31 Luglio Lug 2017 1534 31 luglio 2017

«Manca tutto, tranne la paura»

La testimonianza dall'inferno del Venezuela della fotografa Solange De Angelis: «Acqua razionata, medicine che non si trovano. Chi manifesta può rimanere ucciso».

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Donna protesta in Venezuela

Sotto il letto. Quasi ogni giorno, nel primo pomeriggio, Solange De Angelis deve sdraiarsi per terra in camera sua: là gira meglio l'aria condizionata. È l'unico modo, per lei ma come anche per tutte le persone che abitano in centro a Caracas, nei dintorni di piazza Altamira, dove i lacrimogeni lanciati dalla polizia per disperdere i manifestanti non riescono ad arrivare. Già, perché il fumo entra da finestre e portoni, spesso in frantumi per le esplosioni durante le proteste, per poi salire nei vari appartamenti. Sdraiarsi per terra e aspettare che tutto sia finito, di solito tra i dieci e i 15 minuti di attesa, è l'unico modo per non respirare quel terribile gas, prima di rialzarsi e riprendere la vita di tutti i giorni. Una vita che però non è per niente uguale alla nostra. Nata da mamma venezuelana e papà italiano, 31 anni, lunghi capelli castani, occhi chiari e pelle color cacao, Solange può usare l'acqua soltanto per tre ore al giorno. «Una al mattino, una al pomeriggio e una alla sera», racconta, mentre la luce può mancare anche per tutta una giornata: «Diciamo due o tre volte a settimana, ma questo accade soprattutto lontano da Caracas». Intere giornate senza elettricità nelle case, nei negozi. Negli ospedali.

VERSO LA DITTATURA
La crisi politica in Venezuela viaggia a braccetto con quella economica. La vendita del petrolio agli Stati Uniti non basta più. Il governo non ha i fondi per le importazioni, in questo senso sono state tagliate anche quelle della farina di grano. I dolci sono vietati, il pane è sempre più difficile da trovare, e infatti sul mercato nero costa un occhio della testa. Il latte non si trova, il caffè neppure, mancano le medicine, manca anche la carta igienica. E soprattutto non c'è sicurezza. Perché specie in questi giorni, l'imperativo per le forze dell'ordine è stato sedare le proteste del popolo. A tutti i costi. Si contano più di un centinaio di morti dal 30 marzo, quando il presidente Maduro, con una sorta di colpo di Stato, ha esautorato il parlamento in mano all'opposizione e assegnato tutti i suoi poteri al Tribunale Supremo di Giustizia, organo da lui controllato, scatenando quattro mesi di protese feroci per le strade della capitale. Decine le vittime soltanto domenica 30 luglio, forse il giorno più lungo per il Venezuela, quello del voto della nuova assemblea Costituente, voluto fortemente da Maduro e contestato da milioni di persone. Un voto illegittimo e antidemocratico, che ha come obiettivo la rielaborazione di una nuova Costituzione, in grado di abolire il parlamento e dare pieni poteri al presidente, ma soprattutto ignorando il parere del popolo via referendum, come invece impone la Costituzione stessa. Cosa che fece lo stesso Chavez, nel 1999, a differenza del suo erede che, invece, sta trasformando la repubblica federale e democratica del Venezuela in una vera e propria dittatura.


SE PROTESTI VIENI UCCISO

L'ultima mossa del presidente, il divieto di manifestare. «Chi scende in piazza verrà arrestato». O ucciso, proprio com'è successo il 30 luglio, con i cecchini collocati sui tetti delle case per colpire chi protestava per strada. «In verità non è cambiato niente» spiega Solange, appassionata di fotografia e impiegata in un'agenzia di pubblicità. «In questi ultimi mesi la polizia ha arrestato oltre 3 mila manifestanti. Poi certo, molti di loro sono stati rilasciati, ma è convinzione del popolo che queste persone siano state prima torturate e poi liberate», spiega. L'ultimo grande corteo organizzato si è tenuto il 28 luglio, dopo due giorni di sciopero nazionale. Uno sciopero a cui è stato difficile sottrarsi. Gli organizzatori hanno chiuso letteralmente le strade con quello che capita: mobili, piante, auto, cassoni dell'immondizia. Una soluzione estrema che già era stata adottata nell'ultimo mese. «Il mio capo doveva portare il corpo del padre al cimitero e non ha potuto», racconta Solange. Che aggiunge: «Può capitare che ogni via di fuga venga totalmente bloccata. Non mi piace questo tipo di protesta, ma se è l'unico modo che ci rimane ok, facciamo tutto quello che si può fare ma anche tutto quello che non si può fare».

