18 Agosto Ago 2017 1159 18 agosto 2017

La donna in toga e hijab

Nenney ha fatto la storia della Malesia per essere arrivata ai vertici della Corte Suprema, in un Paese dove il potere è riservato all'uomo. I primi passi (e sgambetti) verso un sistema più equo.

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Nenney

Nel patriarcato malese non c'è mai stato spazio per donne di potere. E l'interpretazione che si fa della religione islamica ha il suo ruolo. Le mogli devono obbedire, servire, restare chiuse in casa, coprirsi ed essere silenziose. Ma oggi, vedendole nel sistema giudiziario, precetti e stereotipi di genere traballano. Già nel 2010 il Paese aveva visto le sue prime giudici della Syariah (la Sharia malese), sebbene non ai vertici. L'anno scorso, invece, Nenney Shushaidah Binti Shamsuddin ha fatto la storia della Malesia per essere la prima donna alla Corte Suprema, in un Paese a maggioranza musulmana. Al Jazeera racconta come la quarantaduenne madre di tre bambini non esiti a imporre le peggiori punizioni prescritte dalla legge islamica. Ad oggi 27 corti su 160 sono inclusive: «Anche se il numero di donne in posizioni di potere è aumentato, in confronto agli uomini è molto basso. Il sistema giudiziario è ancora dominato da loro», dice ai microfoni della testata qatarina.  Ma, la giudice Nenney spera che il numero vada crescendo e che la sua storia possa incoraggiare sempre più concittadine ad ambire a posizioni di potere. E ci sta riuscendo. Proprio grazie ad esempi come il suo in Malesia sempre più donne stanno scegliendo giurisprudenza.

UN PERCORSO A OSTACOLI
«Non vedo perché debba esserci una differenziazione tra i sessi», si sfoga la giudice. Pur riconoscendo i progressi fatti l'attivista pensa sia troppo presto per cantare vittoria: non si può ancora parlare di un vero cambiamento e di fine del sessismo in Malesia. «Anche le posizioni meno importanti della corte suprema sono difficili da ottenere per le donne, perché ad ogni livello del sistema giudiziario preferiscono gli uomini. Io, ad esempio, ho studiato due anni più dei miei colleghi uomini che, in quanto tali, partivano con grande vantaggio. Ma adesso è diverso, il sistema è più equo. Non è più una questione di genere, si guarda la qualificazione e il merito», confessa Nenney. Ma, anche una volta conquistata la posizione, i pregiudizi continuano: «La percezione pubblica è che giudici uomini si comportino in maniera differente, più responsabile. Spero che grazie a questi recenti progressi le persone si accorgano che non c'è nessuna differenza, facciamo solo il nostro lavoro applicando le leggi. Il sesso non c'entra niente». Ma, nonostante le discriminazioni, Nenney non si fa mettere in soggezione: «Quando mi trovo al banco non sono né donna né uomo. Sono una giudice».

FEDELE E FEMMINISTA
Chi si occupa di leggi islamiche è considerato incompatibile col femminismo, per via del diverbio storico tra attivismo e restrizioni religiose. Ma giudici come Nenney riescono, nonostante le contraddizioni, a rientrare in entrambi i ruoli. Per esempio, assicurando nelle sue sentenze che la giustizia sia davvero giusta, per mogli e mariti. Ai maschi musulmani in Malesia è concesso di sposarsi fino a quattro volte, ma prima devono ottenere il permesso delle corti islamiche. E, adesso che ci sono delle donne ai vertici, non saranno più così privilegiati. La nostra giudice, ad esempio, dice di controllare se la compagna sia d'accordo e se l'uomo in questione si possa permettere di mantenere altre famiglie: «Solo se le donne sono d'accordo do il permesso».

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