6 Settembre Set 2017 0900 06 settembre 2017

Questa casa non è un hashtag!

È il titolo del libro di Alessandro Curioni, che a LetteraDonna spiega come appianare la differenza generazionale tra genitori e figli dovuta alle nuove tecnologie. Senza togliere lo smartphone a nessuno.

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Casa hashtag

Il titolo colpisce perché rivisita in chiave moderna una di quelle frasi che hanno segnato l'adolescenza di intere generazioni. E Questa casa non è un hashtag! richiama infatti immediatamente alla memoria il rapporto generazionale, suggerendo un contesto che il sottotitolo chiarisce definitivamente: genitori e figli su Internet senza rete. Si presenta così l'ultimo libro di Alessandro Curioni, esperto di sicurezza informatica e saggista, che affronta il tema della famiglia al cospetto della grande, sconfinata Rete. A spiegare a LetteraDonna come possono i genitori dei nativi digitali affrontare la sfida educativa rappresentata dalle tecnologie dell'informazione è lo stesso autore, che per rompere il ghiaccio parte da una delle sue frasi preferite: «Ricordatevi di non spegnere il cervello quando accendete lo smartphone», dice a metà tra il serio e il faceto. «Nel caso di mamme e papà è d'obbligo tenerlo sempre in funzione soprattutto quando si tratta del telefonino dei propri figli. A parte le battute le regole sono sempre quelle dettate dal buonsenso, che vale sia nel mondo reale sia in quello virtuale».

Alessandro Curioni, autore del libro Questa casa non è un hashtag!.

DOMANDA: Si dice che fare i genitori sia il mestiere più difficile del mondo: la Rete lo rende ancora più complicato?
RISPOSTA: Non credo. Però bisogna tenere ben presente che Internet replica in modo a volte estremo le dinamiche della nostra società. Banalmente il monito dei nostri genitori che ci invitavano a non accettare caramelle dagli sconosciuti resta un avvertimento sempre valido, soltanto che sul web l'esca non è il dolcetto bensì la richiesta di amicizia. Quello che intendo suggerire è un uso intelligente della nostra capacità di astrazione, per esempio immaginando i social network come l'equivalente dematerializzato dei nostri luoghi di ritrovo giovanili: giardinetti, cortile, bar, spiagge e via dicendo. Le situazioni di rischio non sono poi così diverse e i consigli saranno analoghi.
D: Tenersi lontano dai pericoli e poi?
R: E poi dare l'esempio. Per quanto i genitori credano che i propri figli si ispirino a star, influencer o aspiranti tali, in realtà il modello di riferimento fondamentale sono proprio madri e padri. L'immediata conseguenza è che i nostri comportamenti possono diventare una forma di autorizzazione implicita: ovvero, se pubblichiamo commenti aggressivi o violenti, è possibile indurre i nostri ragazzi a fare altrettanto, considerandolo quindi accettabile. La regola, per tanto, è ricordarsi sempre che ci osservano e ci vedono.
D: Forse limitando l'uso dello smartphone si possono minimizzare alcuni di questi rischi?
R: Sarebbe inutile per due ragioni. La prima è pratica è riguarda il futuro dei nostri figli che, qualsiasi lavoro vogliano fare, non potranno prescindere dal saper utilizzare al meglio le dotazioni informatiche. Piuttosto la cosa veramente curiosa è che imparino a utilizzare questo strumento potentissimo come autodidatti, come se nostro padre a 12 anni ci avesse regalato un'auto invitandoci a provarla da soli in mezzo al traffico. La seconda motivazione, invece, è tanto evidente quanto apparentemente ignorata. Nel mio libro descrivo una giornata tipo di un adolescente degli Anni '80 e lo si vede alle prese con stereo, macchina fotografica, televisore, carta, penna, telefono ed enciclopedie. Bene, per il nostro nativo digitale, tutti questi oggetti si sono compattati in uno: il suo smartphone, con cui ascolta musica, fotografa, guarda i video, telefona, scrive e fa le ricerche. Perché dovremmo stupirci se alla fine lo ha sempre in mano?
D: In definitva, dunque, è solo cambiato il contesto. E allora perché si ha la sensazione di correre maggiori rischi?
R: Dobbiamo pensare che il mondo è diventato molto più piccolo con l'avvento dei social network. Prima esisteva una teoria secondo cui tra ognuno di noi e qualsiasi altro essere umano c'erano soltanto sei gradi di separazione. In altre parole un abitante di Roma era diviso dalla conoscenza un polinesiano da soltanto sei individui. Nel 2011 una ricerca ha dimostrato come su Facebook, che aveva un quinto degli attuali utenti, i gradi di separazione fossero diventati quattro. Oggi possiamo immaginare siano tre o forse due. Questo significa che appena tre 'amici' separano nostro figlio dal suo attore preferito, ma altrettanti da un maniaco omicida. Di conseguenza il rischio è aumentato e l'attenzione deve crescere in modo proporzionale.
D: Si spieghi meglio, consiglia di controllare maggiormente i figli?
R: No, voglio dire che ogni genitore deve essere sempre informato e quindi instaurare un rapporto di dialogo costante con i propri ragazzi anche per quanto riguarda le loro vite on line. Un fatto che mal si combina con idee proibizioniste e implica che mamme e papà smettano di trincerarsi dietro la loro ignoranza tecnologica. Anzi, dovrebbero sfruttarla per fare le domande giuste ai propri figli. Saranno quei quesiti a rivelare che utilizzo ne fanno e a fornire gli indizi che permetteranno di individuare potenziali comportamenti pericolosi. Per scoprirli basta la consapevolezza che la Rete è un luogo pubblico, dove la privacy non esiste.

Questa casa non è una hastag, di Alessandro Curioni.

L'intervista è finita. Alessandro Curioni, però, ha ancora qualcosa da dire. Un obiettivo comune per genitori e figli. Lo spiega a parole prima di consegnarci il suo libro. Ed è in un breve passo della sua opera che si ritrova quel concetto.
Arrivato in fondo mi domando: questa casa veramente non è un hashtag? La variazione sul tema 'questa casa non è un albergo', tanto caro ai nostri genitori, mi sembrava molto azzeccata. Soprattutto perché metteva sullo stesso piano il nostro modo di entrare e uscire da casa quando ci pareva, con l'utilizzo senza regole che i nativi digitali fanno dello smartphone. Poi ho pensato di avere commesso un errore. In fondo un hashtag funziona come aggregatore di contenuti simili per agevolare la loro ricerca. La casa non svolge lo stesso ruolo? Non raccoglie persone che in qualche modo si assomigliano, offrendo a chi le cerca un modo per trovarli? Ho dovuto rifletterci a lungo per immaginare la risposta che, badate bene, non è necessariamente giusta, ma credo sia quella che ogni genitore vorrebbe sentire pronunciare da suo figlio: “Questa casa non è un hashtag, perché con un hashtag mai troverò una casa come questa”.

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