Femminicidio

Femminicidio

1 Settembre Set 2017 1831 01 settembre 2017

Femminicidio, per te non c'è più posto

«Per la violenza sulle donne c'è un silenzio assordante, complice del maschilismo». Intervista a Maria Andaloro: donna, siciliana, attivista, conducente di camper, ma soprattutto, essere umano.

  • ...
posto occupato

Una sedia vuota, eppure occupata. Sta lì per segnalare la mancanza, l'assenza di donne che non ci sono più: «È un gesto concreto dedicato a tutte le vittime di violenza. Ciascuna di loro, prima che un marito, un ex, un amante, uno sconosciuto decidesse di porre fine alla sua vita, occupava un posto a teatro, sul tram, a scuola, in metropolitana, nella società. Questo posto vogliamo riservarlo a loro, affinché la quotidianità non lo sommerga». È il manifesto del progetto Posto Occupato, raccontato dalla sua ideatrice Maria Andaloro: donna, siciliana, attivista e conducente di camper, anche se a lei piace definirsi soltanto 'persona'. «Io non voglio un mondo per sole femmine, voglio solo che iniziamo a guardarci tutti come esseri umani», racconta a LetteraDonna. Sensibile al tema delle violenze sin da bambina, col tempo i suoi progetti hanno avuto risonanza anche internazionale. Sul sito del progetto si legge «Posto Occupato, Place Occupée, Save Seats, Asiento Ocupado, Besetzler Plaz», perché la sua valenza simbolica passa attraverso qualsiasi lingua, qualsiasi luogo e qualsiasi circostanza. Quella sedia vuota potreste avvistarla nei posti più impensabili, perché simboleggia donne qualunque, da ovunque.

DOMANDA: Maria, il tuo progetto negli ultimi anni ha riscosso molto successo. Come ti sei avvicinata al mondo dell'attivismo?
RISPOSTA: Sentivo il bisogno di fare qualcosa per spingere la società a farsi carico del problema della violenza sulle donne, soprattutto perché avevo l'impressione che stesse a cuore soltanto ai pochi che se ne occupano. Vedevo che la cronaca trattava questi episodi come un momento di grande sconforto, ma niente più: era tutto passeggero. Ho notato, poi, una forte disattenzione, perché c'è uno scollamento tra la problematica e la percezione che se ne ha.
D: Per questo hai sentito di dover fare qualcosa.
R: Sì, ho cercato un sistema per arrivare alle persone e rendere tangibile il dolore. Al di là delle solite giornate di commemorazione, che finiscono lì: dal 25 novembre all'8 marzo. Il femminicidio, al contrario, può accadere in qualsiasi momento e in qualsiasi giorno. Il mio scopo era sottolineare che è accanto a noi, ci conviviamo. Se ci impegnassimo a tutti i livelli, scuola, famiglia e comunità, potremmo far fronte meglio a queste dinamiche. Prima di arrivare all'omicidio dovremmo essere in grado di vedere i sintomi che ci permettono di prevenirlo. L'attivismo è un modo per sensibilizzare, ma anche per spronare all'azione.
D: È una sensibilità nata col passare del tempo?
R: No, mi sono sempre interessata alle sofferenze della donna nella società. Fin da piccola: alle scuole medie per difendere le altre ragazze che venivano molestate da un bidello che le palpava gli ho tirato un ceffone. Ecco, diciamo che è una cosa partita quando ero ragazzina, ma che poi con gli anni e la maturità si è formalizzata in una campagna: Posto Occupato. Quando ho iniziato nel 2013 le vittime in Italia erano centinaia, prima di metà anno.
D: Questo ti ha dato l'impulso.
R: Sì, perché si faceva la conta, come un rosario di morte. Ero afflitta, e poi vedevo che i media dopo aver parlato di questo fenomeno passavano tranquillamente ad altro: politica, sport e via. Quando in realtà ho sempre saputo che bisogna soffermarsi e approfondire, altrimenti si rischia di sbagliare e essere superficiali. Questo perché, dopo il danno fisico alla vittima, ad esempio, le onde si propagano e ne risente tutta la società. Ci vogliono delle modalità di sostegno a chi resta. Se si passa oltre e non si affronta la questione il rischio è provocare malessere, disinteresse o paura, lasciando queste persone da sole con il proprio dramma.
D: Credi che le tue iniziative, come Franca e le altre, Violate e Posto Occupato abbiano avuto un impatto tangibile? Hanno cambiato la mentalità delle persone?
R: Franca e le altre è stata una grandissima esperienza in questo senso. La cosa più immediata che è successa è stata la reazione degli studenti. Hanno compilato circa 700 questionari da cui è venuto fuori che molti di loro erano a conoscenza di casi di violenza sessuale o sulle donne. C'è stato un ritorno importante che testimonia la necessità di agire nelle scuole. Però bisogna puntare sull'ascolto, non solo sulla lezione frontale. Io sono molto fiduciosa verso questi adolescenti che spesso vengono maltrattati perché giudicati insensibili, ma non è colpa loro. Non hanno ancora la cultura o il modo di pensare che possiamo avere noi adulti ed è nostra responsabilità educarli, non criticarli. Hanno anche un linguaggio diverso dal nostro, quindi bisogna fare lo sforzo di avvicinarsi al loro modo di comunicare.

