21 Luglio Lug 2017 1344 21 luglio 2017

Ragazze, denunciate gli stupri!

La dignità passa anche attraverso il riconoscimento pubblico della violenza. Ce lo insegna il caso di Marechiaro (Napoli), dove una giovane donna ha segnalato l'abuso subìto alle forze dell'ordine. L'opinione di Cristina Obber.

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no stupro focus

Sono indagati per violenza sessuale di gruppo i tre minorenni che avrebbero stuprato una coetanea nel giugno 2017 su una spiaggia napoletana, una domenica pomeriggio. La vittima dopo essersi confidata con un’amica ha sporto denuncia e nonostante insulti e minacce (c’è sempre chi pensa che le ragazze se la vadano a cercare per infangare poi qualche bravissimo ragazzo) non ha ritrattato.
La percentuale di stupri denunciati rispetto a quelli subiti non supera il 10%, soprattutto tra minorenni, dove prevalgono la vergogna e il timore del giudizio sociale. A volte ci vogliono mesi per trovare la forza di raccontare quanto successo, a volte anni. Per trovare quella forza le ragazze hanno bisogno di non sentirsi sole, in un Paese che le espone spesso alla gogna prendendo le difese degli stupratori, soprattutto se bianchi e di cosiddetta 'buona famiglia' (ma quando una famiglia è 'buona'?).
Durante i miei incontri nelle scuole superiori, a volte mi sento dire che «Se ti capita cerchi di capire perché lui lo ha fatto» o «Pensi a cosa avresti potuto fare per evitarlo». D'altronde la cultura patriarcale ci cresce ancora dicendoci che la nostra dignità sta sempre un gradino sotto quella di qualcun altro, che non siamo mai abbastanza brave, abbastanza all’altezza, abbastanza e punto.

IL MATERASSO DI EMMA
Nel 2015 la studentessa Emma Sulkowicz si presentò alla cerimonia di laurea alla Columbia University con un materasso che si era portata in giro durante tutto l’anno scolastico sostenendo di essere stata violentata da un compagno. L’inchiesta interna dell’università aveva scagionato il presunto colpevole ipotizzando un rapporto sessuale consensuale, così Emma aveva deciso col suo gesto di denunciare l’omertà intorno ai tanti stupri impuniti nei campus. La sua foto con materasso ha fatto il giro del mondo. La ragazza con quell’azione simbolica ha riscattato la propria dignità ferita, prima dal violentatore e poi da chi alle sue parole non ha creduto.

LE DONNE DELLA BOSNIA CHE SI RIBELLANO
Nel 2009 un rapporto di Amnesty International, presentato a Sarajevo, accusava le autorità governative della Bosnia Erzegovina di non aver reso giustizia alle migliaia di donne vittime di stupri di guerra dal 1992 al 1995. Nel febbraio 2013 ho partecipato proprio con Amnesty Milano a un dibattito in cui venne proiettato il documentario dal titolo Ancora in prima linea che evidenziava come quella violenza non riconosciuta socialmente, non riparata, continui a fare male. Alle donne della Bosnia veniva chiesto di dimenticare, ma nel silenzio la ferita non si chiude, sanguina un po’ ogni giorno e per tutta la vita. «Se non ne hai cura, non si rimargina. Se invece la disinfetti bene, anche se fa male, guarisce. Non la dimentichi, ma la puoi guardare con occhi diversi», dice un’assistente sociale del Soccorso Violenza Sessuale e Domestica presso la Clinica Mangiagalli di Milano che ho intervistato nel libro Non lo faccio più.
Affinché il trauma venga superato, serve il riconoscimento pubblico, che toglie lo stigma della vergogna e del senso di colpa, che restituisce la piena responsabilità a chi ha commesso il crimine.

A TESTA ALTA, SEMPRE
Eppure anche nelle istituzioni si tende a ragionare in favore della consensualità, mettendo in dubbio la parola della vittima. Anche a me, mentre le proponevo una formazione sulla violenza di genere all’interno delle forze dell’ordine, una carabiniera ha risposto: «Che se poi a una gli è successo veramente non credo che denuncerebbe no? Te lo tieni per te». Ecco, questa è l’idea da smantellare, quel 'tenerselo per sé'. Questo dobbiamo dire a gran voce alle ragazze che vengono stuprate in discoteca, alle feste, sul lungomare, di notte come alle tre del pomeriggio: Denunciate! Non abbiate timore, non è colpa vostra, non rimarrete sole. E nel contempo bisogna continuare a formare e informare affinché non rimangano sole e alzando lo sguardo incontrino una società che sa di cosa si sta parlando, che non difende gli stupratori, che non si chiude nell’indifferenza. Accade ancora, soprattutto sui social network, ma accade anche che ci si stringa intorno alla vittima, la si sostenga, la si aiuti.  Chi violenta ricorre sempre all’alibi della consensualità, ma come insegna Emma con il suo materasso, come ci dice quella ragazza di Napoli che non ritratta, è la forza delle donne che vince, è mutare il dolore in coraggio la vera sfida, guardano il mondo negli occhi senza abbassarli.

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