Femminicidio

Femminicidio

24 Luglio Lug 2017 1715 24 luglio 2017

Per Erika, tutto ma non le briciole

Dimitri Fricano confessa il femminicidio di Erika Preti. Tutto è iniziato da una discussione per dei pezzettini di pane sul tavolo. Un dettaglio che spinge la stampa a non occuparsi del vero problema.

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Dimitri Fricano ha confessato. Ha ucciso lui Erika Preti, con due coltellate alla gola.
Nessuna rapina, nessun assalitore con i capelli rasati e la canotta scura come la pelle (e ti pareva).
Un litigio iniziato con Dimitri che taglia i panini e fa troppe briciole, Erika che lo rimprovera.
I toni si alzano, partono gli insulti, la discussione degenera e diventa litigio e poi diventa morte. Erika a terra, le coltellate alla gola che le tolgono il respiro, la sua vita che finisce a 28 anni sul pavimento di una casetta di villeggiatura.
E poi i giornalisti, le interviste a chi li ospitava, a chi aveva cenato con loro la sera prima della tragedia, tutti che, uno dopo l’altro, difendono Dimitri dall’accusa di femminicidio. «Lui viveva per lei, io gli credo»; «Non può essere stato lui», dicono a Pomeriggio 5 in collegamento con Barbara D’Urso. Io, intanto, ne avevo parlato con la criminologa Roberta Bruzzone.
Poi più di un mese con Dimitri che prosegue a dichiararsi innocente e infine, ieri, la confessione.

Un femminicidio dunque, nessun uomo cattivo e nero venuto da lontano per far del male alle nostre donne, per dirla come i nuovi fascisti.
I titoli dei giornali si concentrano su quelle briciole sul tavolo, sul rimprovero di Erika che ha scatenato la furia. Ma i genitori della ragazza dicono: «Vogliamo capire come sono andate le cose, la versione della lite non ci convince. Non possiamo credere che la causa di tutto siano state due briciole sul tavolo».
Dicono bene questi genitori di fronte alla peggiore cosa che possa capitare nella vita, ritrovarsi in un obitorio sul cadavere di una figlia.

Non ha importanza quante siano quelle briciole. Non si uccide per un litigio all’interno di una relazione sana, anzi idilliaca, come la descrivevano tutti. Si uccide se quel litigio è l’apice di qualcos'altro che non ci è dato ancora di conoscere ma che come in tante storie tristi smonta le apparenze e ci racconta di squilibri di potere, di tensioni tenute nascoste e mistificate tra silenzi e sorrisi.
Ora che sappiamo essere stato lui a ucciderla, le foto che ritraggono Erika sempre sorridente accanto a Dimitri stridono e fanno male, a noi, ai familiari, a lei. E chissà cosa provano quegli amici che si sono prodigati in tivù a difendere il ragazzo che credevano perdutamente innamorato, adorante, che «Viveva per lei», quella lei che invece ha sgozzato.
Certo amici e conoscenti hanno agito in buona fede, c’è bisogno di credere che il mondo non sia diverso da come lo immaginiamo ed è destabilizzante scoprire che lo sia. Si sprofonda in una voragine che sconcerta e impaurisce, e allora ci affanniamo a rimanere in piedi.

Di questo vorrei si parlasse a Pomeriggio 5, dopo che durante l’estate i giornali ci avranno detto esattamente quante erano le briciole su quel tavolo, perché su questo si concentrerà l’informazione grossolana e superficiale che narra ogni femminicidio come se fosse il primo, senza metterlo in connessione con gli altri, senza inserirlo nel contesto più ampio e più pubblico di una violenza contro le donne continua, costante, culturale, su cui la narrazione mediatica non vuole indagare.
Un programma come Pomeriggio 5, seguito tutti i pomeriggi da un pubblico vasto e affezionato, potrebbe fare molto in questo senso.

Cara Barbara d’Urso, mi inviti. Non sono famosa, non alzerò lo share di quel pomeriggio, ma potrebbe offrire qualcosa di nuovo al suo pubblico che tanto ama e a cui tanto pensa, come ha detto nel suo saluto di fine stagione. Il 4 settembre ritorni in diretta, mi inviti per riguardare insieme al suo pubblico le interviste che avete trasmesso su Erika e Dimitri, a metterle insieme a tanti altri casi di femminicidio, di stupro, di violenze che fanno parte dello stesso puzzle di cui nessuno vuole mettere insieme i pezzi.

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