21 Luglio Lug 2017 2004 21 luglio 2017

«Diaz, una tonnara di esseri umani»

Intervista a Lorenzo Guadagnucci, il giornalista che nella notte tra il 21 e il 22 luglio 2001 visse in prima persona la «macelleria messicana» del G8 di Genova: «Due ore di pestaggi senza limiti».

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G8 Genova scuola Diaz

Agenti di polizia all'ingresso della scuola Diaz di Genova il 21 luglio 2001,

ANSA - ANSA

Genova, quartiere Albaro. Una scuola media come le altre. Con i banchi e i termosifoni un po’ datati, i muri color pastello e le cartine appese alle pareti, sbiadite da tante generazioni. Spazi ampi e corridoi lunghi. L’avevano intitolata ad Armando Diaz, generale e capo di stato maggiore dell’Esercito Regio durante la prima guerra mondiale. Ma nel luglio del 2001, durante il G8, la Diaz era diventata il centro del coordinamento del Genoa Social Forum. Da lì, giovani giornalisti e persone provenienti da tutto il mondo scrivevano ciò che stava accadendo in quelle ore. Chi contava nel pianeta, in quei giorni, era lì, tra gli antichi carruggi del capoluogo ligure, soffocato da zone rosse e cassonetti bruciati.
La notte del 21 luglio 2001, tra le 22 e mezzanotte, i reparti mobili della Polizia di Stato, con il supporto di alcuni battaglioni dei Carabinieri, fecero irruzione tra le mura della scuola. Al suo interno, stavano dormendo quasi tutti: chi nei sacchi a pelo, chi appoggiato alle pareti della palestra. Di lì a poco, più di cento agenti si scatenarono una violenza che il vicequestore Michelangelo Fournier ha definito «la macelleria messicana».
«Sono entrati urlando e correndo, pur avendo di fronte persone che avevano, per lo più, le braccia alzate», ha raccontato a LetteraDonna Lorenzo Guadagnucci, che nel 2001 faceva il giornalista e il blogger. A Genova ci finì nel suo giorno libero settimanale e non come inviato del quotidiano per cui lavorava.
Il primo a essere colpito, con un colpo secco alla spalla sinistra, fu Mark Covell. Gli agenti, in tenuta antisommossa, lo circondarono. Calci, pugni, spintoni e manganellate, fino a fargli perdere i sensi. Accadde lo stesso a decine di altri ragazzi. L’operazione, per l’esattezza, ebbe inizio un minuto dopo la mezzanotte. Durò un paio d’ore circa.
Nessuno sfuggì a quel pestaggio. La polizia occupò i quattro piani dello stabile. Urla, sangue, grida e minacce. Furono fermati 93 attivisti che dormivano nella struttura, messa a disposizione dal Comune. Tra di loro, nessun black bloc. Ad accertarlo un servizio di sicurezza. In ospedale finirono 61 persone, di cui tre in prognosi riservata e uno in coma.

LUI C'ERA
«Non ero un attivista e non facevo parte di nessuna organizzazione: sono arrivato lì perché da tempo mi interessavo a questo movimento, nato a Seattle, che elaborava nuove idee», spiega Guadagnucci. «Ipotizzavo di poterlo raccontare. Poi, il libro l’ho scritto ma è stato completamente diverso da ciò che immaginavo», racconta Guadagnucci a LetteraDonna. Si riferisce a Noi della Diaz, pubblicato nel 2002, a un anno da quell’episodio. Il giornalista fu uno dei tanti portato in ospedale dopo quella violenza. Si trovò, quasi per caso, a dormire all’interno della scuola, al pianoterra. Era pieno di lividi e ferite. Ricevette una serie infinita di manganellate sulle braccia, che utilizzò per riparare il proprio volto. I colpi furono talmente tanti e violenti che sulla superficie del suo braccio si intravedeva l’osso. «Se per qualsiasi ragione non avessi avuto la possibilità di ripararmi, questi colpi li avrei ricevuti in faccia. Botte di questo genere, in testa, fanno danni irreparabili. Dopo i fatti, furono messi sotto accusa 125 poliziotti, compresi dirigenti e capisquadra.
Il 22 giugno 2017, la Corte europea dei diritti dell’uomo ha condannato il nostro Paese, riconoscendo che le leggi dello Stato italiano risultano inadeguate a punire gli atti di tortura commessi dalle forze dell’ordine.

Lorenzo Guadagnucci.

