18 Dicembre Dic 2017 1822 18 dicembre 2017

Da Nadia Toffa a Barbara D'Urso: viaggio nella tv del dolore

L'intervista alla iena, colpita in precedenza da un malore che ha incendiato l'opinione pubblica, è un altro tassello che si aggiunge alla rappresentazione della malattia in televisione. Accelerata da social, canali tematici e tutte le Barbara D'Urso del piccolo schermo.

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Nadia Toffa Tv Dolore

«Who is Nadia Toffa?». Questo si chiedeva qualche giorno fa Newsweek dopo aver consultato i dati diffusi da Google sui trend del 2017. La conduttrice delle Iene, infatti, figura al terzo posto della classifica che misura l'incremento di ricerche rispetto all'anno precedente, addirittura davanti ad Harvey Weinstein e Kevin Spacey: prima di lei solo il conduttore dell'NBC Matt Lauer, accusato recentemente di molestie, e Meghan Markle, futura moglie del principino Harry. Comprensibile, quindi, l'attesa e il tam tam mediatico generati dall'intervista alla Toffa andata ieri in onda a Le Iene. I dati Auditel seguono la tendenza di quelli diffusi da Mountain View: lo show di Italia 1 ha fatto il boom di ascolti con il 15,1% di share, corrispondente a circa 2,8 milioni di telespettatori.

LA MESSA IN SCENA DEL DISAGIO

La malattia sul piccolo schermo, una precisa sottocategoria che fa parte della grande famiglia della tv del dolore, gode da sempre di un enorme successo e stiamo assistendo negli anni a una sua progressiva spettacolarizzazione. Il caso Toffa, che ha raggiunto un nuovo picco con la puntata delle Iene di ieri, è perfettamente congruente a questa messa in scena del disagio. Attenzione, non per una sua appartenenza al genere. Se tutto ciò che avviene davanti a una telecamera è sempre una rappresentazione, quella andata in onda domenica sera di certo è stata una rappresentazione sincera, riempita di senso dall'informare gli spettatori di una trasmissione sulle vicende e le condizioni della sua conduttrice. Insomma, nessuna spettacolarizzazione stressata, aggiuntiva rispetto a quello che è il nucleo di una cosa chiamata pur sempre show.

LUTTO FORMATO CAFFÈ

A impressionare, invece, sono i dati sui trend di ricerca online, che ieri l'intervistatore delle Iene ha sottolineato, e la reazione del pubblico che prima della puntata ha trasformato in esibizione il malore di Nadia Toffa. I social sono esplosi e su YouTube sono comparsi alcuni video, con centinaia di migliaia di visualizzazioni, in cui lo sciacallaggio e le fake news sulla natura del disturbo della giornalista segnano un nuovo e a tratti spassoso punto di non ritorno per la post-verità in Italia. Filippo Giardina, stand up comedian romano che ha fondato il collettivo Satiriasi e negli ultimi anni ha collaborato ad alcuni programmi di Comedy Central e della Rai, notava su Facebook all'indomani della notizia che «il messaggio di Nadia Toffa nel quale dichiara di stare meglio ha ottenuto in un’ora 37.323 condivisioni, 80.000 commenti e 518.000 like. […] In questa girandola di emotività incontrollata, la vera vittima è diventata l’empatia. Qualsiasi sentimento ha bisogno di tempo per essere maturato, provato e sentito, la solidarietà di massa è spaventosa perché è vuota.
Attraverso i social network stiamo creando una società in cui per le persone, persino la morte ha il tempo e il gusto di un caffè».

PALINSESTI DOLENTI

Tre anni fa l'Osservatorio di Pavia, istituto di ricerca di analisi sui media, ha sviluppato uno studio che non dimostra neanche tre giorni, La televisione del dolore. Esplorando il palinsesto di Rai, Mediaset e La7, l'Osservatorio ha analizzato la programmazione televisiva con alcuni filtri, corrispondenti ad altrettante aree di criticità, e ha individuato nella malattia uno dei generi di questo universo. Nel mare degli show italiani affiorano quasi sempre gli stessi nomi: Storie vere, condotto ogni mattina feriale da Eleonora Daniele su Rai 1 e preceduto da Unomattina con Franco Di Mare (all'interno, l'autoevidente sezione «Malattia»); La Vita in diretta della coppia Parodi-Liorni (che segna invece i pomeriggi della prima rete nazionale); Rai 2 è rappresentata da I fatti vostri, arena di Giancarlo Magalli e Paolo Fox; per Mediaset ci sono Quarto grado condotto da Gianluigi Nuzzi e Alessandra Viero su Rete 4 (che in verità si concentra sulla cronaca nera irrisolta per permettere agli spettatori, testuali parole, di «arrivare a un nuovo grado di giudizio») e Mattino Cinque di Federica Panicucci. La regina di questo reame è facile da indovinare: con Pomeriggio Cinque e Domenica Live, l'esclusiva del dolore da piccolo schermo è tutto nelle mani di Barbara D'Urso, il cui senso d'esistere potrebbe comunque essere lo status di bersaglio prediletto da Nino Frassica.

I MICROSCOPI DEL DOLORE

Una regina che Giorgio Simonelli, docente di Storia della televisione e Giornalismo televisivo alla Cattolica di Milano e volto noto del programma TV Talk, definisce «domatrice e anatomista della figura, la campionessa degli interpreti straordinari e diabolici della tv del dolore». Per Simonelli, i toni con cui la malattia viene raccontata sul piccolo schermo «sono un misto di voyeurismo e perfidia, partecipazione sincera e sadismo inconscio. Il vip malato genera una reazione ambigua nello spettatore: da un lato c'è l'identificazione, come dimostrato dal caso Toffa o da quello Frizzi; dall'altro si attiva un processo liberatorio secondo cui anche i vip piangono».
E se quello del disagio è un genere televisivo con una sua storia, il fenomeno ha conosciuto un'impennata grazie all'arrivo sul mercato di canali come Real Time, nel cui palinsesto compaiono programmi come Malattie imbarazzanti, Malattie misteriose, Vite al limite e poi, Skin Tight – La mia nuova pelle, fino all'imperdibile Io e i miei parassiti. «Qui assistiamo al grande equivoco della tv tematica», prosegue Simonelli. «Un fenomeno che sposta i confini del genere: un microscopio del dolore, visto da vicino con una sorta di legittimazione parascientifica. Insomma la nuova tv verità, a cui per altri aspetti si può ricondurre l'utilizzo della Var nel calcio».

MALESSERI POMERIDIANI

Come i giorni di malattia o inedia hanno insegnato a molti di noi, il pomeriggio è la fascia prediletta per questo tipo di programmazione: «Uno dei luoghi in cui sono state sdoganate cose tremende», nota Simonelli, «i cosiddetti contenitori popolari, che in Italia purtroppo vengono equiparati al peggio del peggio».
Se la tv del malessere ha sempre solleticato il grande pubblico, allora forse la novità sono i new media che il piccolo schermo oggi corteggia e combatte: «Secondo alcuni specialisti oggi la televisione è addirittura strutturata per dare sostanza ai social», conclude Simonelli. «È naturale quindi che questo costituisca un'amplificazione del fenomeno».

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