29 Agosto Ago 2017 1909 29 agosto 2017

«Adesso amo ciò che odiavo»

Finita dietro le sbarre per violenza razzista, in prigione trova l'amore: una ragazza giamaicana riesce a cambiarla. E così, da neonazista è diventata un'attivista per i diritti gay: l'incredibile storia di Angela King.

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Angela King

Da violenta neonazista ad attivista per i diritti gay. Sembra impossibile, eppure è successo davvero. È l'incredibile storia di Angela King, ragazza americana finita dietro le sbarre per aver commesso reati legati all'ideologia suprematista. «Avevo tatuaggi su tutto il corpo. Immagini di vichinghi sul petto, una svastica sul dito medio e il saluto a Hitler 'Sieg Heil' scritto dentro al labbro inferiore», confessa la ragazza alla Bbc. Angela e la sua gang razzista odiavano le persone di colore, gli ebrei e gli omosessuali. Ecco perché lei stessa aveva sempre nascosto di essere lesbica, nonostante lo sapesse fin da bambina: «Mi sentivo anormale perché ero attratta da persone del mio stesso sesso e la cosa non piaceva né ai miei amici né alla mia famiglia, che è molto religiosa e conservatrice. Mia madre mi diceva sempre: 'Non smetterò mai di amarti, almeno che mi porti a casa una ragazza o una persona nera'», racconta la ragazza.

RABBIA REPRESSA
Così, costretta a reprimere la propria identità, Angela è cresciuta accumulando rabbia. Una rabbia esacerbata dalla cattiveria dei suoi compagni di scuola, che la prendevano di mira per via del suo aspetto corpulento e mascolino, con aggressioni verbali e fisiche. Finché un giorno, quando aveva 13 anni, una bambina superò il limite: «Mi spalancò la camicetta davanti a tutti. Ero in reggiseno sportivo, completamente umiliata. Ho sentito salire la rabbia che accumulavo da anni», confessa Angela. Da quell'episodio in poi l'odio è diventato la sua difesa, il suo modo per esercitare il controllo. Questa sensazione di potere le diede alla testa e, man mano che imperversava, la rendeva sempre più violenta. Guadagnata la fama di bulla del quartiere, si unì a un gruppo di ragazzi punk-rock vicini all'ideologia neonazista: «Accettavano la mia violenza senza fare domande, per questo mi piacevano», racconta Angela che, per non destare dubbi circa la sua sessualità, si era persino fidanzata con uno di loro.

RAZZISMO DI STRADA
Il gruppo si aggirava per le strade creando scompiglio: «Andavamo in giro in cerca di rissa, gridando frasi razziste. Parlavamo in pubblico di come per noi fosse giusto fare del male alle persone che non erano come noi. Un giorno, dopo una delle frequenti liti da bar, decidemmo di derubare un luogo che consideravamo 'lesivo per la razza bianca'». Una pratica comune per le gang neonaziste, che prendono di mira negozi gestiti da persone di etnie diverse: «Mi dicevano che gli ebrei erano degli schiavisti, possedevano le navi per il commercio di esseri umani e portavano le persone di colore in America per distruggere la razza bianca e che quindi si meritassero di pagarla. So che suona ridicolo, ma quando non hai educazione e stai cercando disperatamente di essere accettata assimili tutta questa roba come una spugna», confessa la ragazza.

L'AMICIZIA INASPETTATA
Per una di queste rapine, però, nel 1998 Angela si fece arrestare. In prigione ebbe la sua prima esperienza con persone di culture differenti e, giorno dopo giorno, la sua ideologia discriminatoria perdeva colpi. «Le altre sapevano il motivo per cui ero lì, mi guardavano male e facevano commenti. Ho subito pensato che avrei passato tutto il periodo di detenzione a difendermi dalla loro rabbia», racconta. Invece, sorprendentemente, dietro le sbarre trovò la vera amicizia: «Ero nello spazio fumatori, all'aperto, quando una detenuta giamaicana mi avvicinò per chiedermi di giocare. In poco tempo legai con lei e tutto il suo gruppo. Erano persone di colore, non l'avrei mai immaginato», prosegue. Così, con l'aiuto e la compassione di queste donne, Angela iniziò a rivalutare il suo passato e a prendersi le responsabilità di ciò che aveva commesso.

L'AMORE INASPETTATO
Ma, proprio quando sentiva di starsi riprendendo, le sue amiche vennero trasferite in un'altra prigione: si sentiva persa e temeva di ricascare nell'odio. Ma non ebbe tempo per disperarsi, perché una nuova arrivata destò subito la sua attenzione. Era un'altra giamaicana. Questa, però, non era affatto gentile con lei e, intuendo il pensiero razzista dietro ai suoi tatuaggi, la guardava con disgusto e odio. «Un giorno le sono passata davanti e lei mi ha urlato dietro: 'Come hai potuto diventare così?'. Io mi sono fermata e le ho risposto con calma e onestà», racconta la ragazza. Da quel momento tra le due detenute è nato un bellissimo rapporto che, presto, si è rivelato molto più di una semplice amicizia: «Realizzammo di esserci innamorate l'una dell'altra, ma eravamo incredule. Passammo molto tempo insieme e condividemmo persino la cella insieme, tenendo pur sempre nascosta la nostra relazione», confessa.

LA RINASCITA
Rilasciata nel 2001, Angela ne è uscita determinata a non entrare più in contatto con il mondo neonazista. Cancellati i suoi tatuaggi, ha cercato da subito di avvicinarsi all'attivismo gay, anche condividendo esperienze con delle persone nelle chatroom online: «Nonostante raccontassi tutto sul mio passato mi sono sentita accettata perché le persone riuscivano a vedere il percorso che avevo fatto. E, alla fine, ho realizzato di non essere l'unica con esperienze simili alle spalle», racconta Angela. Così, per approfondire il tema dell'odio razziale, ha deciso di iscriversi alla facoltà si sociologia e psicologia nella speranza che, in futuro, possa aiutare altri ragazzi a liberarsi dall'ideologia suprematista.

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