DOMANDA: Ricorda tutto di quella notte o ha rimosso alcune delle immagini?
RISPOSTA: Che abbia dimenticato qualcosa è possibile, ma mi sembra di ricordare tutta la dinamica.
D: Dove si trovava?
R: Dentro la scuola, al pianterreno. Dormivo nella palestra: vi si accedeva attraverso un piccolo corridoio. Ero in un angolo, sulla sinistra rispetto all’ingresso. Stavo dormendo in un sacco a pelo. Poi sentii dei colpi e dei rumori. Si percepì, all’improvviso, dell’agitazione. Dal posto in cui mi trovavo però non riuscivo a vedere ciò che accadeva nel cortile e all’entrata principale della scuola. Mi sono svegliato poco prima dell’irruzione vera e propria.
D: Che cos’ha fatto quando ha capito che erano poliziotti?
R: Sono rimasto al mio posto, mi sono seduto e ho osservato il loro ingresso in questa palestra. Tra di noi, c’era chi si trovava in piedi e chi seduto in posizione di resa. Non c’era molto altro da fare in quel momento, anche perché non c’è stato modo di fare nulla.
D: In che senso?
R: Non c’è stata alcuna possibilità di dialogo. Le forze dell'ordine hanno cominciato a colpire con il manganello e con calci chi si trovava di fronte. Appena entrati, si sono sparsi tutti nella palestra. Ricordo che due sono venuti nella mia direzione. Prima hanno colpito una ragazza americana che si trovava alla mia destra. Io mi chinai per aiutarla ma, proprio in quel momento, iniziarono a colpire anche me. A quel punto pensai a difendermi: alzai le braccia e le ginocchia per proteggermi la testa da tutti quei colpi serrati quasi alla cieca.
D: I poliziotti avevano il volto coperto?
R: Portavano dei caschi ma non ricordo se i due che mi colpirono avessero un fazzoletto sul naso come gli altri. In quel momento era l’ultima cosa che mi preoccupava: pensavo solamente a come difendermi da tutta quella violenza.
D: Immaginava potesse accadere una cosa del genere?
R: La cosa era assolutamente fuori da ogni possibile comprensione. Le manifestazioni erano finite, la situazione della città era anche tranquilla dopo tutto il pomeriggio. Quello, poi, era un luogo dove si dormiva e non c’era stato nulla che potesse far pensare a uno scontro o a un contrasto.
D: Che cosa la colpì maggiormente in quella circostanza?
R: Il fatto di esserci trovati nella condizione di non capire, di essere aggrediti da funzionari pubblici. È stato particolarmente scioccante sapere che, a quel punto, nessuno avrebbe potuto salvarci perché chi era deputato a proteggere le persone (la polizia, ndr) era chi ci stava colpendo. Ma credo che, sul momento, nessuno di noi abbia avuto un pensiero particolare. Quelli sono iniziati dopo. All’inizio, nella fase della violenza più brutta, l’unica cosa a cui pensi è proteggerti. Noi siamo rimasti dentro alla scuola circa due ore e la parte più drammatica è stata sicuramente quella prima di uscire. La violenza mi aveva annichilito.
D: E cosa successe?
R: Dopo le manganellate ci ordinarono di riunirci tutti su un lato della palestra. Dal dolore non riuscivo ad alzarmi, non ero in grado di camminare, perché ero completamente piegato dal dolore, dai colpi alle braccia, all’addome e alla schiena: per fare questo brevissimo percorso ho dovuto strisciare. Tutto questo mentre la gente urlava e piangeva.
D: Ha avuto paura?
R: Sì. Ero completamente assoggettato a quella situazione. Avevo il corpo deformato dalle botte. Facevo fatica anche a parlare. Poi, questi personaggi (gli agenti di polizia, ndr) facevano minacce di ogni genere. Ripetevano frasi come: «Nessuno sa che siamo qui, possiamo fare di voi ciò che vogliamo». E, in quel momento, a noi sembrava lo potessero fare veramente. I traumi psichici che molti hanno subito sono legati al fatto di essere stati convinti di essere in procinto di morire, di essere uccisi.
D: Lei, però, è tra quelli finiti in ospedale.
R: Sì, anche se non ho mai perso i sensi. Ho passato tutta la notte in Pronto Soccorso per fare controlli, radiografie, ecografie e cuciture. Nella camera d’ospedale sono arrivato la mattina dopo, verso le sette o le otto. Lì trovai due agenti: gli chiesi che cosa ci facessero lì e mi dissero che ero in stato d’arresto.
D: Le spiegarono i motivi?
R: No, perché i motivi non li sapevano nemmeno loro.
D: Come hanno reagito i medici del Pronto Soccorso nel vedere arrivare tante persone ferite allo stesso modo?