IN PIAZZA PERCHÉ SENZA FUTURO

Per un paio d'anni Solange si è stabilita in Italia da alcuni parenti tra il 2010 e il 2011. Ha seguito un corso dello Ied a Milano, vissuto amori e stretto amicizie. E l'istinto di lasciare nuovamente il proprio Paese è ancora vivo. Del resto, con un passaporto italiano è tutto più facile. Ma dopo sei anni si è costruita una vita a Caracas. Mollare tutto è difficile. Anche se ogni giorno deve convivere con la paura. «I militari sparano in orizzontale, contro la folla. Non sono colpi di avvertimento. Se sei fortunato dai loro fucili arrivano le bombe lacrimogene, altrimenti caricano le loro armi con palline di piombo e di vetro». Ciò nonostante, in piazza sono sempre a migliaia, lei compresa. «Non tutti i giorni, ho un lavoro e benché i miei capi siano dalla nostra parte, non si può fare quello che si vuole. Però sì, ho paura. E infatti quando comincio a vedere a 30 metri il fumo, bianchissimo, corro via, torno indietro. A volte mi imbatto in soldati che trascinano per i capelli ragazzi della mia età, se non più giovani». Con uno di loro le è capitato di scambiare due parole: «Credo avesse 17 anni. Mi spiegava che, da quando è nato, il Venezuela è sempre stato sotto dittatura. Che non aveva più niente. Né soldi per mangiare, né tanto meno per studiare. 'Non ho futuro', mi ripeteva, 'non ho nulla da perdere, questo è il motivo per cui mi ribello'».

«MADURO NON ESISTE»
Scontri sulle strade, ma anche sui numeri. Per l'opposizione avrebbe votato il 12% degli aventi diritto. Per Maduro, invece, oltre il 40%. Ma il presidente è stato protagonista involontario di un'imbarazzante incidente che ha già fatto il giro del web. Dopo aver votato, l'erede di Chavez ha spiegato come avviene la registrazione attraverso il cosiddetto carnet de la patria, un documento non ufficiale distribuito a milioni di cittadini dal partito di governo. Quando però una funzionaria ha verificato in diretta il documento di Maduro, sullo schermo del suo terminale portatile è apparso il messaggio: «Questa persona non esiste». L'opposizione ha accusato il governo di usare il carnet - indispensabile per ricevere assistenza sociale, ad esempio il cibo a prezzo sussidiato - come strumento di pressione sulle fasce più deboli perché partecipassero nelle elezioni del 30 luglio. La sensazione però è che il presidente non si fermerà. Non lo ha fatto nemmeno due settimane prima, il 17 luglio, quando oltre sette milioni di venezuelani hanno votato contro di lui in un referendum organizzato dall'opposizione. Racconta Solange: «Il presidente non ha domandato al popolo se voleva o meno cambiare la Costituzione come da regolamento, così sono stati alcuni volontari a farlo, promuovendo questa iniziativa». Un parere scritto sull'assemblea chiesto dal popolo: oltre la metà degli aventi diritto si è presentata al voto e il 98% si è espresso contro. Un risultato importante nel suo significato, ma difficile anche solo comunicarlo al resto del paese. Perché la censura è sempre più forte. Quasi tutti gli organi di stampa sono controllati dal governo. I pochi giornali schierati contro stampano pochissime copie e con un'impaginazione ridotta a causa della crisi, che ha colpito anche la carta. «L'unica maniera che ha l'opposizione per far sapere cosa sta accadendo sono i social. Twitter e Instagram, soprattutto» continua Solange. Ma anche in questo caso non è facile. «Anche internet è monitorato. A luglio siamo rimasti totalmente isolati per tre volte. Si dice possa essersi trattato di una prova da parte del governo, nel caso in cui dovesse scoppiare una guerriglia civile o un colpo di Stato». Anche quando il web è accessibile, i problemi non mancano. «La connessione più veloce disponibile è di 10 megabyte al secondo. Penso a una signora di 70 anni che è a casa e non ha internet: con le tv e le radio controllate dal governo non può avere il contatto con la realtà».

DAGLI USA IN ARRIVO SANZIONI
Intanto, è durissima la posizione degli Stati Uniti: «Quello che sta accadendo in Venezuela è un passo verso la dittatura», ha detto l'ambasciatore di Washington alle Nazioni Unite. «Gli Usa condannano l'elezione imposta il 30 luglio per l'assemblea costituente nazionale, concepita per rimpiazzare l'assemblea nazionale legittimamente eletta e per minare il diritto del popolo venezuelano all'autodeterminazione», ha commentato in una nota la portavoce del dipartimento di stato americano, Heather Nauert, annunciando «azioni forti e veloci contro gli architetti dell'autoritarismo». Pronto a scendere in campo anche il Vaticano, che invita a cercare una soluzione «pacifica e democratica» come ha detto il cardinale Pietro Parolin.

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