12 Settembre Set 2017 1457 12 settembre 2017

La velina di colore? Un'esca per farci dimenticare il sessismo

La scelta di Antonio Ricci non è tanto un'apertura al multiculturalismo, quanto una furba manovra per deviare l'ira delle femministe contro i commentatori xenofobi. Ma il modello della bella statuina rimane quello.

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Shaila Gatta Mikaela Silva Veline Striscia La Notizia

Antonio Ricci è un genio del male. Il più furbo di tutti. All'approssimarsi del cambio della guardia per Ludovica Frasca e Irene Cioni, già sapeva che, mettendo a sgambettare due nuove veline sul bancone di Striscia la notizia, si sarebbe ritrovato ancora una volta al centro di triti e ritriti editoriali strepitanti contro le donne oggetto in tivù e compagnia bella. Visto che il profilo delle editorialiste femministe internettiane medie non è poi tanto distante da quelli che cascano nelle fake news contro Laura Boldrini (li accomuna la foga di commentare tutto e subito secondo schemi precostituiti, senza pensare né tantomeno approfondire), il dominus del preserale italiano ha allestito un trappolone per cui merita solo tanti applausi: scegliere una velina nera (scrivo nera e non di colore non perché sono razzista, ma perché ho visto che potrebbe posizionare meglio su Google questo articolo).

La ragazza (che affianca Shaila Gatta) si chiama Mikaela Naeze Silva, ha 23 anni e un'anagrafica che definire multiculturalista è dire poco: il padre è angolano, la madre è afghana, è nata a Mosca e poi si è trasferita in Italia con la famiglia. E poi, appunto, è di colore. Un dettaglio che ha fatto imbestialire (sui social, ça va sans dire) gli agguerritissimi tutori della nostra «integrità etnica» (sic), scatenatisi sulla pagina di Luca Abete (e poi dicono che ambasciator non porta pena, ma vabbé): «Torniamo alle origini italiche»; «Il prossimo anno, per favore, due ragazze ariane!»; «La bionda africana...siamo ridicoli»; «l'Italia ha perso l'orientamento etnico»; «State usando la trasmissione per strumentalizzarla a favore dell'immigrazione». Eccole lì, tutte ben allineate, le esche inconsapevoli di Antonio Ricci: stupidi razzisti (stupidi è superfluo, lo so) che sulle editorialiste fanno un po' l'effetto che i vermi fanno su pesciolini poco furbi.

Distratte dalla turba sollevata dall'assalto xenofobo, le opinioniste femministe medie si dimenticano della retroguardia a cui invece puntavano all'inizio: quella del sessismo, del modello della bella statuina che rimane sempre lì, sempre uguale. Il razzismo è il perfetto drappo rosso da sventolare davanti alla furia cieca delle indignate speciali a caccia di like, costrette (o costrettesi) a inseguire la polemica e l'indignazione del momento per essere sempre sul pezzo. E dimenticarsi, invece, delle battaglie di cui si professavano paladine (per non parlare di quelle che, di fronte all'illogico triangolo femminismo-velina-immigrata, rimangono paralizzate come conigli). Intanto, zitto zitto e senza colpo ferire, Antonio Ricci non solo ha stornato gli schiamazzi delle sue nemiche su un altro facile obiettivo, ma è anche riuscito a ergersi (e nessuno può negarlo) a baluardo televisivo dell'accoglienza honoris causa. E, cosa che farà infuriare ancora di più le femministe quando si accorgeranno di essere state gabbate, prendendo alla lettera gli insegnamenti Laura Boldrini: assumendo un'immigrata e trattandola come una risorsa.

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