8 Settembre Set 2017 1555 08 settembre 2017

Le donne pioniere che secondo il Time stanno cambiando il mondo

Un progetto speciale del celebre magazine racconta come 46 tra politiche, attiviste, scienziate e imprenditrici stanno influenzando (in meglio) il pianeta. Le storie di chi si è spinta dove non era mai stata nessun'altra.

  • ...
Time First

Vedere per credere, dice il proverbio. Seeing is Believing recita la copertina di TIME di settembre. Un numero che il famoso periodico americano dedica alle donne. Non a tutte, ma ‘alle prime’, alle apripista, a quelle che stanno contribuendo a cambiare il mondo. Uno speciale per poter dire alle ragazze di oggi che, se vogliono, possono andare dove non credevano possibile: a capo di una compagnia multimiliardaria, nello spazio, in un campo da football per allenare una squadra di soli uomini. Il progetto, spiega la giornalista Nancy Gibbs, vede la luce dopo un anno di lavorazione e dopo essere diventanto qualcosa di diverso rispetto a quello che era all’inizio. Partito come una piccola collezione di profili di donne pioniere, si è poi trasformato in un’uscita speciale, un libro e un sito web dedicato. Le storie raccolte hanno iniziato a essere tante e molto diverse fra loro: 46 volti femminili di ogni età ed etnia si sono raccontati, parlando dell’inizio delle loro carriere e delle difficoltà incontrate. Ma anche di come, alla fine, sono riuscite a superarle.

IL SITO

Scorrendo la pagina FIRSTS- Women who are changing the World, la prima a comparire è Ophah Winfrey. Il titano, così l’hanno definita i giornalisti del TIME: la presentatrice è, probabilmente, una delle donne più importanti d’America. Il suo show e il suo famoso salotto hanno fatto la storia della televisione e costruito un impero mediatico. Poi, in pole position, gli altri grandi nomi noti dell’universo femminile: Hillary Clinton, Selena Gomez e Serena Williams. E man mano tutte le altre, politiche, scienziate, atlete, scrittrici e registe. Le fotografie a fianco dei loro record.

Tra un ritratto e l’altro poi, i grandi temi comuni: le fonti di ispirazione, i pregiudizi, l’equilibrio fra carriera e famiglia. Molte ricordano con affetto e gratitudine il rapporto con i genitori, i primi sostenitori e quasi tutte hanno almeno un aneddotto su qualcuno che non ha creduto in loro. Kathryn Sullivan, prima donna americana ad aver camminato nello spazio racconta che «Al tempo, la sola idea che una donna avrebbe potuto avere le mestruazioni in orbita, aveva fatto inorridire tutti quanti». Così, invece, Madeleine Albright, la prima a essere stata nominata Segretario di Stato negli Stati Uniti: «Ci sono un sacco di sale riunioni nel mondo piene di uomini mediocri. Ma neanche una per una donna nella media».

ILHAN OMAR, LA LEGISLATRICE

Una delle 12 diverse copertine disponbili nelle edicole avrà il suo volto. Ilhan Omar, arrivata negli Stati Uniti quando aveva 12 anni, è passata dall’essere una rifugiata politica a sedere nella Camera dei Rappresentanti del Minnesota, che si occupa del governo statale. Per il TIME si è fotografare seduta a terra, sui tappeti che usa per la preghiera, e con un turbante bianco in testa, un accessorio che non manca mai di indossare nelle uscite pubbliche. La sua identità, come scrive e racconta alle telecamere, è sempre stata per lei una fonte di forza, anche quando in America ha iniziato a sentirsi ‘diversa’. Perché di colore, perché musulmana, in quanto donna che voleva scendere in politica: «Per le comunità somale e islamiche, il mio sesso era un problema. Volevo rivestire un ruolo che spettava agli uomini». Ma questo non l’ha fermata, e quello che le interessa è «cambiare l’opinione su cosa è possibile fare e cosa no».

SHERYL SANDBERG, LA NERD

Una secchiona che al liceo andava alle competizioni di matematica. Così si descrive Sheryl Sandberg, l’imprenditrice che tiene in mano le sorti di Facebook insieme al suo fondatore, Mark Zuckerberg. Una ragazzina, l’unica al suo tempo, che si divertiva alle gare scolastiche, ma che si chiedeva perché fosse circondata solo da compagni e non da compagne. L’uguaglianza, per lei, deve arrivare da una parità di aspettative: quello che si chiede a uno studente, va chiesto anche a una studentessa. E quello che riceve un uomo, sul posto di lavoro, deve ottenerlo anche una donna: parità di salari e di opportunità, un obiettivo che vede ancora lontano dall’essere raggiunto. «Ma ci arriveremo», assicura.

KATHARINE JEFFERTS SCHORI, IL VESCOVO

«Ora non metterti in testa di indossare orecchini colorati!» disse un uomo a Katharine Jefferts Schori, dopo la sua nomina a Presidente della Chiesa Episcopale degli Stati Uniti. Una frase che ancora la fa ridere, dando un’idea di come cambi quello che viene considerato appropriato e cosa no. Prima di lei, nessuna donna si era mai spinta così alto nelle gerarchie ecclesiastiche, mentre ora non fa più scalpore che qualcuno possa celebrare messa indossando i tacchi. Katharine, che da bambina pensava di fare lo scienzato, è felice dell’apertura che la sua comunità ha dimostrato nei confronti delle sue fedeli femminili e omosessuali. La leadership, dopo di lei, ha perso l’aspetto di un uomo etero e bianco, per assumere le sembianze di chiunque voglia. E su chi si affida alla Bibbia per giustificare diversità di genere, risponde: «La Bibbia dice molte cose sul ruolo delle donne. Ma la verità è che ognuno prende pezzetti qua e là, cercando conferme in quello che già crede».

ANN DUNWOODY, GENERALE A QUATTRO STELLE

Il primo della lista è George Washington. Al suo fianco, altri cognomi che hann0 fatto la storia: Heisenhower e Marshall, per esempio. In totale sono 232 e sono i generali dell’esercito americano a cui è stato conferito il più alto riconoscimento possibile: quattro stelle all’onore dimostrato sul campo. Fra questi, la prima donna in assoluto è Ann Dunwoody, che, però, si definisce innazitutto un soldato. Entrata nelle forze armate quando la presenza femminile era diventata da poco la regola, ha saputo distinguersi sin da subito per le sue capacità e la sua abilità in combattimento: «Ho scoperto che quello che vuole l’esercito sono i migliori, non importa se sono maschi o femminie. Quando puoi correre più veloce dei ragazzi o fare più flessioni di loro, nessuno ti dirà mai: ‘No, non ti vogliamo in squadra!’».

AVA DUVERNAY, LA REGISTA

Il soffitto di vetro, glass ceiling, è l’immagine usata per descivere la condizione femminile sul lavoro: donne che scalano posizioni, ma che a un certo punto sono costrette a fermarsi. Sopra di loro, il muro invisibile del pregiudizio. Nel cinema, si parla di celluloid ceiling: il soffitto è ovviamente di cellulosa. Ava DuVernay, prima regista di colore a essere candidata agli Oscar, dei limiti costruiti da altri non si interessa, ed è decisa a costruire la propria ‘casa del cinema’: «I limiti imposti da qualcun altro, dalla società, dagli studios, per me sono solo un incentivo a fare meglio». Nel 2014, il suo Selma era in concorso come Miglior Film. Il suo documentario 13th, prodotto da Netflix nel 2016, aveva sfiorato a sua volta la statuetta.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Correlati

Potresti esserti perso