6 Settembre Set 2017 1959 06 settembre 2017

Dirsi femministe per vendere dischi

Beyoncé diventa materia di studio universitaria in quanto icona black del movimento. Ma negli anni ha ricevuto anche diverse critiche: per i messaggi che trasmette e per la commercializzazione.

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Forse aveva ragione il fumettista Alan Moore, quando nel 2000 diceva che non c'era granché di cui andare fieri nell'essere oggetto di un corso di laurea: «Li fanno anche sulle Spice Girls». Diciassette anni dopo, comunque, l'onore è toccato a Beyoncé. La regina dell'r'n'b è diventata infatti materia di studio all'università di Copenaghen in qualità di personaggio chiave nell'ambito del femminismo contemporaneo, in particolare per quel black feminism che, per evidenti ragioni demografiche, è poco conosciuto dalla Danimarca in su. Eppure, nonostante Beyoncé sia celebrata come un modello per le giovani donne del nuovo millennio, sono diverse le voci critiche che hanno messo in dubbio la sua reale rappresentatività del movimento.

DIVENTARE UN'ICONA
L'inizio di tutto si può far risalire al 2014, quando Beyoncé si esibì agli Mtv Vma con alle spalle la parola FEMINIST, che dominava e illuminava il palco. Un coup de théâtre che fece discutere, ma che venne generalmente lodato per il coraggio di aver rilanciato quella parola in un evento di risonanza mondiale e seguito da milioni di spettatori. Una presa di posizione netta, arrivata qualche mese dopo che il Time l'aveva inserita nel novero di star che avevano fatto del femminismo un tema chiave della loro produzione artistica. Quel percorso, poi, è culminato due anni più tardi nella pubblicazione di Lemonade: un concept album che National Public Radio ha inserito nella top 10 delle opere musicali al femminile che hanno lasciato il segno. Billboard, nel recensirlo, sparò un titolone a dir poco impegnativo: «Lemonade di Beyoncé è un'opera rivoluzionaria per il femminismo nero», dove la cantante viene descritta come una sorta di messia che guida le donne afroamericane in una terra promessa dove «trasformare il nulla in qualcosa».

UOMINI? PARLIAMO D'ALTRO
A ben vedere, però, l'interesse di Beyoncé per il femminismo non era una novità di quell'anno. Nel 2013 venne pubblicato il singolo ***Flawless, in cui la cantante utilizzò degli estratti dalla conferenza Dovremmo tutti essere femministi, tenuta dalla scrittrice nigeriana Chimamanda Ngozi Adichie. E proprio da quest'ultima, a sorpresa, è scaturita una dura critica nei confronti dell'idea di femminismo promossa dalla cantante: «Dà molto spazio alle necessità degli uomini. [...] Noi donne siamo così condizionate dal mettere tutto in relazione agli uomini. Metti insieme un gruppo di donne e la conversazione verterà sugli uomini». Mentre, secondo la scrittrice, le donne dovrebbero imparare a pensare un po' di più agli affari propri.

L'OMBRA DI JAY Z
D'altra parte, non si può ignorare il peso che ha avuto nella carriera di Beyoncé il matrimonio con il rapper Jay Z. Gli ultimi sviluppi della relazione tra i due ha dato modo alla blogger femminista Minna Salami di attaccare i Bonnie&Clyde della musica statunitense. Il duetto a distanza nato da Lemonade e dall'album di Jay Z, 4:44, secondo Salami ha ben poco di femminista e molto del melodramma, visto che il rapper canta senza farsi troppo problemi di aver tradito la moglie. Una dinamica che, secondo la blogger, ricorda la stessa vissuta da altri grandi donne come Frida Kahlo, Hillary Clinton, Sylvia Plath, tutte accomunate dal fatto di essere donne forti il cui privato è stato messo in pubblico (sminuendole) dagli uomini a cui si sono accompagnate: «[Un messaggio femminista] spingerebbe le donne a esercitarsi nell'arte dell'amore incoraggiandole a scegliere dei partner che le rispettano».

FEMMINISMO ALLA LEGGERA
Nemmeno Annie Lennox degli Eurythmics è stata particolarmente tenera nei confronti della collega: «La definirei una femminista lite (leggera, ndr). Vedo molte artiste prendere in ostaggio quella parola e usarla per promuovere sé stesse, ma non penso che rappresentino necessariamente e sinceramente la profondità del femminismo. [...] Che posso dirvi? Il sesso vende sempre». Persino Emma Watson non aveva potuto fare a meno di riflettere sulla coerenza delle esibizioni di Beyoncé, spesso dirette da uno sguardo maschile e sessualizzante, con le sue stesse idee. Ma, alla fine, nell'intervista a Wonderland Magazine aveva comunque ribadito il suo apprezzamento per le prese di posizione della cantante. Concludendo, di fatto, in controtendenza rispetto a Lennox, che anche fare mostra del proprio corpo può essere un atto femminista.

INGRASSARE L'INDUSTRIA
Ciò detto, non ci si può non interrogare sulla vera natura di quello che è stato definito come pop feminism, corrente di cui Beyoncé fa parte, che lo voglia o meno. Quanto c'è di autentico e genuino nei messaggi lanciati da lei, Taylor Swift, Katy Perry, Kesha e altre colleghe? È un dato di fatto che non è solo il sesso a vendere, ma che anche l'idea di femminismo può essere un buon volano per farsi pubblicità gratis sui media e chiamando a raccolta le belligeranti attiviste da social network. Come inoltre fa notare Andi Zeisler scrivendo sul Guardian, definirsi orgogliosamente femministe è problematico nel momento in cui l'industria di cui si fa parte, ovvero quella della musica, reitera comportamenti sessisti: «I motivi commerciali, non il progresso femminista, sono ciò che importano alla macchina della pop music». E, quindi, qualche domanda dovrebbero farsela sia Beyoncé, sia i professori dell'Università di Copenaghen che hanno deciso di inserirla nel piano di studi.

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