21 Agosto Ago 2017 1442 21 agosto 2017

«Sono l'incubo dei mullah»

I religiosi la criticano per i suoi testi e uno stile troppo occidentale, ma la cantante afghana Aryana Sayed non si ferma neppure davanti alle minacce. «Voglio dare voce ai diritti delle donne».

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aryanna saeed

Il 19 agosto in Afghanistan è festa nazionale. Gli abitanti delle grandi città scendono per strada e ricordano con entusiasmo quello stesso giorno del 1919 in cui il Paese ottenne l’indipendenza dal Regno Unito. Manifestazioni di orgoglio civile che si ripetono di anno in anno. Ma la ricorrenza del 2017 è stata, per certi aspetti, diversa dalle solite. Al centro dell’attenzione, infatti, più che i festeggiamenti, ci è finita Aryanna Sayeed, una delle più famose pop star afghane. La cantante aveva annunciato da tempo un suo concerto nella capitale, nel Ghazi Stadium reso tristemente celebre dai talebani, che lo avevano trasformato in una piazza di pubbliche esecuzioni. Qualche giorno prima dell’esibizione, quando la data era ormai sold out, le autorità avevano però dichiarato che, visto l’alto numero di presenti, non sarebbero state in grado di garantire la sicurezza. Una presa di posizione che Aryanna ha subito recepito per quello che era, cioè un tentativo di ostacolarla. Le pressioni delle guide religiose non le hanno permesso di accedere allo stadio, ma non le hanno impedito di salire sul palco. «Canterò nelle strade se sarà necessario. I mullah sono i nemici della gente afghana e della felicità», ha commentato l’artista. E infatti il concerto c'è stato, semplicemente in un'altra location, l'Intercontinental Hotel.
La determinazione dimostrata da Sayeed nel portare avanti la propria carriera non è cosa nuova e anzi si scontra spesso con le restrizioni sociali ancora presenti a Kabul e dintorni. Col passare del tempo, è diventata sempre più una voce in difesa delle sue connazionali: una donna che non teme di mettere a rischio la propria sicurezza.

GLI INIZI DELLA CARRIERA
Dal 2008, quando ha raggiunto la fama con il singolo MashAllah, è finita nell’occhio del ciclone per il suo stile troppo provocante e all’occidentale. Eppure non ha mai cercato di tagliare i ponti con la sua terra natale, anzi. Pur essendo cresciuta in Europa da quando era bambina, prima in Svizzera e poi stabilmente a Londra, sin dagli esordi ha deciso di cantare in Pashto e Dari e di rivolgersi agli afghani. Oltre a dominare le classifiche con i suoi singoli e album, nel suo Paese d'origine è anche un famoso volto televisivo. Da diverse edizioni è uno dei giudici del talent show The Voice, format diffuso in tutto il mondo. La sua presenza davanti alle telecamera non ha mancato di suscitare lo sdegno e la condanna dei religiosi più intransigenti, soprattutto perché Sayeed si rifiuta di sottostare ai moltissimi divieti che la società le imporrebbe. Non indossando il velo, ma anzi abiti aderenti e condividendo il palco con ballerini uomini, si è attirata pubbliche condanne e minacce.

DA POP STAR A VOCE DI UN PAESE
In diverse occasioni, ricordando il suo ritorno in Patria attorno ai 24 anni, ha spiegato quanto l'Afghanistan sia cambiato durante la sua assenza. L'immagine che aveva nella sua memoria non corrispondeva più alla realtà che le si era presentata davanti. Ha ritrovato una popolazione più povera e triste, a cui per molto tempo era stato persino vietato ascoltare musica. Trovandosi di nuovo a contatto con la sua gente, è cresciuta in lei la voglia di dare voce alla parte più vulnerabile e indifesa. Come ha spiegato: «L'impatto è stato enorme. Al tempo ero solo una cantante che cercava il successo, non mi interessava molto del mondo attorno a me. Poi sono tornata, e ho visto come vivevano le donne. Ora dietro la mia musica c'è uno scopo. Voglio portare una svolta positiva, un sorriso».

I SUOI TESTI
Una delle sue canzoni più significative, in questo senso, è Zan Amstam, letteralmente ‘Sono una donna’. Nel video che accompagna il singolo, si vedono passare diverse immagini di donne afghane. Molte non vestono i lunghi burqa azzurri a cui siamo abituati, ma gli abiti tradizionali del loro Paese. Quelli che si indossavano prima dell’arrivo dei talebani. Le parole che accompagnano queste immagini, sono un monito per le sue connazionali, alle quali ricorda la loro forza. «La vita stessa comincia con me/ Perché mi consideri inferiore?», immagina di cantare agli uomini in ascolto. E ancora: «Io sono quella che ha dato la vita a eroi e profeti/ Io sono una donna». Lo stesso messaggio di orgoglio e consapevolezza femminile che si legge nel testo di Qaramaan, in cui invita le afghane a credere in se stesse. A tal proposito ha dichiarato: «La popolazione femminile si sente debole, senza potere. Pensa di essere costretta a dover ad accettare tutto quello che si presenta sul suo cammino. Con brani come questo voglio che diventi più indipendente, che punti i piedi per terra reclamando i propri diritti».

LA DONNA CONTRO I MULLAH
Ormai si può dire che tra Aryanna e i religiosi afghani non corra per niente buon sangue. Lei, alle molte critiche che le vengono mosse reagisce con forti provocazioni. A maggio era stata pesantemente condannata dai più intransigenti perchè durante un concerto a Parigi aveva indossato un abito color carne che la faceva sembrare nuda. L'abito, in tutta risposta, lo ha bruciato. Non per paura, come ha tenuto a specificare, ma per «aumentare la consapevolezza» sullo stato delle cose nel Paese. Le minacce, però, le hanno fatto capire quanto sia temuta la sua voce: «Adesso so che quello che dico ha effetto in Afghanistan, ha effetto sulle donne. Per questo faccio paura ai mullah».

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