Il camper del tour Franca e le altre.

D: Come ti approcci ai più giovani?
R: Franca e le altre, ad esempio, è stata efficace perché ragazze e ragazzi interagivano con noi, non erano passivi. Avere i loro contributi e la loro chiave di lettura è indispensabile per diventare efficaci insieme e per comprendere qual è la nuova frontiera della violenza, perché per loro è diverso. Ad esempio quando ho raccontato loro la storia di Franca Viola nessuno la conosceva, mentre Tiziana Cantone era famosa perché c'era stata la polemica virale sui social network. Violenza e sessismo di rete sono ben noti a questi ragazzi, ma non sono in grado di riconoscerli, è qui che dobbiamo intevenire. Quando gli ho raccontato di Franca Viola, la prima donna a rifiutare il matrimonio riparatore con il carnefice di stupro, i ragazzi mi guardavano come se parlassi del medioevo, soltanto perché sono passati 50 anni. Dicevano che è cambiato tantissimo da quell'epoca, che le cose sono migliorate. Ma poi, quando gli facevamo fare il confronto con ciò che succede oggi, si rendevano conto che il problema è lo stesso, anche se avviene in modi diversi.
D: Tu hai avuto modo di incontrare Franca Viola. Le hai anche consegnato il Sibel, un premio inventato da te. Cosa simboleggia?
R: È un gioco di parole con Nobel, e ha un'assonanza con ‘Sicilia', la mia terra. Il premio, in realtà, è una targa trasparente che poi ho consegnato a diverse donne per me importanti per via di ciò che fanno per tutte noi, per il nostro quotidiano, seppur passino inosservate.
D: L'ultima ad averlo vinto?
R: Quest'anno, ad esempio, l'ho consegnato a Letizia Battaglia. è una statuina di vetro. Il materiale l'ho scelto perché è trasparente: rappresenta purezza, nobiltà e umiltà d'animo. Insieme al premio consegno sempre un ramo di ulivo perché il poeta Hikmet lo rappresentava come un inno alla vita.
D: Secondo te chi potrebbe essere la prossima Franca Viola?
R: Dovrebbe essere una ragazza volenterosa di cambiare le cose. Io vorrei davvero che questo 52% di donne nella popolazione avesse la consapevolezza e la maturità per costruire un mondo a misura di persona. Al di là delle esigenze maschili e femminili. Ci si deve basare sull' essere umano, che ha dei diritti indipendentemente dal sesso. E vedo che, finora, a partire dalla rappresentanza politica, siamo ancora lontani. Lo stesso discorso è legato alle discriminazioni: a me fa piacere avere a che fare con qualcuno al di là del suo orientamento sessuale, etnia, religione eccetera.
D: Nelle scuole hai parlato anche di stereotipi sessisti. Quali, secondo te, legittimano di più l'uomo a compiere violenze?
R: Posso fare un esempio banale: quando giravo la Sicilia col camper per il progetto Franca e le altre ci chiedevano sempre chi guidava. Eravamo io e Serena Maiorano, due donne. Guidavo io, ma per le persone che ci fermavano era impensabile: «Ma come? Da sole? Non è possibile che guidiate un veicolo così grande», ci dicevano. Questi sono pregiudizi molto sessisti. È proprio su questo tipo di cultura che bisogna lavorare, su questo immaginario collettivo che ricerca sempre nell'uomo la figura di potere. Questo stereotipo sembra innocuo, perché non fa male a nessuno, ma in realtà è il terreno fertile dove nasce e prospera la violenza.

