18 Ottobre Ott 2017 1845 18 ottobre 2017

Chi era Daphne Caruana Galizia, la giornalista uccisa da un'autobomba

Niente lutto di Stato per la giornalista. Un attentato in cui potrebbe centrare la mafia italiana. La donna stava indagando sul traffico di petrolio e tangenti che sembrava coinvolgere alcuni politici.

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Daphne Caruana Galizia

Sulle pagine di LetteraDonna il nome di Daphne Caruana Galizia ricorre una sola volta, in un articolo datato maggio 2017. Ci concentrammo, all'epoca, sulla figura di Michelle Muscat, la first lady maltese sulle cui società offshore, svelate dai Panama Papers, Galizia stava indagando. All'epoca non potevamo immaginarci che, cinque mesi più tardi, la giornalista sarebbe rimasta uccisa da un'autobomba.

L'AUTOBOMBA

L'attentato si è verificato nei pressi di Bidnija, borgata dove Daphne Caruana Galizia viveva, intorno alle tre del pomeriggio. Pochi minuti prima, alle 14.35, la giornalista aveva pubblicato un post sul proprio blog. Mezz'ora dopo, la Peugeot 208 che aveva preso a noleggio saltava in aria. Dentro, il cadavere irriconoscibile della donna. Il figlio è stato il primo a raggiungere l'auto in fiamme.
Il premier maltese Muscat ha tempestivamente condannato il «barbaro» attentato: «Non mi fermerò finché non sarà fatta giustizia. Il Paese merita giustizia. Tutti sanno che Caruana Galizia mi ha criticato fortemente sia a livello politico che personale. Ma nessuna rivalità giustifica una morte del genere».

FORSE C'ENTRA LA MAFIA ITALIANA

Le prime ipotesi investigative, riportate da Repubblica, parlano di un'esecuzione mafiosa in cui potrebbero essere coinvolti i narcotrafficanti italiani. Diversi gli indizi a sostegno di questa pista: la macchina presa a noleggio, fatta esplodere a distanza con un telecomando, ad esempio, così come l'esplosivo stesso che una fonte ha definito «materiale italiano». Negli ultimi tre anni, inoltre, a Malta si contano altre sette autobombe, tutte legate a questioni di droga. L'isola di Malta, infatti, sarebbe un canale importantissimo per i traffici che partono dalla Libia e finiscono in Italia.
Che cosa c'entra Daphne Caruana Galizia con tutto questo? C'entra, perché da un po' di tempo aveva cominciato a occuparsi di Andre Falzon, collegato al narcotraffico ma anche al capo dell'opposizione Adrian Delia. Il quale pare conosca anche Emanuel Bajda, altro maltese proprietario di un bordello a Londra.
Sesso, droga, corruzione. Un intrico sporchissimo che Caruana Galiza stava disfando a poco a poco, per scoprire fin dove portava. Non le è stato permesso.

ERA LA VOCE LIBERA DI PANAMA

Quando Daphne Caruana Galizia iniziò la sua carriera di giornalista era il 1987 e aveva 23 anni. Nel giro di pochi anni si mise a collaborare con le testate più importanti del Paese, come The Sunday Times e The Malta Independent. Ma la svolta, quella vera, arriva parecchi anni dopo, quando nel 2008 apre il blog Running Commentary e comincia a concentrarsi esclusivamente sulla corruzione delle istituzioni del suo Paese. Quando scoppia lo scandalo Panama Papers, l'occasione è troppo ghiotta, il materiale troppo scottante perché Daphne possa ignorarlo o tirarsi indietro. Spulcia le carte e scopre che dentro ci sono i nomi di diverse personalità politiche maltesi: a partire da Konrad Mizzi e Keith Schembri', rispettivamente capo dello staff di Muscat e ministro dell'Energia e della Salute, e proseguendo con Michelle Muscat, che accusa di possedere la società panamense Egrant. Se Malta nel giugno 2017 è andata a elezioni anticipate, dove i laburisti di Muscat si sono riconfermati, il merito è stato anche del polverone sollevato dall'inchiesta di Caruana Galizia.
Che, negli ultimi tempi, temeva per la propria incolumità. Due settimane prima di morire, aveva denunciato alla polizia di aver ricevuto delle minacce.

L'OLTRAGGIO DI UN POLIZIOTTO

Che Daphne Caruana Galizia fosse scomoda, era cosa nota. Nel suo ultimo post aveva scritto che «ci sono criminali ovunque si guardi, la situazione è disperata». E ripugna l'idea che, qualche ora dopo la sua morte, uno dei sergenti di polizia che dovrebbe investigare sul suo omicidio, come riporta Repubblica, abbia pubblicato su Facebook uno status che recitava: «Alla fine tutti hanno quello che si meritano, sono contento :)». Con tanto di faccina sorridente. Un post che ha giustamente indignato il figlio Matthew, che punta il dito contro Muscat: «Il governo di Malta ha permesso che si alimentasse una cultura di impunità. È di poco conforto sapere che il premier di questo Paese ora dica che non avrà pace fino a quando gli assassini non saranno trovati, quando è lui a guidare un governo che incoraggia la stessa impunità».

NESSUN FUNERALE DI STATO

Lascia a dir poco perplessi, inoltre, la decisione di non proclamare il lutto nazionale per la morte della giornalista. Come riferisce il Corriere della Sera, non è prevista nessuna forma di celebrazione ufficiale, a dispetto della grande indignazione manifestata, almeno a parole, dal premier Muscat. Non un minuto di silenzio, né le bandiere a mezz'asta. D'altronde, stando a quanto racconta l'inviato del Corriere, su Malta sembra calata una cappa di omertà e paura e sono pochi i cittadini che sono scesi in piazza o che si sono uniti alla fiaccolata per ricordare la giornalista.

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