Viaggiolibera_mente

23 Agosto Ago 2017 0930 23 agosto 2017

Sanuk, la gioia di vivere col sorriso

È la situazione di fatto dei thailandesi. Uno stile di vita, una spinta ad essere felici e soddisfatti in qualsiasi momento. Lo racconta Sara nella sua tappa a Bangkok.

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Qualche tempo fa mi è capitato di leggere su un giornale inglese una dichiarazione che mi ha colpita: «Un thailandese sarebbe disposto a lasciare un lavoro ben pagato perché non si diverte». Allora stavo pensando se licenziarmi a mia volta da un contratto a tempo indeterminato che non mi piaceva né faceva stare bene (cosa che poi, come sapete, ho fatto a marzo 2017), e quella frase mi era rimasta impressa. Possibile che ci fosse un'intera nazione che la pensasse come me? Tradotto: non sarebbe meglio cambiare impiego – o farsi una bella autoanalisi per capire se, forse, non sia il caso di intraprendere un'altra carriera - se nel proprio non ci si trova bene, non ci si sente stimolati e supportati e ci si annoia con i propri colleghi, invece di svegliarsi ogni mattina depressi e arrabbiati? Va da sé che con questa premessa ero molto curiosa quando, un paio di mesi dopo aver mollato la vecchia occupazione, sono arrivata in Thailandia, seconda tappa del mio lungo viaggiolibera_mente. Cos'era tutta quella storia della felicità al lavoro? Potevo imparare qualcosa da queste persone?

La risposta mi è arrivata subito, seduta su un taxi che nel cuore della notte portava me e Remy al nostro hotel di Bangkok: sì, i thailandesi hanno tanto, tantissimo da insegnare. Quante volte vi siete trovati a visitare una città nuova e avete subito sentito, fortissimo, il desiderio di andarci a vivere? Trasferirvi in un posto visto solo per pochi giorni, in vacanza... che mossa azzardata! Eppure, nonostante la consapevolezza di averne conosciuto quasi niente, questo luogo vi ha toccato immediatamente il cuore, tanto da valutare se farne la vostra base per qualche tempo – mese, anno – giusto per esplorarlo, per capirci qualcosa di più. A me è successo due volte: a Londra, quando avevo 16 anni, e durante il soggiorno a Bangkok. Se la City è poi davvero diventata la mia base per cinque anni, la capitale thailandese per ora mi è soltanto entrata in testa e non riesco a farla uscire. E il merito lo dò tutto al Sanuk, la gioia di vivere di questo popolo, l'incondizionato desiderio di divertirsi.
Sanuk significa appunto «divertirsi, passare dei momenti sereni, godersela, trarre un sentimento di gioia da qualcosa» ed è uno dei concetti più noti e affascinanti della cultura thai: ma più che in senso letterale, nell'accezione di 'spassarsela', il Sanuk è la spinta a provare soddisfazione e felicità in tutto quello che si fa e si vive. Ecco dunque chiarito il significato di quell'articolo che tanto mi aveva colpito: perché insistere a fare qualcosa che non ci rende contenti, lavoro incluso?

Dalla giungla alle isole sperdute, fino ai grattacieli della capitale, sorridono sempre tutti: non è un caso che lo slogan del Paese sia La terra del sorriso e che Bangkok venga storicamente soprannominata Città degli angeli, della gioia eterna. L'intera popolazione locale sembra essersi messa d'accordo per fare a gara a chi è più gentile e, se all'inizio può sembrare solo una trappola per turisti, in realtà è un vero e proprio modo di essere. Non che gli autoctoni non siano mai insoddisfatti, tristi o arrabbiati: sorridere è anche la reazione più comune per la gestione del dolore e delle difficoltà. Sanuk, dopo tutto, è un concetto che deriva dalla religione buddhista e invita ad essere allegri, sereni, accontentandosi di quello che la vita offre in quel preciso momento.
Per noi occidentali è spesso difficile essere così zen, qui fatichiamo ad accettare il presente così com'è e vogliamo attivamente essere artefici del nostro destino, con tutte le ansie, lo stress e le conseguenze negative o positive di questo spirito d'affermazione. Per questo, secondo me, prima o poi, dovremmo tutti passare per Bangkok, mix per eccellenza di Oriente e Occidente. Come ogni capitale contemporanea, questa città va veloce ed è naturale che porti con sé un innato senso di ambizione, sentimento tuttavia estraneo al classico insegnamento buddhista. In Thailandia si è dunque preso il concetto di Sanuk ed è stato trasformato in senso moderno, a sua immagine e somiglianza, e in qualcosa in cui potessi finalmente riconoscermi anche io.

Modello e 'capitana' dell'occidentalizzazione dell'Asia, il ritmo della vita nella Città degli angeli si differenzia dall'armonioso e pacifico scorrere del tempo nei tanti villaggi di pescatori che popolano le isole e la costa un po' più a Sud. The city that never sleeps, la città che non dorme mai, in Asia è proprio questa: i mercatini di strada ci sono di giorno e ci sono di notte, si mangia e si beve a tutte le ore. Dai tetti dei suoi grattacieli, il buio si anima di mille luci, piccole finestrelle spalancate sui sogni di modernità del Paese che guida. Eppure sarebbe folle definirla soltanto come città di palazzoni, alberghi e ristoranti moderni: la verità è che trasuda Asia da tutti i pori. Nei grandi templi del centro, visitati da turisti di tutto il mondo, e in quelli piccini delle abitazioni private; nei sorrisi gentili delle persone; negli odori impiastricciati delle bancarelle di street food; nei fili della corrente avvinghiati tra loro in una morsa letale a ogni angolo di strada; nell'irrimediabile kitsch colorato che straborda dai negozi e su tutti i canali televisivi. E, soprattutto, nell'energia thai che fa vibrare questa incredibile metropoli, il Sanuk: in un Paese in cui il divertimento non è un fine né un mezzo ma uno stato di fatto, non solo bisogna cercare di trarre allegria e beneficio da ogni momento, ma soprattutto non vale la pena insistere in comportamenti (e situazioni) che non ci permettono di goderci la vita ed essere soddisfatti con noi stessi.

Per anni, ogni volta che mi lamentavo di qualcosa (succede ancora spesso), mi sono sentita dire allo sfinimento, tanto da iniziare a desiderarlo per davvero: «devi imparare a trovare la felicità in quello che hai». Un mantra ripetuto anche quando la situazione in cui mi trovavo non giovava affatto. Sono bastati venti giorni in Thailandia per farmi osservare le cose da un punto di vista diverso: la gioia non si trova per caso, la gioia si coltiva, si applica. Sì, meglio cercare gratificazione in quello che già abbiamo, ma che succede se non siamo contenti della nostra vita, del nostro lavoro, delle nostre amicizie? Che senso ha persistere in qualcosa da cui non possiamo giovarne personalmente e neppure per gli altri? Quando il sorriso proprio non ci viene, bisognerebbe comportarsi come i thailandesi: trovare il modo di farselo tornare, mollando il colpo quando il gioco non vale, sfilandosi da situazioni che rendono infelici noi e le persone che amiamo, lavorando per migliorare le cose e cercando di non fissarci su progetti e relazioni infruttuosi. Perché la contentezza non dovrebbe essere un optional ma uno stile di vita. Difficilissimo, eppure possibile.

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