6 Settembre Set 2017 1848 06 settembre 2017

Trump, l'ammazzasogni

Con l'abrogazione della Daca il presidente Usa vuole porre fine alle speranze di tanti dreamers. Come Liz, nata in Messico e cresciuta in Texas: «Noi non ci fermeremo, continueremo a lottare».

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Donald Trump

Aveva sette anni Liz, quando insieme ai genitori partì in autobus da Ciudad Juarez, città di confine messicana, per raggiungere Richardson, un sobborgo di Dallas, in Texas. Nessuna traversata disperata del deserto, nessun coyote da pagare profumatamente o Border Patrol da eludere: per vivere il sogno americano, ai Magallanes bastò un visto turistico e fingere che quel viaggio fosse l'inizio di una vacanza, non di una nuova vita.
16 anni dopo, Liz Magallanes è una giovane donna che ha vissuto metà della sua vita da residente irregolare negli Stati Uniti. E che lo sarebbe ancora se Barack Obama non avesse emesso il Deferred Action for Childhood Arrivals per regolarizzare quei giovani irregolari arrivati negli Usa insieme ai genitori. Una sanatoria di cui però Donald Trump ha appena annunciato l'abrogazione, svegliando bruscamente o, meglio, facendo finire nell'incubo della deportazione 800 mila dreamers che, come Liz, credono ancora nel sogno americano. Giovani che, spiega a LetteraDonna, «sono americani senza documenti, persone che vivono in un Paese dove rischiano ogni giorno». E che sono pronti a combattere per difendere la vita che si sono costruiti negli Stati Uniti.

Liz Magallanes.

DOMANDA: Si aspettava questo provvedimento da parte di Trump?
RISPOSTA: Quello che sta facendo non è una sorpresa, gli attacchi agli immigrati erano nell'aria. Ma almeno ha fatto sì che le persone senza documenti si unissero per far sentire la loro voce.
D: I suoi genitori sono ancora sin papeles, senza documenti?
R: Sì, vivono negli Stati Uniti da 16 anni ma sono irregolari. Potrebbe essere deportati in Messico in qualsiasi momento. Ma non vivono nella paura, fanno la loro vita da persone integrate nella società.
D: Essendo irregolari però possono solo lavorare a nero. Lei invece è riuscita a finire gli studi. 
R: Sì, tanto per iscriversi a scuola non serve nemmeno un documento di identità (che negli Stati Uniti sarebbe il passaporto, ndr). Inoltre i bambini hanno diritto all'istruzione elementare e secondaria, indipendentemente dal loro status. Negli Stati Uniti anche chi è irregolare può frequentare l'università, non c'è legge che lo proibisce.
D: Poi è arrivata il Daca.
R: E grazie al Deferred Action for Childhood Arrivals, che permette di lavorare, ho trovato un impiego. Chi è 'protetto' dal Daca può fare molte cose che altrimenti gli sarebbero precluse: richiedere il Social security number (l'equivalente del codice fiscale, ndr), prendere la patente, comprare un'automobile, una casa, etc. Non può viaggiare all'estero, perché per questo è necessaria un'altra procedura. L'unico problema è che va, o forse sarebbe meglio dire andava, rinnovato ogni due anni. Ma, ecco, diciamo che la mia vita non è iniziata con la Daca e non finirebbe con la sua abrogazione.
D: A proposito, ha ricordi della sua vita 'precedente', quella a Ciudad Juarez?
R: Ne ho tanti, anche se quando sono andata via ero molto piccola. Siamo una famiglia numerosa e non vedo i miei parenti da quasi 17 anni. Mi identifico con entrambe le culture, statunitense e messicana: sarebbe davvero bello poterci vedere di nuovo.

D: Dire addio a parenti e amici, a una vita intera, per viverne un'altra nella clandestinità: secondo lei i suoi genitori farebbero tutto questo di nuovo?
R: Bella domanda. Però non so cosa rispondere, perché in famiglia non ne abbiamo mai parlato.
D: Senta, ma non crede che l'immigrazione illegale sia un problema?
R: Penso che l'immigrazione sia un problema nel senso che è sbagliato il sistema con cui vengono dati o meno i visti. È sbagliata l'accoglienza, ma di questo nessuno ne parla.
D: E del famoso muro, cosa mi dice?
R: Quello che le direbbe chiunque viva a sud, vicino al confine: che non sarebbe buono per nessuno. Gli immigrati fanno comodo a tutti perché costano poco e fanno girare l'economia. E poi Stati Uniti e Messico sono partner commerciali...
D: Lei è una dreamer. Ma ha ancora senso parlare di 'sogno americano'?
R: Sì, perché questo Paese ci ha dato cose che non avevamo in Messico o nei Paesi da cui provengono i dreamers, in maggior parte latinos. È un Paese dove i cittadini hanno diritti garantiti dalla Costituzione, un Paese fondato sulla libertà. Una libertà che ci appartiene perché anche noi siamo americani.
D: Alle parole abbina i fatti: è la coordinatrice per l'area di Dallas-Fort Worth di Mi Familia Vota, organizzazione che promuove l'esercizio del diritto di voto della comunità ispanica.
R: Io non posso votare perché non ho la cittadinanza statunitense. Ma in Texas ci sono quasi cinque milioni di latinos che potrebbero farlo e invece non esercitano questo diritto. Oltre a 720 mila residenti permanenti regolari che potrebbero avviare le procedure per la cittadinanza, e poi votare, ma che non sembrano interessati. Credo che sensibilizzare su questo argomento sia davvero importante, perché è proprio attraverso il voto che la nostra comunità può far sentire la sua voce.
D: C'è qualcosa che vorrebbe dire al presidente Trump?
R: Noi non ci fermeremo, il nostro fuoco arde sempre più forte, vogliamo giustizia e combatteremo per averla. Non abbiamo paura perché insieme siamo più forti. Siamo americani e lotteremo per i nostri diritti.

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