Elezioni 2018

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21 Febbraio Feb 2018 1733 21 febbraio 2018 Aggiornato il 05 marzo 2018

Piera Aiello, chi è la testimone di giustizia candidata con il M5s

Fu costretta a sposare il figlio di un boss. Poi le uccisero sia il marito che il suocero. Lei denunciò e così iniziò la sua seconda vita, in incognito. Storia della donna che ha trionfato a Marsala.

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Piera Aiello

La sua è una storia potente, la storia di una donna che ha rinunciato alla propria vita da libera cittadina per aiutare lo Stato nella lotta alla mafia. Con un prezzo da pagare altissimo.
Lei si chiama Piera Aiello, è nata il 2 luglio 1967 in provincia di Trapani, ed è la prima testimone di giustizia italiana, candidata senza volto, per ovvi motivi, che ha stravinto nel collegio uninominale di Marsala per il Movimento 5 stelle.
Nel feudo di Matteo Messina Denaro, l'ultimo grande latitante di Cosa nostra, questa donna non ha potuto né mostrare la faccia né avere con gli elettori incontri ravvicinati. Ma nell'anonimato ha ugualmente stravinto con il 51, 2 per cento: 20 punti in più di Tiziana Pugliese di Forza Italia mentre l'uscente Pamela Orrù del centro sinistra si è fermata al 13,5. Più che il volto, ad aver contato è la storia di Piera Aiello, che vi raccontiamo.

L'OMICIDIO DEL MARITO E DEL SUOCERO

Nel 1985 Piera sposò Nicolò Atria, figlio del boss di Cosa Nostra di Partanna, Vito, sotto minaccia: le dissero che se non avesse accettato i suoi genitori sarebbero stati assassinati. Quel matrimonio cambiò drasticamente la sua vita, da subito: il suocero venne ucciso nove giorni dopo le nozze, mentre sei anni dopo, il 24 giugno 1991 venne assassinato anche il marito Nicolò davanti ai suoi occhi, nel ristorante di Piera. A seguito di quest'evento, la donna decise di denunciare i due assassini del marito e iniziare a collaborare con la polizia e la magistratura, unitamente a Paolo Borsellino e alla cognata Rita Atria - anche lei collaboratrice di giustizia che si tolse la vita dopo l'assassinio del giudice. Perché non voleva essere solo una «vedova di mafia».

LA SUA TESTIMONIANZA IN UN LIBRO

Per anni Paola Aiello ha vissuto come un fantasma. Doveva nascondersi per non mettersi in pericolo. Non le era permesso iscrivere la figlia a scuola, aprire un conto in banca oppure ricevere assistenza medica: non possedeva nemmeno un codice fiscale che la identificasse.
Poi ha ottenuto un'altra identità, e anche se sempre in incognito ha ricominciato a vivere: si è risposata, può votare, può persino candidarsi, come ha fatto nel 2018 nelle fila del M5s.
Nel 2012 Piera Aiello ha deciso di raccontare la sua doppia vita in un libro, Maledetta Mafia, scritto a quattro mani con il giornalista Umberto Lucentini. «Ho voluto raccontare la mia vita anche perché vorrei che si continuasse a parlare dei testimoni di giustizia, quei cittadini che hanno scelto di aiutare la magistratura, non per uno sconto di pena. Ma perché abbiamo voluto fare il nostro dovere. E quando non siamo più utili, lo Stato ci butta via come se fossimo un limone spremuto», spiegò.

«NON DORMO NEL MIO LETTO DAL 1991»

In una video-intervista rilasciata a Repubblica Tv il 17 febbraio 2018, dove non le viene inquadrato il volto, Piera si presenta così al pubblico di Marsala: «Io sono una testimone di giustizia. Ho denunciato diverse persone nella zona di Trapani. Il 30 luglio 1991 è stata l'ultima volta che ho dormito nel mio letto, a casa mia. Quel giorno ho preso una grossa decisione: siccome ero stata costretta a sposarmi con il figlio di un boss mafioso, altrimenti avrebbero ucciso i miei genitori, alla morte di mio marito ho deciso che nessuna altra donna avrebbe dovuto soffrire come ho fatto io. Il mio paese è il paese delle vedove e degli orfani. Quel giorno ho detto basta».
Piera ha anche spiegato quanto sia strano non poter mostrare il volto in campagna elettorale: «Ascolteranno solo le mie idee e quello che penso. Se avrò la fortuna di essere eletta, lì mi riprenderò il mio nome e mi mostrerò. Vivo in una località protetta con sistema di videosorveglianza. Uscire da quella forma ovattata non è stato facile». Quello di una candidata a volto scoperto, dice, è il primo caso al mondo. E nel suo santino elettorale non c'è nessuna foto, ma solo un nome e un cognome. Piera credeva che sarebbero bastati. E aveva ragione.

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