23 Luglio Lug 2017 0830 23 luglio 2017

«Ballata triste, ma con speranza»

Per Amnesty International il suo è il miglior brano sui diritti umani del 2016. Parla del femminicidio: «uno sterminio» che, spiega Nada, va fermato. Ma serve l'impegno di tutti. L'intervista.

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Aveva solo 16 anni quando nel 1969 debuttava con l’indimenticabile Ma che freddo fa a Sanremo, vincendolo poi nemmeno maggiorenne con Il cuore è uno zingaro nel 1971. Oggi, dopo aver scritto molti album, quattro romanzi e sperimentato nuove sonorità, Nada è tornata a scalare le classifiche grazie a Senza un perché, brano inserito da Paolo Sorrentino nella serie tivù The Young Pope. Adesso sotto i riflettori c'è un altro suo pezzo, Ballata triste: «Che amore, che amore finito così tra le pareti di una stanza e una miseria prepotente. Amore, che amore finito così tra una spinta una caduta un pugno e una ferita», canta nella canzone vincitrice per il 2017 del Premio Amnesty International Italia come migliore brano sui diritti umani, in questo caso su uno negato. La vita, perché parla di femminicidio. «È nata di getto, non ho cambiato neanche una parola. Quando senti queste storie così feroci, entrano nel tuo immaginario e nella tua sensibilità. È un testo preciso, tremendamente attuale e senza retorica, che racconta un momento drammatico in maniera poetica», confessa la cantante, attrice e scrittrice toscana a LetteraDonna.


D: Le statistiche sulla violenza contro le donne sono ogni giorno in aumento. Come si può far capire che l’amore è un'altra cosa?

R: Ci dovremmo educare fin da bambini, magari stando più vicini alle famiglie, soprattutto quelle disastrate che hanno bisogno di essere aiutate nella convivenza. E poi anche i tempi in cui viviamo non aiutano a vivere insieme le difficoltà e a sentirsi più solidali. Siamo tutti un po' soli e isolati. Ognuno pensa a se stesso e arriva a soluzioni così drammatiche.
D: E come si può fermare questa strage di donne?
R: È ancora troppo radicata questa cultura dell’uomo che considera la donna come qualcosa di suo. Se non ci sta ad accettare che sia finita e perde la testa. Ci sono tanti fattori che agiscono insieme. La battaglia è dura, ma è fondamentale trovare il modo per fermare questo sterminio di donne. Se le persone avessero la possibilità di comunicare di più, di parlare con gli altri, di non aver paura di dire ciò che sentono veramente, magari i problemi si risolverebbero diversamente.
D: Pensa che le istituzioni non siano abbastanza incisive e presenti?
R: Esatto. Il problema è veramente grande, non si tratta più di casi sporadici. Sta diventando quasi normale che due persone si lascino e poi lui ammazzi lei. Bisogna veramente che anche lo Stato e la politica, che si occupano dei problemi delle persone e del nostro vivere, si impegnino molto di più. Di certo non accadrà in un giorno, ma spero che questa tendenza cambi.
D: Una canzone, un libro, un film o uno spettacolo a teatro riescono a sensibilizzare le persone e ad arrivare al cuore del cambiamento?
R: Tutto serve, se è fatto nel modo giusto. Credo che sia importante sensibilizzare una persona anche a livello emozionale, istintivo, nei sentimenti oltre che nella prassi. Un buon libro, una canzone e un film aiutano a porre l'attenzione sul problema a capire qualcosa in più e a soffermarsi sull'argomento. Anche se poi è la politica che se ne deve occupare attivamente.
D: A volte sembra anche che la gente, in qualche modo, si sia assuefatta al femminicidio.
R: Purtroppo la vita è difficile e complicata per tutti. Ci sono tante cose che non funzionano. E poi ne succedono talmente tante in questo momento. C’è molta sofferenza e bisogna sempre tenere la guardia alzata. Per fortuna ci sono associazioni meravigliose, come Amnesty International ed Emergency, fatte di persone che si dedicano agli altri. Vivere in un certo modo, rispettare gli altri, cercare di vivere insieme nella condizione migliore è già qualcosa.

D: Le è capitato di conoscere personalmente donne che hanno subito maltrattamenti?
R: Si, tante. E purtroppo poche ne parlano. Non è facile farlo, perché ci sono tanti problemi da affrontare: per questo ci vogliono centri con psicologi e con persone che sappiano aiutare le donne che per paura, per la famiglia e per i figli non riescono a denunciare le violenze. Se tutti ci impegnassimo a fare qualcosa, arriveremmo di sicuro da qualche parte.
D: Parliamo di argomenti più leggeri. Sembra esserci una sorta di revival dei cantanti degli Anni ‘60, ma non la vediamo mai in programmi come I migliori anni di Carlo Conti. Come mai?
R: Ma perché, ci sono questi programmi? Io non so neanche che esistono (ride, ndr).
D: Saprà di The Young Pope, però. Perché c'è stato bisogno di questa serie per far conoscere Senza un perché, che aveva inciso nel 2004 per l'album Tutto l’amore che mi manca?
R: Diciamo che mi rendo conto di non fare cose scontate. Cerco di sperimentare nuove sonorità, di andare avanti: la musica o è buona o è cattiva. In questo caso, anche dopo anni, Senza un perché ha avuto l’attenzione che si meritava perché quando un testo è bello rimane impresso. Ed è la dimostrazione che non è la sonorità diversa o un arrangiamento più scarno rispetto a tremila suoni a determinare il successo. Ognuno ha il suo stile, il suo modo. Bisogna dare spazio a tutti e poi le persone scelgono.
D: Le ha fatto piacere tutto quel successo improvviso?
R: Naturalmente. È un disco attualissimo e quando la musica è giusta non ha tempo. Va sempre bene.
D: Negli anni si è avvicinata alla scrittura. La protagonista del suo ultimo romanzo, Leonida, ritrova se stessa attraverso un ritorno alle origini. È successo anche a lei?
R: Certo. Penso che succeda a tante persone. Le origini sono importanti e più passa il tempo, più ti senti legato a quello che hai vissuto, ai luoghi dove sei nato e cresciuto. Si fanno tante cose nella vita, tante scoperte, esperienze, ma poi alla fine il senso vero delle cose è forse più semplice di quello che uno pensa. E tutto sta proprio lì, nella la verità.
D: Lei è sempre stata molto libera, ha fatto tante scelte controcorrente, ha creato un suo stile personale e unico. La sua vita mi ricorda il titolo di una sua canzone: All'aria aperta. Quanto è costato il prezzo della libertà?
R: A volte non è semplice essere liberi. Per quanto mi riguarda è la mia natura: cerco sempre di seguire quello che mi sembra giusto, e quindi se c’è da fare delle rinunce o delle scelte più difficili non mi pesa così tanto. Quello che conta è quello che veramente si fa, quello che si è. Ti alzi la mattina e dici: «Che bello, sono contenta di me. Questo è importante».

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