19 Gennaio Gen 2018 1725 19 gennaio 2018

Liliana Segre senatrice a vita: la testimonianza sull'Olocausto

Il presidente Mattarella nomina senatrice a vita la superstite dell'Olocausto, a cui è riuscita a sopravvivere senza perdere la pietà.

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Liliana Segre Testimonianza

In un momento storico in cui le forze xenofobe di estrema destra sembrano rialzare la testa anche in Italia, il presidente Mattarella risponde con una delle armi che la Costituzione gli riserva, ovvero nominando come senatrice a vita una donna che ha vissuto sulla sua pelle l'orrore dei campi di concentramento nazifascisti e ne porta avanti la testimonianza ogni giorno: Liliana Segre. «La notizia mi ha colto completamente di sorpresa», ha commentato la 87enne, sottolineando l'importanza del valore che, suo malgrado, incarna: «Coltivare la Memoria è ancora oggi un vaccino prezioso contro l’indifferenza e ci aiuta, in un mondo così pieno di ingiustizie e di sofferenze, a ricordare che ciascuno di noi ha una coscienza e la può usare».

TRAGEDIE CHE SI RIPETONO

Sono parole importanti, soprattutto perché dette una donna che fino ai primi Anni '90 aveva sempre rifiutato di raccontare la propria esperienza in pubblico. Solo a decenni di distanza dal terribile biennio 1944-45, quando venne deportata prima ad Auschwitz e poi a Ravensbruck, decise che doveva ignorare il dolore del ricordo perché la sua testimonianza era preziosa, e fu allora che cominciò a girare per le scuole e a rilasciare interviste raccontando quello che era stato, nella speranza che non accadesse più. Ma, con altre forme, la Storia si è ripetuta. Segre ha ravvisato delle analogie tra l'Olocausto e le ultime, recentissime ondate di profughi: «Tutta la vicenda di questi disperati accampati alla stazione Centrale di Milano mi ha toccato fin dal primo momento. Umanamente sono possibili mille similitudini…».

VERSO AUSCHWITZ

La vita di Liliana Segre cambiò, come quella di tanti ebrei italiani, nel 1938, anno in cui il regime fascista decise di applicare le leggi razziali. Aveva appena otto anni, Segre, e suo padre a settembre le spiegò che non sarebbe potuta andare a scuola perché era ebrea. Negli anni seguenti per la famiglia di Liliana cominciò un susseguirsi di fughe e nascondigli, fino al tentativo, fallito, di espatriare in Svizzera sul finire del 1943. Respinta alla frontiera, il giorno dopo venne arrestata. Dopo un breve periodo di detenzione, venne condotta al binario 21 della stazione Centrale di Milano: da lì partivano i treni carichi di prigionieri diretti verso i campi di concentramento. A Liliana e a suo padre, che non rivide mai più dopo la separazione e che sarebbe morto tre mesi più tardi, toccò Auschwitz.

IL VALORE DELLA PIETÀ

Liliana Segre sopravvisse a oltre un anno di prigionia perché ebbe la fortuna di dover lavorare al chiuso e perché per sopravvivere si costrinse a ingoiare «bucce di patate e ossi di pollo raccattati nei letamai». Ebbe persino la possibilità di sparare a uno dei suoi aguzzini, denudatosi per non farsi catturare dalle forze alleate, ma non lo fece: «Fu un attimo. Pensai: ora la raccolgo [la pistola] e gli sparo. Ma non ne ebbi il coraggio. L’amore che mio padre mi aveva dato m’impedì di diventare uguale a quell’assassino. Quando scegli la vita, è per sempre, non puoi più toglierla a nessuno. Da quel momento mi sono sentita libera».

QUELLI CHE NON SI ACCORGONO

A distanza di decenni, il ricordo in Liliana Segre è ancora vivo, e fa male. Per anni, al suo fianco c'è stato suo marito, a proteggerla da quelle memorie dolorose che continua a rievocare per adulti e bambini: «Da quando è morto, invece, quattro anni fa, è molto più difficile rientrare e rimanere da sola con i miei fantasmi». Anche perché quei fantasmi oggi, sembrano più vivi che mai. In particolar modo l'indifferenza, la stessa che Liliana Segre attribuisce alla Milano di 70 anni fa, che non fece nulla per far partire quel treno, e che evidentemente in Italia esiste ancora, con quegli stessi atteggiamenti che spingono le persone a voltarsi dall'altra parte e a far finta di nulla: «Era stata la mia città, Milano, a cacciarmi dalle scuole elementari di via Ruffini. Ed erano i vicini di casa coloro che ci denunciarono alle autorità del fascismo. Ed era milanese il carcere di San Vittore che ci spedì ad Auschwitz. Ed erano milanesi quelli che fingevano di non accorgersi. Questo io non l'ho mai dimenticato».

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