28 Settembre Set 2017 1016 28 settembre 2017

Hugh Hefner, morto il fondatore di Playboy

Si è spento a 91 anni. Femminista o sfruttatore? Nel bene e nel male, rimarrà nella storia per aver sfidato l'America puritana e per aver sdoganato il nudo in copertina.

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Hugh Hefner

Si può scrivere tutto e il suo contrario su Hugh Hefner, il fondatore di Playboy morto il 28 settembre 2017 a 91 anni. Si può dire che fosse un rivoluzionario, paladino degli omosessuali e persino femminista, come d’altronde un libertino, sfruttatore di un corpo femminile trasformato in bene di consumo, maschilista o addirittura depravato. Si può dire che fosse amato e odiato allo stesso modo dalle sue conigliette, quelle che rivaleggiavano per entrare nelle sue grazie, quelle che si facevano forza tra loro perché schiave di una situazione dalla quale non sapevano più districarsi. Si può dire tutto, appunto, ma non si può negare che Hef sia stato un precursore di mode e tempi, un imprenditore capace di stravolgere non solo il mondo dell’editoria, un interprete a suo modo della rivoluzione sessuale al punto di industrializzarla ed esponente di una certa cultura pop che sfidò apertamente il puritanesimo americano dagli Anni '50 in poi, influenzando il resto del mondo che vi guardava in maniera più o meno critica.

MARYLIN, LA PRIMA CONIGLIETTA DI HEFNER

Era il 1953 e in una gelida Chicago di dicembre, una Norma Jeane Mortenson Baker Monroe, non ancora consacrata come Marylin, posava nuda su una rivista uscita senza data. Come se quello di Playboy - questo il nome divenuto brand - dovesse o potesse essere il solo numero previsto, osteggiato da un perbenismo dilegante, matrice di un'ipocrita cultura anglo-protestante (come scrive Vittorio Zucconi su Repubblica) demolita in un amen dal sorriso di una ragazza «pudicamente nuda e scandalosamente bionda». Era soltanto la prima delle numerose celebrità, non solo di Hollywood, che avrebbero addirittura pagato pur di essere immortalate nella rivista di Hugh Hefner. Da Jayne Mansfield a Kim Basinger, passando per Ursula Andress, Drew Barrymore, Pamela Anderson, Nancy Sinatra e Samantha Fox, per arrivare all'atleta olimpica russa Svetlana Khorkina: un'infinità di donne, quasi mai pentite di aver posato nude, quasi sempre riconoscenti, almeno intimamente, per l'accresciuto successo dovuto a quegli scatti.

IL PROBLEMA NON SONO LE TETTE

Senza sfogliarne la storia, ciò che resta di Playboy - oltre a sostituire di fatto il termine dongiovanni dal vocabolario - è quanto e come abbia influenzato il pensiero e stravolto gli schemi. Dividendo e alimentando un dibattito che non si esaurirà mai. «L'idea che gli uomini abbiano un diritto su quelle donne - un’idea che si è estesa nella cultura pop indipendentemente dalla pornificazione in buona fede - è il vero problema», scrive Jessica Valenti sul Guardian. «Dopo tutto, fa veramente la differenza che una donna sia vestita o sia nuda se poi ogni sua rappresentazione continua ad essere sessualizzata?», continua. Così come per Giulia Siviero, che su Il Post mette in evidenza come il «problema è l'oggetivazione del corpo femminile e la rappresentazione sessista dei media in generale». Lo dicono quando la rivista, nel 2015, decise di rinunciare al nudo, salvo poi tornare sui propri passi due anni dopo. Una piccola vittoria femminista, secondo alcuni, una sconfitta, invece, per chi guardava oltre l'immagine.

«IO PIÙ FEMMINISTA DI VOI»

Perché dietro c'era tutta un'idea che Hugh Hefner rivendicava. Quelle che le attirarono l'odio, tra le altre, della sua nemica giurata Gloria Steinem, la guru femminista diventata famosa nel 1963 proprio grazie a un’inchiesta-denuncia sullo sfruttamento delle conigliette di Playboy. Alla quale l'uomo con la pipa, in vestaglia di seta, circondata da un'infinità di bellisssime ragazze nella sua Playboy Mansion, rispondeva così: «Il movimento femminista, figlio della rivoluzione sessuale di cui Playboy è stato parte integrante, a un certo punto si è confuso le idee pensando che liberazione sessuale ed emancipazione della donna fossero due idee in conflitto tra loro. Una follia oggi professata solo da una minuscola fetta, antistorica e anti-Playboy, del femminismo. Che si rifiuta di ammettere che la prima beneficiaria della nostra rivoluzione è stata la donna, storicamente cittadina di serie B anche a letto».

IL MASCHILISTA DEPRAVATO

Parole che stridono con quelle scritte nell'editoriale di apertura: «Ci divertiamo a mescolare cocktail e qualche stuzzichino ascoltando un po’ di musica sul fonografo, invitiamo qualche ragazza per conoscerla discutendo di Picasso, Nietzsche, il jazz, il sesso», diceva Hugh Hefner commentando poi con tracce di puro maschilismo: «Se sei un uomo tra i 18 e gli 80 anni, Playboy fa per te. Vogliamo chiarire fin dall’inizio che non siamo un magazine per famiglie. Se sei la sorella, la moglie o la suocera di un uomo, e hai preso questa rivista per sbaglio, per favore passala a lui e torna al tuo Ladies Home Companion». E proprio quell'atteggiamento di fondo, mantenuto inalterato per tutta la vita, fatto di matrimoni molteplici con ragazze tremendamente più giovani, eternamente circondato da ragazze più o meno costrette a obbedire - se non a lui, alle regole del suo sistema -, hanno ridotto il vecchio Hef a passare per un depravato ormai incapace di sprigionare la propria viralità.

IL RIBELLE ATTIVISTA

Non certo per Brigitte Berman, la regista premio Oscar con il documentario Artie Shaw: Time Is All You've Gotche (1985) che nel 2009 al Toronto International Film Festival presentò il suo Hugh Hefner: Playboy, Activist and Rebel. Playboy, certo, ma anche - e per lei soprattutto - attivista e ribelle. Paladino dei gay quando si trattò di scendere in piazza a manifestare con gli omosessuali, strenuo difensore degli afroamericani nell'America della segregazione, sancita per legge negli Stati Uniti, che vietava ai neri di bere dalle fontane dei bianchi e utilizzare i loro servizi igienici, scuole, cinema e negozi. Addirittura una sorta di Martin Luther King per la Bergmann che nel docu-film ricorda il suo attivismo in favore degli scrittori ribelli. «Ricevetti una lettera da Ronald Reagan», dice Hugh Hefner nel documentario, «che mi ordinava di smettere subito di usare gli scrittori additati dalla Commissione per la attività anti-americane». Erano i giganti della letteratura contemporanea: Joseph Heller e Gabriel García Márquez, Haruki Murakami e Norman Mailer, Ian Fleming e Ray Bradbury. E ancora Jack Kerouac, Kurt Vonnegut ma anche Alberto Moravia, Georges Simenon, Allen Ginsberg e Arthur Miller. Già, perché su Playboy - e se nessuno mai lo ricorderà la colpa sarà dello stesso Hefner -, c'era anche questo. Racconti brevi oltre alle interviste dai toni più leggeri e divertenti a personaggi famosi come Miles Davis, Malcolm X, Ingmar Bergman, Cassius Clay e Henry Miller. Oscurate, appunto, dal ricordo di tette e conigliette rosa con il papillon.

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