23 Novembre Nov 2017 0900 23 novembre 2017

Detroit, Kathryn Bigelow punta a un altro Oscar

La regista statunitense torna sul grande schermo. Amata da pubblico e critica, confonde per il suo essere donna ma raccontare storie 'al maschile'.

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Kathryn Bigelow Detroit

Non sono molte le donne che possono vantarsi di aver vinto il premio Oscar come miglior regista. A dirla tutta, anzi, sola una può farlo: Kathryn Bigelow. Che non c'entra proprio nulla con l'idea di regista donna che potrebbe venirvi in mente, se non avete mai visto un suo film. La signora Bigelow, sul grande schermo, non parla di diritti delle donne, di gender gap o di soffitti di cristallo. O meglio, lo fa, ma solo quando queste tematiche fanno parte delle storie che racconta. Storie di motociclisti, artificieri dell'esercito, ladri e poliziotti, sottomarini nucleari, cacce a Bin Laden. E nel suo ultimo film, Detroit (nelle sale italiane dal 23 novembre), di rivolte razziali a trazione squisitamente maschile.

UNA POETICA INEFFABILE

Non la solita regista, insomma. O, se preferite, non il solito stereotipo di regista donna. E che per questo manda un po' in crisi la critica, quando si cerca di farne un profilo un po' più ampio. Perché Kathryn Bigelow è una grandissima regista che dirige grandissimi film. Magari contestabili dal punto di vista politico, ma la sua abilità sul set non si discute. E però c'è chi non si capacita, e si arrovella sul grande mistero che la circonda: com'è possibile che una regista donna non diriga film da donna? Domanda che tradisce, a seconda di chi se la pone, un doppio pregiudizio. Quello del maschilista convinto che le donne possano dedicarsi solo a commedie romantiche e melodrammi, e quello della femminista integralista per cui una donna con tali capacità dovrebbe spendersi di più per le cause femminili.
La sensazione è che a Kathryn Bigelow non freghi niente né di uno né dell'altra, e che a lei interessi solo continuare a dedicarsi ai suoi film.

Kathryn Bigelow sul set di Point Break.

CAPIRE GLI UOMINI MEGLIO DEGLI UOMINI

Ma la stampa, intanto, continua a interrogarsi su chi sia davvero Kathryn Bigelow. Dopo vent'anni, sulla sua figura ancora non è stato raggiunto un consenso. I dati anagrafici e qualche breve info biografica, quelli sì, possiamo darveli. Senza dilungarsi troppo: è nata in California nel 1951, ha passato la gioventù a New York e solo alla fine degli Anni '80, dopo una serie di esperienze indipendenti, è riuscita a entrare nel giro del cinema che conta. Dal 1989 al 1991 è stata sposata con James Cameron, negli Anni '90 si è affermata definitivamente grazie alla sua capacità di maneggiare gli strumenti del cinema thriller e d'azione. Rivelandosi più sensibile di tanti registi uomini nel mettere in scena i rapporti maschili: per capirlo guardate Point Break, che è uno dei maggiori trattati di tutti i tempi sull'amicizia maschile e sul bromance.

Kathryn Bigelow sul set di Zero Dark Thirty.

SCONTENTARE TUTTI, SEMPRE

Se invece volete sapere chi è Kathryn Bigelow in quanto regista e quali sono le sue idee, la risposta è più complessa. E forse nessuno ancora l'ha trovata. Il Guardian nel 2009 si chiedeva se fosse di destra o di sinistra, conservatrice o progressista, femminista o meno. Da una parte c'è chi la applaude in quanto donna che ce l'ha fatta, dall'altra c'è chi la accusa di essersi 'travestita' da uomo dal punto di vista artistico per affermarsi in un ambiente notoriamente maschile. Quando invece con Zero Dark Thirty ha raccontato le sfide affrontate dalle donne che hanno condotto vittoriosamente la caccia a Bin Laden, lodandole in un discorso che calcava molto sulla parola «donne», è stata ignorata e accusata di aver giustificato la tortura negli interrogatori (falso).

Kathryn Bigelow accetta l'Oscar per The Hurt Locker.

NON CHIAMATELO CONTENTINO

D'altronde, in precedenza non si era potuta nemmeno godere troppo la vittoria dell'Oscar ottenuta con The Hurt Locker. Molti videro il premio come un contentino dell'Academy, che archiviava così la scomoda pratica «Nessuna donna ha vinto l'Oscar come miglior regista». E se è vero che dopo di lei non c'è stata nessun'altra, è altrettanto vero che The Hurt Locker di Oscar a casa se ne portò ben sei, tra cui film, montaggio e sceneggiatura. Insomma, il film meritava a prescindere dal genere della regista. Che, tra l'altro, quella sera mise in imbarazzo nientemeno che Barbra Streisand. La leggendaria attrice la introdusse ai fotografi in quanto 'prima donna che...'; la Bigelow ignorò bellamente l'assist e non si curò minimamente di trasformare il suo personale successo in un grande momento femminista.

OSCAR BIS?

Nel 2018, la storia potrebbe ripetersi. Perché se parliamo di contentini, anche il 2017 ha già mostrato la via ai giurati dell'Academy. L'anno precedente gli strascichi dello scandalo #OscarsSoWhite avevano scippato La La Land dei suoi meritati Oscar in favore dell'insipido e già dimenticato Moonlight. Stavolta, a naso, potrebbe essere proprio il turno delle donne: Hollywood deve purificarsi dalle scorie dello scandalo Weinstein; la vittoria di una regista donna potrebbe essere il modo perfetto per rifarsi il trucco. Detroit di Katheryn Bigelow casca 'a fagiuolo': regista donna (appunto) con storia razziale. Casomai l'Academy dovesse accordarle un altro contentino, siamo già certi che sarà ben più che meritato.

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