R: Personalmente non ricordo di aver avuto un dialogo con loro. I dottori si limitavano a fare verifiche. Ciò che ricordo io è che quando mi toglievano la maglietta, i pantaloni e cose simili continuavano a scoprire nuove ferite e nuovi segni. C’era molta concitazione però perché eravamo decine di persone arrivate tutte insieme. Il clima anche in Pronto Soccorso era un po’ particolare. Si verificò un fatto piuttosto grave, a pensarci bene a distanza di tempo. Tutta la zona del corridoio era presidiata dai Carabinieri, cosa assolutamente illegittima perché nel Pronto Soccorso ci stanno i malati e non gli agenti. Avevano poi, ancora una volta, un atteggiamento minaccioso nei nostri confronti. Passavano, guardavano, facevano commenti e ci insultavano. Non era un clima sereno, anche per i medici: era evidente che percepissero la pressione da parte delle forze dell’ordine. Anche questo mette in evidenza un’anomalia.
D: Quanto tempo c’è voluto per superare ciò che le è accaduto?
R: Questa è una domanda alla quale non si può rispondere. Ci si convive, si fa in modo di gestire le conseguenze che riguardano vari aspetti, più psichici e interiori, le relazioni con gli altri, con le istituzioni. È qualcosa che riguarda anche la fiducia rispetto alle istituzioni: ciò che è successo ha compromesso tutto questo. Nessuno è rimasto esente da disturbi.
D: C’è stata tortura, secondo lei, all’interno della Diaz?
R: Direi di sì, per l’entità dell’episodio e per la doppia violenza, fisica e psichica. Due ore trascorse in quella condizione, sotto quelle minacce, possono definirsi in questi termini. Così come lo sono stati i pestaggi condotti in quel modo. Senza limiti. Uno si immagina due o tre manganellate, come accade nei cortei. Ma lì non è andata così: i colpi sono stati sferrati fino all'esaurimento delle forze da parte di chi li dava. Tre persone sono andate in coma e il fatto che non sia morto nessuno è sostanzialmente un caso. Non certo perché ci fosse un senso del limite.
D: L’hanno definita «macelleria messicana». È una denominazione adeguata, secondo lei?
R: Nella mia prima intervista dopo la Diaz, la definii una tonnara. Ciascun tonno, prima di essere arpionato, vede altri fare la stessa fine: provai un forte senso di impotenza e di disperazione in quel momento. E poi, a pensarci bene, noi ci trovavamo nella stessa condizione dei pesci rispetto ai carnefici: i pescatori si accaniscono su questi animali perché pensano che le loro siano vite che non contano, di scarto, che non sono degne di particolare attenzione. Non ci hanno guardato in faccia, né ci hanno chiesto nomi e cognomi.
D: Pare che alcuni poliziotti, condannati per i fatti di Genova, ritorneranno al loro posto di lavoro. Che effetto le fa?
R: Il loro percorso mi lascia, detto francamente, completamente indifferente. In questi anni non hanno dato dimostrazione di aver compreso le cose di cui sono responsabili. Credo invece che il problema sia più generale, che personale.
D: Perché?
R: Il fatto che loro possano rientrare non è grave perché penso che possano rifarlo, ma perché un Paese democratico deve trovare una soluzione di fronte a un disagio così grave che ha compromesso la credibilità della Polizia di Stato e che ha fatto capire quanto sia fragile il sistema che tutela i diritti fondamentali. Penso avrebbero dovuto seguire alla lettera le indicazioni che arrivavano dalle istituzioni che li tutelano, come la Corte europea.
D: Che ci ha condannato a più riprese.
R: Era necessario sospendere durante i processi e rimuovere, una volta condannate, queste persone, di escluderle dalla polizia. Purtroppo la superficialità e l’attitudine completamente sbagliata nei governi che si sono succeduti non ha aiutato in questo processo.
D: Lei ha scritto un libro dal titolo L’eclisse della democrazia. Le verità nascoste sul G8 2001 a Genova. Che cosa intende con 'verità nascoste'?
R: Ho fatto riferimento, soprattutto, alla trama di potere che collega gli apparati di polizia al potere politico. Questo intreccio e questa soggezione che le forze democratiche hanno avuto rispetto a questo gruppo potentissimo, che ha controllato per tanto tempo la Polizia di Stato, è una chiave di lettura fondamentale per capire che cosa è successo, soprattutto nei processi. La Corte europea ha parlato del fatto che alle forze di Polizia è stato permesso di ostacolare impunemente la ricerca della verità da parte dei magistrati. Questo è uno degli aspetti che abbiamo cercato di mettere a fuoco.

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