Scandalo Weinstein

Scandalo Weinstein

26 Ottobre Ott 2017 1358 26 ottobre 2017

Scandalo Weinstein: le giornaliste che hanno realizzato l'inchiesta

La storia di come Jodi Kantor e Megan Twohey, reporter del New York Times, abbiano convinto le vittime a parlare, svelando così gli abusi e le molestie del produttore.

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Jodi Kantor Harvey Weinstein Megan Twohey

Il giornalismo, quello vero, è una cosa sporca. Perché le notizie, quelle vere, bisogna andarsele a cercare nella melma in cui qualcuno ha deciso di buttarle perché nessuno potesse mai ritrovarle. Jodi Kantor e Megan Twohey del New York Times quella melma l'hanno passata al setaccio per bene, e alla fine qualcosa hanno trovato: un memo del 2015, il tassello fondamentale intorno a cui è stata poi architettata e costruita l'inchiesta che ha portato alla luce lo scandalo Weinstein.
La motivazione, Twohey e Kantor, ce l'avevano davanti agli occhi ogni mattina, al risveglio: le loro figlie. «Sedevo con la mia bambina ogni mattina prima di andare al lavoro e dicevo: 'Mamma va in ufficio a fare una cosa molto importante. Speriamo che possa rendere il mondo un posto più sicuro per le ragazze come te'», ha raccontato Twohey a MarieClaire.

L'IMPORTANZA DI CREDERE NEL GIORNALISMO

Ma la motivazione, da sola, non basta. Ci vuole anche il sostegno, che Kantor e Twohey hanno trovato nel loro datore di lavoro: il New York Times. Le inchieste non vanno da nessuna parte, se editori e direttori non sono pronti a difendere e sostenere i loro reporter. «L'istituzione era disposta a opporsi a qualcuno di potente, era disposta a perdere introiti pubblicitari per fare questa storia», ha spiegato Kantor, sempre a MarieClaire. «Se non ci fossimo spesi per quello che è giusto, mettendo tutto il nostro impegno in questa storia, che cosa stavamo facendo allora con le nostre carriere? Perché siamo qui?».
Perché, se ancora non fosse chiaro, Twohey e Kantor sono due persone che nel giornalismo ci credono davvero. La prima è figlia di un giornalista del Chicago Tribune, e il mestiere l'ha respirato fin dalla culla. Kantor, invece, è di New York e, essendo ebrea, è cresciuta in mezzo ai reduci dell'Olocausto con una domanda fissa: com'è potuto accadere, senza che nessuno dicesse nulla?

LA PROVA FONDAMENTALE

La stessa domanda che si è posta quando si è imbattuta nel caso Weinstein, e ha capito che quella incredibile serie di molestie non era relegata al passato, ma faceva parte del presente. Lo dimostrava quell'ormai famigerato memo del 2015 scritto dall'ormai ex impiegata della Weinstein Company Lauren O'Connor, importante per tre ragioni: la prima, perché denunciava le molestie sessuali del potentissimo produttore. La seconda, perché che l'azienda di Weinstein fosse bene al corrente del problema; la terza, perché rendeva più facile per le vittime raccontare le proprie esperienze, finalmente corroborate da una prova scritta nera su bianco: «In un certo senso, toglievamo un po' di pressione dalle donne che volevano farsi avanti», ha raccontato Kantor in un podcast di Slate.

UNA QUESTIONE DI FIDUCIA E REPUTAZIONE

La ricerca di quanti più documenti scritti possibile era fondamentale per le due giornaliste: non solo per evitare il venirsi a creare di una situazione «la vostra parola contro la mia», di cui Weinstein avrebbe sicuramente potuto approfittare, ma anche per costruire un rapporto di estrema fiducia con le vittime. Una fiducia, e un coraggio, che Kantor attribuisce a diversi fattori: il fatto che Weinstein, nonostante fosse ancora molto potente, fosse in declino; una maggior sensibilità dei media nei confronti dell'argomento (non in Italia, e Asia Argento ne sa qualcosa); il fatto che lei e la sua collega Twohey fossero donne, e che siano state capaci di raccontare alle proprie fonti che cos'è il giornalismo investigativo e qual è la sua forza. Ma anche (e questa è una grande lezione di giornalismo, perché denota una visione coerente a lungo termine e una progettualità da cui bisognerebbe solo imparare), la reputazione che il New York Times si era costruito negli ultimi mesi. L'inchiesta su Weinstein, infatti, è solo l'ultima di una serie di articoli che negli ultimi mesi hanno portato alla luce, tra gli altri, altri due grossi casi di abuso: quello di Bill O'Reilly, commentatore politico statunitense, e quello delle molestie nella Silicon Valley.

HARVEY WEINSTEIN, UN OSSO TROPPO DURO

Riassunta in tre paragrafi, l'inchiesta di Kantor e Twohey sembra facile, ma non lo è stata affatto. È durata quattro mesi, e in certi momenti è assomigliata alla «scalata dell'Everest», ha spiegato Kantor alla Cnn. Tanti giornalisti, prima di loro, avevano provato a far luce sui comportamenti di Harvey Weinstein, ma i precedenti tentativi si erano sempre arenati nelle secche di mancanze di prove incontrovertibili o erano naufragate sotto le minacce di costose cause legali. Ne sa qualcosa Sharon Waxman, ora direttrice di The Wrap, ma nel 2004 giornalista del New York Times al lavoro sullo stesso caso. Le testimonianze c'erano, ma mancavano i documenti.

NON È ANCORA FINITA

Quei documenti Kantor e Twohey li hanno trovati e proprio su quelli hanno costruito la loro storia, ma non per questo non hanno atteso con una certa trepidazione la reazione di Harvey Weinstein. Il potente produttore era al corrente dell'inchiesta, e anzi venne intervistato da Kantor e Twohey, che ci tenevano a riportare il suo punto di vista: «Continuava a fare avanti e indietro tra le scuse e il negare le accuse [...] Il punto era: qual era la sua parola?».
Per ora, sembra che Weinstein abbia rinunciato a difendersi, o quantomeno non ha ancora definito una chiara strategia: ha chiesto scusa e, al contempo, ha negato. Dichiarazioni confuse che danno l'idea di come il potere di Harvey sia ormai giunto alla fine.
Anche per la serenità di Kantor e Twohey, che a un certo punto avevano persino cominciato a sognarlo di notte, man mano che si addentravano nei particolari della vicenda. Che, avvertono, non è ancora finita: «Stiamo ancora lavorando sodo, per porre le domande che contano».

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