Posto Occupato a un concorso di bellezza.

D: A proposito di stereotipi.Posto Occupato è passato anche per Miss Italia e Miss Informissima, tacciati di mercificare il corpo femminile. Scelta voluta per criticare quel tipo di cultura?
R:
No, in realtà non possiamo essere responsabili di tutto. Posto Occupato è una campagna aperta, la possono adottare tutti senza passare da noi. Poi in realtà mi dà fastidio come qualcuno tenti di approfittare della campagna per farsi pubblicità o raccogliere fondi, cosa assolutamente proibita perché il nostro è volontariato. È vero che può essere offensivo e apparentemente ipocrita da parte di un concorso di bellezza ma, come dico io, quella donna poteva avere l'opportunità di fare qualsiasi cosa nella vita compreso partecipare alla sfilata di Miss Italia. Io sono per la libertà personale. Il vero crimine, poi, è strumentalizzare il corpo. Da parte nostra non favoriremmo mai questa esibizione degli stereotipi, naturalmente, ma il fatto di permettere a chiunque di aderire ha garantito molta risonanza. Posto Occupato è ovunque appunto perché le donne possono provenire da qualunque contesto.
D:Una campagna senza volto.
R: Certo, non voglio fare né soldi, né esibizionismo e personalizzazioni. Voglio mettere in primo piano il messaggio, non fare sfoggio della mia sensibilità, è la cosa che più mi da fastidio. Sul momento fa emozionare, ma così facendo non si risolve niente. Quello che io auspico è che già tra 10 anni non avrò più bisogno di pensare a come sensibilizzare su questo fenomeno.
D: Finora ciò che hai fatto ha funzionato?
R: Sì, fin da subito. Chi vedeva la sedia occupata, magari a teatro, si avvicinava per capire, e quando si rendeva conto del messaggio ne rimaneva impressionato. Ho ricevuto molte mail di supporto per Posto Occupato: molte persone mi hanno scritto di essersi rese conto che il problema è sottovalutato e di aver capito che bisogna combattere il silenzio. È importante per me che abbiano ricevuto il messaggio, ma ancora meglio è sapere di aver dato modo loro modo di riconoscere gli abusi. Non è scontato che tutti li vedano, spesso le donne li percepiscono come una cosa normale. Dobbiamo far capire che la cultura si cambia e che percosse e violenze non vanno mai sottovalutate.
D: C'è un tipo di comunicazione che, in particolare, trovi direttamente responsabile del pensiero violento?
R: Sicuramente ci sono i titoloni sui giornali: Crimine passionale, Raptus di gelosia. Scrivendo così torniamo indietro di cento anni: non si uccide né per gelosia né perché la donna era con la minigonna e quindi era provocante. I giornalisti possono riverlarsi veramente deleteri: specificano degli aspetti non necessari che fomentano pregiudizi. Non c'è senso di responsabilità, quando invece dovrebbero essere coscienti di averne una enorme. Che senso ha specificare la nazionalità o l'abbigliamento? Non si può dire che è stata uccisa una bella donna, una prostituta, un gay, un transessuale, uno straniero: è morta una persona, questo dobbiamo raccontare.
D: Qual è il rischio?
Che il lettore continuerà a pensare alle vittime in base a queste etichette, senza andare all'essenza della loro umanità.
Poi, ad esempio, scrivono che le vittime vengono uccise nonostante denuncino, creando nelle persone una disillusione nelle forze dell'ordine. Se una donna legge una cosa del genere non ci va neppure a raccontare cosa le succede, perché pensa che che tanto non risolvo niente. In più, se subisce abusi, già non si fida più di nessuno, perché chi ha vicino è il suo nemico. In realtà polizia, centri antiviolenza e avvocati salvano molte persone, ma così fanno meno notizia.
D: Rischi non indifferenti.
R: Esatto, il peggio è quando le facciamo sentire completamente sole. In questi casi io parlo di ‘femminicidi bianchi', perché seppur queste donne non muoiano per mano di un colpevole e magari si suicidano, è sempre per via di ciò che subiscono e della disattenzione della società. Per questo è così importante creare una rete di supporto.
D: Come quelle che crei tu. Qual è il futuro del tuo impegno civile?
R: Adesso sto lavorando ad un nuovo progetto, avrà sempre a che fare con la sensibilizzazione e l'educazione antiviolenza. L'obiettivo è insegnare alle persone quali sono i loro diritti e dar loro i mezzi per comprendere di stare subendo abusi. Lo abbiamo già fatto con il progetto Violate, che è stato particolarmente efficace per via del linguaggio usato. Lelio Bonaccorso, che fa il fumettista, è stato geniale: è riuscito a far capire ai bambini argomenti impegnativi, con la forza del disegno. Ha illustrato, ad esempio, cos'è la violenza assistita, che in molti non conoscono.

