19 Luglio Lug 2017 1152 19 luglio 2017

Con Borsellino fino all'ultimo

Il 19 luglio 1992 una Fiat imbottita di tritolo esplode in via D'Amelio, uccidendo il magistrato e gli uomini della sua scorta. Tra loro, la 24enne Emanuela Loi. La cui memoria ancora attende giustizia.

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Bionda e riccia. Gli stereotipi ci insegnano che della sarda aveva ben poco. Eppure, Emanuela Loi era una sarda tutta d’un pezzo, che amava la sua terra ed era dedita al suo lavoro, nonostante non fosse probabilmente quello che sognava da bambina. E oggi, a 25 anni dalla Strage di via D’Amelio, a un quarto di secolo di distanza da quel fragoroso attimo in cui perse la vita Paolo Borsellino, riecheggia la sua figura, fiera e salda, maestosa e convinta, nonostante i suoi 24 anni. Sorride orgogliosa, Emanuela, nelle poche istantanee divenute pubbliche. Sorride con l’entusiasmo della sua giovane età, per nulla velato dal peso della divisa che le cingeva il corpo.

19 LUGLIO 1992, ORE 16.58
Emanuela Loi è la prima donna della Polizia di Stato caduta in servizio. Quella domenica del 19 luglio del 1992 si era messa a disposizione nella scorta del magistrato. Il fidanzato l’attendeva a Sestu, nell’hinterland di Cagliari, ormai abituato a una relazione sospesa tra i fili del telefono. Per i più giovani, però, funzionava così: per cumulare ferie, il consiglio era quello di lavorare di domenica. E alle 16.58 di quella tragica domenica, una Fiat 126 imbottita di 100 chilogrammi di tritolo parcheggiata in via D’Amelio tolse la vita a Paolo Borsellino, Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Walter Eddi Cosina e Claudio Traina. Ma tra quelli che ricordiamo come gli uomini della scorta del magistrato del pool antimafia, c’era anche una donna. Ed era proprio lei, Emanuela Loi, una donna con la divisa.

NELLA SCORTA DI BORSELLINO
Una divisa di cui Emanuela andava più che fiera. L’aveva scelta, l’aveva conquistata con il massimo dei voti quando, poco più che ventenne, fu ammessa a sei mesi di addestramento a Trieste. Dopo un periodo in terra friulana, nel marzo del 1990 le venne indicata un’altra destinazione con annesso nuovo incarico: piantone nella Palermo del Maxi-processo prima e delle stragi poi. Non era poco il disappunto, in questo caso. La lontananza da casa e la paura per una terra martoriata dagli attentati giocarono brutti scherzi anche per Emanuela, nonostante credesse in quella sua divisa. Il suo incarico, però, sembrava tranquillizzarla. Confessò a un amico che la sua vita sarebbe stata al sicuro, fintanto che non l’avessero assegnata a Borsellino. E a pochi giorni dal quel 19 luglio arrivò la comunicazione che, forse, in cuor suo, si aspettava. Dopo un breve periodo di ferie in terra sarda, infatti, Emanuela venne assegnata alla scorta di Borsellino, che decise di scherzarci sopra. Chi dei due avrebbe dovuto fare la scorta all’altro? Erano passati poco più di 50 giorni dalla strage di Capaci, la tensione era nell’aria ed Emanuela era l’unica donna tra gli angeli custodi del giudice.

OMBRE DI STATO
Pochi giorni di servizio e il suo corpo venne rinvenuto a brandelli nel giardino di un edificio di via D’Amelio. Fu Carla, poliziotta a Palermo nel biennio terribilis dei corleonesi, a informare la madre della tragica morte, dopo aver riconosciuto il corpo dell’amica Emanuela da un brandello di seno ormai bruciato. La bara con i resti della giovane donna venne spedita immediatamente al mittente, a Sestu, con tanto di fattura di trasporto a carico dei genitori. Salvatore Borsellino inorridisce dinnanzi a questo particolare, dinnanzi ad uno Stato che esige il pagamento della tratta Palermo-Cagliari, per accompagnare ciò che rimaneva di un corpo di una giovane donna che quello Stato aveva cercato di difendere. Perché è così. Stare accanto a Borsellino significava difendere lo Stato. Uno Stato che Claudia, sorella di Emanuela, non perdona e al quale continua a chiedere giustizia. La tragica fine della giovane poliziotta porta con sé quelle ombre che tetre si allungano sul ruolo giocato dagli apparati statali in quei giorni di inizio Anni ‘90. Se l’attentato è avvenuto in piena luce del sole, le circostanze che lo hanno determinato non godono purtroppo della stessa evidenza.

SPECCHIO DI UN DEPISTAGGIO PIÙ GRANDE
Il caso di Emanuela Loi è costellato di elementi ancora da chiarire. Alla famiglia non è mai stato motivato lo sgombero frettoloso dell’appartamento in cui viveva la ragazza, che a poche ore dai drammatici fatti venne svuotato di ogni suo oggetto. I genitori, partiti verso Palermo nelle ore successive alla strage, trovarono la porta dell’abitazione spalancata. Nulla al suo interno. Nemmeno le foto. E alla richiesta dei familiari di ricevere una divisa indossata dalla giovane, fu risposto con l’invio di una divisa totalmente nuova. Il basco di Emanuela sì, quello fu restituito. Così, i dubbi che avvolgono la storia di Emanuela sono lo specchio – rimpicciolito – di quella che è stata la Strage di via D’Amelio, il più lungo depistaggio che la storia della Repubblica abbia mai conosciuto. E a 25 anni da quel 19 luglio, sappiamo tutto. Ma non sappiamo niente.

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