1 Settembre Set 2017 1800 01 settembre 2017

Con lei al Lido il femminismo ruggisce

Venezia 74, Jane Fonda riceve il Leone d'oro alla carriera. È l'occasione giusta per celebrare il suo attivismo. Anche se è giunto in tarda età: «Solo a 60 anni ne ho capito l'importanza».

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Jane Fonda

Chi poteva mai pensare che la sensuale Barbarella potesse diventare un'icona femminista? Se non lei, quantomeno Jane Fonda. La leggenda del cinema americano, a un passo dal compiere 80 anni, è insieme a Robert Redford la super-ospite della terza giornata di Venezia 74. Prima della proiezione di Our Souls at Night, il film prodotto da Netflix che li vede protagonisti, i due riceveranno il prestigioso Leone d'oro alla carriera. Un riconoscimento tributato solo alle personalità del mondo del cinema che sono state capaci di resistere al passaggio degli anni e a lasciare un segno. Per Jane, da questo punto di vista, il premio vale doppio: perché quello che ha fatto per le donne, spendendo la propria immagine pubblica in favore del femminismo e delle sue battaglie, le dà una dimensione che trascende la pellicola.

30 ANNI PER DIVENTARE FEMMINISTA
Di abusi, Jane Fonda ne sa qualcosa. Li ha vissuti in prima persona: «Sono stata stuprata, sono stata vittima di abusi sessuali quando ero una bambina e sono stata licenziata per essermi rifiutata di fare sesso con il mio capo. E ho sempre pensato che la colpa fosse mia», aveva rivelato in un'intervista rilasciata alla collega Brie Larson. D'altra parte, ha ammesso anche che non può dire di aver fatto propria la battaglia femminista fin dall'inizio: «Ci ho messo 30 anni», ha ammesso in una lettera pubblicata da Lenny, la newsletter online pubblicata da Lena Dunham e Jenni Konner.

IN PRINCIPIO FU BENALTRISTA
«Nel 1970, quando avevo 33 anni, scoprii che 5mila donne stavano sfilando a New York in favore dell'aborto legalizzato. Nel mio diario scrissi: 'Non capisco il Movimento di liberazione delle donne. Mi pare che ci siano cose più importanti per cui avere un movimento». Anche l'attrice peccava di benaltrismo, insomma, e alla pari di tante altre persone non capiva l'importanza della lotta contro il sessismo e la misoginia. A differenza di tanti altri, però, era coerente: perché per le cause che riteneva importanti, si spendeva eccome: guerra del Vietnam e diritti civili in testa.

SPETTRI DEL PASSATO
Nella stessa lettera, Jane Fonda esprime un concetto molto forte. E cioè che non basta definirsi femministe per essere davvero tali. «Ci vollero anni prima che mi guardassi dentro e individuassi i tanti modi in cui avevo interiorizzato il sessismo». Paradossale, se pensiamo che comunque si spendeva di continuo per promuovere ruoli e film 'al femminile'. Affrontare il problema del sessismo, per Fonda, significava però anche mettere in discussione l'istruzione ricevuta dalla famiglia, compreso il padre (un'altra leggenda) Henry Fonda, che chiedeva alla sua moglie dell'epoca di andare da Jane per invitarla a perdere peso e indossare gonne più lunghe.

UNA QUESTIONE DI COSCIENZA
Per la vera svolta femminista di Jane, bisogna attendere la metà degli Anni '90. Solo una volta entrata nei suoi 60 anni d'età ha sentito il bisogno di guardare davvero dentro se stessa. «Non volevo arrivare alla fine della mia vita senza aver fatto tutto il possibile per diventare una persona con una voce forte e completa».

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