Pio: «Non ho trovato un solo appartamento senza almeno un paio di raffigurazioni del santo. E così abbiamo tagliato la testa al toro, ordinando un camion pieno di miniature, sempre meglio abbondare».

INCUBI RICORRENTI
Gli 11 piani a piedi in quell’abitazione dietro le vele sono stati un incubo per gli attrezzisti e il resto dello staff. Ma non è stato certo l’unico. Esistono infatti scene che non si possono provare all’infinito, anzi i ciak a disposizione per portarle a casa sono pochi, e se non ci riesci occorre inventarsi qualcos’altro, spesso con tanto di sforamento del budget. È il caso della sparatoria a casa Conte, in Spagna. «Volevamo far esplodere tutto, vetri, lampadari, tende che volano, divano che si cappottano, un gran casino» racconta la costumista Veronica Fragola. Che spiega: «Voi capite che per riuscirci potevamo permetterci al massimo due tentativi perché non avevamo a disposizione vetrate infinite. Ovviamente il primo ciak lo sbagliamo in pieno, uno stunt alto 1.95 scivola e inciampa, rovinando tutto. Decidiamo così di provare senza di lui, ma il suo posto viene preso da un altro attore che a malapena raggiungeva il metro e settanta. Immaginatevi le acrobazie che ho dovuto fare per adattare gli abiti che aveva addosso lo stunt di quasi due metri. Per fortuna il secondo ciak è andato bene».

LA REGIA

TERZA STAGIONE A QUATTRO MANI
Sotto la supervisione di Stefano Sollima, a dirigere la terza stagione di Gomorra sono stati Francesca Comencini e Claudio Cupellini. Primo concetto importante, un mito da sfatare: «Se ci immaginate al lavoro mentre guardiamo dentro le macchine da presa siete fuori strada, non esistono più questi strumenti. La tecnologia non si può fermare e ora possiamo guardare le immagini quasi in presa diretta su monitor di altissima qualità», spiega Cupellini. Ai registi spetta il coordinamento tra tutti i reparti, dal costume alla scenografia, dalla sceneggiatura agli attori fino al rapporto con i montatori. Cruciale, in questo senso, il ruolo della segreteria di edizione. Che appunta per ogni ciak tutto quello che c’è da sapere: qual è il migliore, qual è la riserva, qual è da scartare, informazioni che in sala di montaggio possono fare la differenza a livello di tempistiche, racconta Francesca Comencini: «Non sempre le cose poi procedono come previsto. Capita di utilizzare in sala montaggio le scene che a caldo ci erano sembrate le peggiori. O che una battuta della sceneggiatura non funzioni, in questo caso spesso ci si affida alla bravura dell’attore che, non bisogna dimenticarlo, conosce come nessun altro il personaggio che interpreta». Aiuto regista, assistenti alla regia e stagisti compongono in buona sostanza lo staff di chi dirige ciascun episodio di Gomorra. Più qualche intromissione imprevista da parte di altri membri dello staff, come ad esempio è accaduto con il capo degli stunt-men.

A STRACCIO BAGNATO
Seconda stagione. La troupe è impegnata a girare la scena in cui Conte spara al piccolo Danielino, 13 anni. «Deve cadè a straccio bagnato, capito? Straccio bagnato». Alessandro Borgese, stunt coordinator, non fa che ripetere a Claudio Cupellini che il giovane, una volta colpito, deve cadere così, per l’appunto, a straccio bagnato. «Ma io ero impegnato a cercare di trasmettere l’emotività della scena al piccolo Enzo, che interpretava Danielino, peraltro all’esordio sul set quindi un po’ agitato. Mi raccomando, gli dicevo, muoviti così, fai vedere che non ti fidi, il tuo personaggio ha paura di Conte, tieni la bocca un po’ aperta, fai dei passi indietro. Ma niente, Borgese si sovrapponeva in continuazione per ribadirgli il concetto di prima: vai giù a straccio bagnato, capito? Straccio bagnato». Inconvenienti del mestiere, come la scena dell’inseguimento in autostrada.

DIRETTORE… DEL TRAFFICO
«Era una scena particolare, forte, che racconta perfettamente lo stile narrativo di Gomorra» racconta Francesca Comencini. «Volevamo trasmettere al telespettatore il dubbio che aveva Patrizia in macchina: mi stanno seguendo o è una mia paranoia?». La scena sembra che funzioni perfettamente, anche la location ben si presta all’inseguimento perché alterna l’asfalto a depositi e interporti che riescono a dare ancora più realismo a tutto quanto. Spunta però un problema: «Per girare avevamo bloccato una sola corsia dell’autostrada. In quella dove il traffico era regolare si stavano formando code di curiosi, la gente si fermava per vedere Marco d’Amore, peraltro bravissimo alla guida, mentre insegue Patrizia e il suo autista e questo per noi era un problema, specie per le inquadrature dall’alto». Come si è risolta la faccenda? «Ho iniziato a gridare la parola magica: circolare prego, circolare! Stiamo facendo le riprese di un film. Come un carabiniere!». Dalla direzione del film alla direzione del traffico, a volte, il passo è breve.

LA QUARTA STAGIONE
Una vera e propria masterclass, quella che si è tenuta alla Fondazione Feltrinelli in questi mesi. Ovviamente, la domanda più gettonata è stata: «Quando esce la quarta stagione?». Poche le informazioni trapelate, se non il fatto che Gomorra non finisce qui. Su Twitter, Salvatore Esposito ha confermato i rumors: «Siamo già al lavoro». Per citare una battuta del film, se le prime serie sono state all’insegna di: «Mo ce ripijamm' tutt' chell che è 'o nuost», la quarta potrebbe partire da: «Nun sapit che v’aspett». Il primo obiettivo? Battere i record di ascolti della stagione che volge al termine: Gomorra 3 è stato il miglior debutto di sempre per Sky, superiore al Trono di Spade.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Correlati

Potresti esserti perso