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Pechino Express

4 Ottobre Ott 2017 1650 04 ottobre 2017

Chi è Marcelo Burlon, il creativo dei Modaioli di Pechino Express

Si è fatto dal niente costruendo un brand da 20 milioni di fatturato. Tra serpenti e sciamanesimo, la carta d'identità di un visionario della moda. E non solo.

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Marcelo Burlon

Partiamo dal presupposto che il fashion sta a voi come l’ananas sta alla pizza. Aggiungiamo il fatto che rientrate nella categoria di chi pensa che Pechino Express sia un treno ad alta velocità cinese. Ecco, questa carta d’identità di Marcelo Burlon, il creativo dei Modaioli in gara con Michele Lamanna nell’adventure game di RaiDue, fa al caso vostro. Perché se invece masticate un minimo di brand e fashion style o, parimente, ingurgitate tutto ciò che fa televisione - soprattutto reality e affini - di questo argentino classe 1976 di padre italiano e madre albanese sapete già tutto. O quasi. Dal 2012 ha messo in piedi un impero partendo dal nulla, arrivando a fatturare 20 milioni con il marchio Marcelo Burlon County of Milan, una linea di abbigliamento e accessori per uomini, donne e bambini. Facendo tutto da solo, sfruttando indubbie doti relazionali e imprenditoriali, perché «con la sola creatività non si va da nessuna parte».

I #modaioli sono "tristi e disperati sotto la pioggia!" ma pur sempre dei signori 💅🏻 😂 #pechinoexpress

Geplaatst door Pechino Express op zaterdag 30 september 2017

Nato in Patagonia, arrivato nelle Marche nel 1990, Marcelo Burlon molla gli studi dopo la terza media e segue le orme dei genitori, operai e poverissimi. In fabbrica dura un amen, spende quasi tutto per comprare maglie di Helmut Lang e Jean Paul Gaultier Junior e la domenica va in discoteca dove lo prendono a fare animazione. Ai Magazzini Generali, dove fa selezione all’ingresso, conosce Domenico Dolce, Stefano Gabbana, Riccardo Tisci, Raf Simon, fotografi e modelle. «Ho saputo creare una mailing list che univa i diversi tipi della città, i modaioli, la borghesia, le Drag Queen, trattati allo stesso modo alle feste nei club sotterranei dove sembra di stare nella casa del tuo miglior amico», racconta Burlon in un'intervista al Corriere della Sera. Instagram e Facebook gli danno la visibilità che sfrutta per le serate in discoteca a Tel Aviv, Beirut, Mosca e Toronto, dove si esibisce come dj. Visto il seguito pensa: «Perché non monetizzare?». È in quel momento che nasce l'idea delle t-shirt: «Volevo lasciare un'impronta internazionale», confessa ancora Marcelo Burlon. E ci riesce, facendosi conoscere in tutto il mondo tra aquile e serpenti che decorano le sue magliette, prima ancora di finire a Pechino Express. Qualcosa da scoprire, però, c’è ancora.

Nome: Marcelo Burlon.

Età: classe 1976.

Nato a: El Bolsòn, in Patagonia (Argentina).

Segno zodiacale: Vergine. Per questo si dice «pignolo fino all’eccesso. E faccio una grande fatica a delegare. Ma dovrò imparare a fidarmi».

Genitori: papà italiano e mamma libanese, lui aveva una lavanderia e lei lavorarava nel turismo prima di trasferirsi in Italia e fare gli operai.

Professione: creative director che gestisce designer. Tutto, insomma, tranne che stilista.

Rituali: pratica lo sciamanesimo, al quale si è avvicinato grazie a un'amica sciamana e un amico stregone.

Stato civile: celibe. Ma ha un fidanzato col quale sogna di tornare a vivere in Patagonia a mettere su famiglia.

Musica: psichedelia, elettronica, chamamé e folk argentino. Ma si lascia ispirare anche da Violeta Parra, cantante cilena degli Anni '40.

Fenomeno: anche per Fabri Fibra, che appunto lo cita in Fenomeno dicendo che «al collo ho più serpenti di Marcelo Burlon».

Letteratura: legge Borges, Cortázar, Marquez e le storie legate alle tribù indigene, fonte di ispirazione per le sue grafiche.

Segni particolari: non ne conosciamo. Ma racconta di aver visto gli ufo. Ne è certo, così come è sicuro che «esistono degli esseri superiori appartenenti a tanti popoli diversi, proprio come noi esseri umani».

Dicono di lui: «Il caso Burlon va analizzato e deve diventare un esempio da seguire» (Roberto d'Incau, managing partner di Lang&Partners); «Un pionere del multitasking» (New York Times).

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