Il premio di Amnesty.

D: Grazie ai tuoi progetti hai ricevuto molti riconoscimenti. Sei stata invitata in Senato e anche Amnesty International ti ha premiata. Ma, onorificenze a parte, vedi un serio impegno delle istituzioni o è tutta apparenza?
R: No, io non lo vedo l'impegno, ma questo è anche dovuto al fatto che si tratta di un processo lento. In Senato, quando Grasso mi ha accolta con il suo intervento ha avuto un forte impatto mediatico. Ma la cosa che mi ha colpita di più, in realtà, è che ci fossero molti studenti. Il fatto che l'incontro si sia tenuti nella sala Nassirya, poi, è ulteriormente importante perché è dedicata a vittime di guerra. Io l'ho trovato simbolico per il mio progetto: perché anche la nostra è una battaglia. Io credo che bisogni riconoscere il valore di questa propagazione. In ogni caso è auspicabile un impegno più reale e concreto.
D: Una battaglia senza fine, pare. I recenti episodi di Rimini lo dimostrano.
R: Esatto, in seguito a quello stupro ho notato, per l'ennesima volta, che l'opinione pubblica guarda il dito, ma non ciò che indica. Non riesco nemmeno a esprimere tutto il mio sdegno per il tizio che ha detto che lo stupro è peggio solo all'inizio e che poi la donna diventa calma ed è un rapporto normale. è assurdo, ma là fuori è pieno di persone che la pensano così e tentano di applicare queste teorie balorde alle loro compagne. E il tutto avviene in un silenzio assordante, complice della sottocultura maschilista. Non ho parole nemmeno per chi si sofferma sulla nazionalità dei carnefici: è violenza sessuale, stupro, punto. Il problema è la discriminazione della donna, indipendentemente da chi la esercita.
Poi ci sono quelli che per strada biascicano frasi sconce e presumono che ti faccia piacere, e quello si chiama stupro verbale. Le donne sono come gli obiettivi sensibili, il loro corpo è considerato ancora un oggetto che può essere usato, gettato e annullato.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Correlati

Potresti esserti perso